IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora – Biblioteca Neri Pozza, 2018

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora – Biblioteca Neri Pozza, 2018

Un meraviglioso excursus su una vita di poesia, di cultura, di intense frequentazioni letterarie. Elio Pecora, generoso ultra-ottantenne, uno dei capostipiti della poesia italiana (come autore ma anche come divulgatore e pubblicista) squaderna subito in copertina le sue relazioni più intense. E nella fotografia di gruppo c’è il Gotha del pensiero intellettuale italiano nella stagione più fervida per la lettura e l’affermazione della poesia (con tanti premi Nobel nostrani). C’è Alberto Moravia, c’è l’irrequieto Bellezza, c’è Elsa Morante. Pecora si racconta in prima persona. Il pubblico e il privato, il personale e il politico si armonizzano in un quadro di case, di interni, di discussioni, di ristoranti, a volte di feroci litigi e antipatie. Immaginare tutto questo oggi è impossibile. Perché non c’è più l’abitudine di ritrovarsi da Cesaretto o nella villa dei Moravia a Sabaudia. Non è solo una generazione di estinti, è il libro stesso che sembra destinato a sicura morte. Dunque quella di Pecora è una testimonianza ma in fondo anche un testamento di un’epoca felice. Pecora sembra aver vissuto tante vite mentre racconta la sua, unica e inimitabile. Il libro è anche la storia di un’irrequietudine di un ragazzo che trova il suo primo lavoro nella Libreria Bocca di Roma e da quel momento innesta una marcia superiore per stringere relazioni, amori, interessi. Pecora non guida la macchina ed è assai a disagio nel caos metropolitano della Roma attuale. Un disagio che registra la fine di quelle comunità e quelle intese che hanno segnato un periodo virale, immediatamente dopo la cosiddetta Dolce Vita. Italiani più poveri e più felici? Fuori dal quadretto oleografico si respirava altra aria e altra generosità anche se rivalità ed egoismi personali non mancavano alla società letterari dell’epoca. Era il mondo di fuori decisamente più permeabile e abbordabile. Pecora è una presenza, un trait d’union, un amico fidato o un appassionato confidente. Giocando questi ruoli diventa protagonista e s’insedia in un Gotha di belle teste e belle anime.

data di pubblicazione:16/01/2019

QUALCHE PAGINA PER GLI AMICI di Augusto Frasca- Futura editore, 2018

QUALCHE PAGINA PER GLI AMICI di Augusto Frasca- Futura editore, 2018

Un prezioso volumetto in edizione limitata che sin dal titolo pattuisce una sorta di profilo basso. Ci vuole coraggio per scegliere un’etichetta così vaga e generica. Ma l’obiezione formale (la cornice) è presto superata per il valore prezioso dei contenuti che distillano sessanta anni di esperienza del giornalista, del curatore di pubbliche relazioni, capace di documentare con lingua impeccabile la fitta trama di incontri importanti vissuti in prima persona, a volte in trincea, nel passato millennio. Frasca confessa che ha vissuto intensamente e regala ai suoi lettori perle di un’animata autobiografia personale e/o professionale. La maggior parte degli ambiti è sportiva ma non solo. Si svaria da Vittorio Pozzo a Gianni Agnelli, in un’ampia sintesi cronologica, passando per le due fondamentali esperienze formative dei mondiali di atletica del 1987 e dei mondiali di calcio del 1990. Sono medaglioni icastici con grande controllo di scrittura tra cui trapela il rispetto per i miti, l’ammirazione per personaggi che hanno fatto grande l’Italia e qualche idiosincrasia. Il senso critico porta Frasca a uscire dal coro degli indiscriminati ammiratori di Mennea. Un campione olimpico discusso come Schwazer è messo all’indice col riscontro di fatti obiettivi. Saggistica polifonica aperta al cinema, al teatro e alle arti alla luce dei mille interessi dell’autore. Un libro abbagliante che non lascia indifferenti e che apre con abile sintesi spiragli di approfondimento possibili per i tanti personaggi sbozzati alla luce di un incontro, di un’esperienza personale. Un testo difficilmente catalogabile ma di grande fascino. Gli amici potranno capirlo anche nel senso di una nostalgia comune per un’Italia che non c’è più. Una generazione potrà riconoscersi nei “migliori anni della nostra vita”. Oggi l’incanto sembra sparito: nella fretta, nel consumismo, nell’ansia di divorare gli attimi. Frasca prova a restituire senso e memoria al nostro passato indicando una possibile direzione per il futuro, in chiara controtendenza rispetto al mainstream. I libri come si sa, servono anche a questo. A disegnare nuovi percorsi e altre vite.

data di pubblicazione:15/01/2019

STREMATE, ULTIMO ATTO di Giulia Ricciardi, con Federica Cifola, Beatrice Fazi e Ludovica Di Donato

STREMATE, ULTIMO ATTO di Giulia Ricciardi, con Federica Cifola, Beatrice Fazi e Ludovica Di Donato

(Teatro di Carbognano, 13 gennaio 2019; Teatro Sette – Roma, 15 gennaio/10 febbraio 2019)

La saga della Stremate colpisce ancora. Una nemesi che si ripercuote sui loro destini trent’anni dopo. Un piccolo giallo di famiglia.

 

Prima nazionale in Tuscia, verso dell’approdo nel piccolo feudo teatrale capitolino di Michele La Ginestra nell’occasione co-regista dell’operazione. Questa volta la saga delle Stremate arriva alla tapa conclusiva. Perché il trio è confinato in una casa di riposo da cui sembra destinato a non uscirne più. I nodi delle puntate precedenti si sciolgono in un giallo di famiglia forse un po’ macchinoso per chi non è al corrente degli sviluppi delle precedenti puntate. Ma più del risultato finale contano le tappe intermedie di una scoppiettante machina di comicità. Un teatro leggero che assolve però piacevolmente e senza volgarità il proprio compito: l’intrattenimento. La maggiore età porta a vuoti di memoria, a fenomeni di sordità. I difetti abbondano nelle simpatiche vecchiette con ampie storie alle spalle. Pastiche per sole donne che godono di una formidabile sinergia interpretativa in una macchina oleata a dovere. L’interazione dei dialoghi è praticamente perfetta e qualche movimento di scena, relativa alla scarsa mobilità del trio anziano, vivacizza l’andamento.  In provincia lo spettacolo funziona a dovere con la collaborazione di un pubblico che quasi anticipa le battute e i tic delle invecchiate ragazze in scena. Il dispiacere è per il capolinea della vicenda ma non si può escludere un ultimo guizzo di classe considerando le capacità di recupero affabulativo del collettivo muliebre. Sinceri applausi a scena aperta con Federica Cifola che piazza le battute più mordaci. Come anticipato meno ci interessa lo scioglimento che appare piano e un po’ frettoloso in capo a ottanta minuti di felice esibizione. Non era sicuramente il giallo e la ricerca del colpevole il focus dell’operazione teatrale.

data di pubblicazione:14/01/2019


Il nostro voto:

ER NASO DE GOGOLLE testo e regia di Pierpaolo Palladino, con Francesco Acquaroli

ER NASO DE GOGOLLE testo e regia di Pierpaolo Palladino, con Francesco Acquaroli

(Teatro della Cometa – Roma, 8/20 gennaio 2019)

Una rivisitazione gogoliana in salsa romanesca. Un monologo multi voci che sarebbe piaciuto a Luigi Magni, omogeneo all’atmosfera dei Papa.

 

Ci stupisce Francesco Acquaroli che il grande pubblico ha conosciuto per le grandi caratterizzate parti di cattivo in Suburra e in Rocco Schiavone. Non è Samurai e non è Samuele a teatro dove riacquista i panni del protagonista assoluto in una prova d’attore lunga sessanta minuti, con ampio uso del romanesco ottocentesco. Mutuando Gogol e la perdita di un naso che sembra equivalere a una penosa perdita dell’identità per il protagonista che una mattina si risveglia senza naso e vaga per la città alla ricerca di questo fondamentale sporgente attributo che è anche un modo per farsi riconoscere ed accettare in società. E’ un innesco kafkiano che permette all’attore di mutuare tante voci, persino quelle femminili, Il tema affronta il pregiudizio sociale sulla presunta anormalità. L’uomo senza naso si dibatte in una Roma popolaresca, dominata dalla curia e dalla voglia di sopravvivenza, una jungla dove la sua ricerca si fa quasi disperata. Perché il naso trovato inizialmente non calza e dunque il volto non è più quello di prima. E un uomo senza naso che uomo è? Grande è il suo sollievo quando dopo la discesa agli inferi riacquista questo pezzo fondamentale che è vita, olfatto, riconoscimento sociale. L’alter ego del Kovalev gogoliano ci fa scoprire la Roma sparita, il porto di Ripetta, Trastevere d’antan e si avvale del prezioso sottofondo sonoro e creativo delle musiche originali di Pino Cangialosi, suonate dagli altri componenti della famiglia, cioè Flavio Cangialosi e Livia Cangialosi mentre Alessia Sambrini ha molte parti in commedia occupandosi di scene, costumi, disegno, luci e aiuto regia. Uno spettacolo gradevole nei limiti spettacolari del piano A di partenza. Un monologo dai colori cangianti in cui Acquaroli non straripa ma spazia su vari registri tutti molto coerenti e omogenei.

data di pubblicazione:12/01/2019


Il nostro voto:

L’ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO di Francesco Piccolo – Einaudi editore, 2018

L’ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO di Francesco Piccolo – Einaudi editore, 2018

Uno degli scrittori più letti, reclamizzati e (forse) sopravvalutati del mainstream ha voluto offrirci un nuovo manifesto del maschilismo. Più probabilmente il successo dei precedenti testi ha indotto l’editore a invitare Piccolo a raschiare il pozzo dei ricordi autobiografici regalandoci questa summa di avventure sessuali, pensieri maliziosi, tradimenti che fa fatica a convivere con il quadretto pacifico della vita nella famiglia Piccolo.

Lo scrittore avrà voluto miscelare gli accadimenti e raccontare alla moglie che gran parte della narrazione è pura fiction? Se così cadrebbe rovinosamente il presupposto biografico, il tema della verità del rivelarsi agli altri che è una sorta ermeneutica del libro. In ogni caso dunque incappiamo in una contraddizione. Piccolo non emana simpatia e dall’infanzia alla maturità un po’ decadente dei suoi 54 anni (non portati benissimo diremo) ci dispensa un repertorio di erezioni, masturbazioni, atti sessuali di impotenza, non risparmiandoci particolari neanche sulla fimosi (circoncisione) e sulle proprie emorroidi. Una caduta agli inferi greve e spesso immotivata che non giova alla compostezza del racconto. Che non è più letteratura ma saggistica con frequenti citazioni letterari su influenze che sembrano atte ad allungare il brodo. Così il volume appare un po’ lo specchio di tante infelice e poco ispirata letteratura italiana contemporanea, la rivelazione di scrittori che scrutano il proprio ombelico e si sentono padroni dell’universo. In fondo è una valutazione che fa bene alla letteratura perché indirettamente ci spinge a rivolgerci alla lettura di Saul Bellow, Bernard Malamud, Philip Roth, a temi più universali e sostenibili.

L’animale che è dentro Piccolo, mai frenato, ci solleva la curiosità di conoscere il prossimo escatologico orizzonte letterario del celebrato scrittore contemporaneo, arricchito dalle sceneggiature ma in fondo assolutamente risolto nel rapporto con sé stesso. Se dobbiamo credere a quanto vuole farci credere in questo libro di amena ma certo non indispensabile lettura. Si arriva fino in fondo con un certo sentore di stupefazione per il vuoto pneumatico del concetto di fondo: l’uomo italiano è incorreggibile.

data di pubblicazione: 27/12/2018