da Antonio Iraci | Feb 17, 2023
(73 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 16 – 26 Febbraio 2023)
Nel giugno del 1994 moriva prematuramente Massimo Troisi, poche ore dopo la fine delle ultime riprese de Il postino, film per il quale avrebbe ricevuto una candidatura postuma al premio Oscar come miglior attore. A questo indimenticabile regista, sceneggiatore e comico napoletano, che proprio in questi giorni avrebbe compiuto settanta anni, Mario Martone dedica un intero documentario in cui si ripercorre la sua storia attraverso la visione di inediti nonché di interventi di amici e colleghi che lo hanno sempre ammirato e amato.
Sembrerebbe forse inopportuno, o quanto meno strano, presentare oggi alla Berlinale e alla stampa internazionale un documentario che si ripropone di ricordare la carriera cinematografica di un attore che ha reso famose le peculiarità di una comicità tutta partenopea. Ma non è così. Troisi è e deve essere considerato uno dei maggiori interpreti nella storia del teatro e del cinema, italiano e internazionale. Come ci si può dimenticare infatti del film Ricomincio da tre? Così si decretò il suo successo, come attore e come regista esordiente, proprio per il fatto che lì veniva fuori palesemente il suo umorismo, semplice e schietto ma anche talvolta amaro, che avrebbe poi caratterizzato tutta la sua carriera. Il tributo di Martone, coadiuvato in questa sorprendente impresa da Anna Pavignano che è stata compagna e da sempre stretta collaboratrice di Troisi, risulta utile non solo per quella generazione che a partire dagli anni ottanta ha potuto gustare quel tipo di cinema, ma anche per i giovani che sanno poco di quel mondo, non essendo stati in contatto con la realtà di quel tempo. Il riportare sul grande schermo frammenti di scene, che molti ricordano a memoria, risulta funzionale a far capire meglio Troisi e i processi mentali che avevano fatto nascere le sue opere. Era il suo modo proprio di essere che si esprimeva con una gestualità goffa e un modo di dialogare timido e impacciato proprio di fronte all’amore e alle donne, temi sempre presenti nei suoi film. Come lui stesso sosteneva: “il tormento peggiore per l’uomo è l’amore perché, nonostante gli sforzi e le buone intenzioni, risulta sempre irraggiungibile”. Interessante l’intervento di Paolo Sorrentino in cui spiega con estrema chiarezza come sia stato da sempre influenzato da Troisi dal quale spesso ha tratto ispirazione per creare il carattere dei propri personaggi. Obiettivo quindi di Martone è di riportare alla ribalta un attore con il quale lui stesso riesce ancora a dialogare e a rinnovare quel rapporto di vera amicizia che esisteva tra di loro. Troisi è stato un grande e come Eduardo e lo stesso Totò è riuscito a creare un proprio stile espressivo che lo caratterizzava sia nei ruoli esclusivamente comici come in quelli più profondi. Il film è stato presentato nella Sezione Berlinale Special alla presenza di un folto pubblico che non si è risparmiato in una standing ovation a fine proiezione. In distribuzione nella sale italiane a partire dal 23 febbraio.
data di pubblicazione:17/02/2023

da Antonio Iraci | Feb 16, 2023
(73 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 16 – 26 Febbraio 2023)
Steven è un compositore che da un po’ di tempo non compone più, ha frequenti attacchi di panico ed è in piena crisi creativa. La moglie Patricia, psicoterapista, attraversa uno smarrimento esistenziale e, nonostante un figlio diciottenne, sperimenta una tardiva vocazione religiosa e desidera diventare suora. Per caso compare Katrina, donna eccentrica che vive e lavora su una chiatta nel porto di New York. Sarà proprio lei che involontariamente metterà a posto i diversi tasselli di un puzzle quanto mai irrisolvibile e che poi si comporrà nel più semplice dei modi.
Rebecca Miller, figlia del noto drammaturgo Arthur Miller, inaugura con She Came to Me questa 73esima edizione della Berlinale. Gli organizzatori di questa kermesse cinematografica non a caso hanno scelto una commedia per mettere in moto questo Festival, tra i più importanti a livello internazionale. La tradizione infatti vuole che a Berlino si inizi con un film leggero, forse a voler preparare la stampa ad affrontare l’arduo lavoro che le spetterà nei prossimi giorni con un programma quanto mai impegnativo in tutti i sensi. La Miller, con questo suo ultimo film, affronta il tema dell’amore in tutte le sue sfaccettature, da quello adolescenziale, tra due giovani pronti a giurarsi reciprocamente eterna fedeltà, a quello più maturo tra un uomo e una donna, oramai stanchi di doversi confrontare con il mondo che li circonda e, impresa tanto più faticosa, con se stessi. La sceneggiatura, curata dalla stessa regista, è ben strutturata ma, nel tentativo di voler risultare a tutti i costi anticonformista, ricade purtroppo in una inaspettata banalità. Sullo sfondo di una New York appena abbozzata, sia pur non esente dalle palesi contraddizioni che la caratterizzano, si muovono i vari personaggi che, con i loro diversi substrati sociali, si trovano a dividere e a condividere situazioni possibili, ma quanto mai improbabili. Le difformità fisiche e culturali dei protagonisti non sembrano aver peso nell’articolato contesto, che vuole proprio dimostrare come in amore tutte le combinazioni, anche le più apparentemente bizzarre, possano essere funzionali al raggiungimento della felicità. Il film riesce a riscattarsi grazie alla bravura del cast tra cui spicca Peter Dinklage nella parte del compositore Steven Lauddem e Anne Hathaway nella parte della moglie Patricia, terapista con diverse sindromi ossessive al limite della schizofrenia. La Hathaway, premio Oscar per la sua interpretazione nel film Les Misérables, in Italia è divenuta famosa per aver lavorato accanto a Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada, diretto nel 2006 da David Frankel. She Came to Me è un film sottile, di poche pretese, che riesce comunque ad intrattenere senza dimostrare, a tutti i costi, di possedere quel quid che in realtà non ha. Presentato fuori concorso nella Sezione Berlinale Special.
data di pubblicazione:16/02/2023

da Antonio Iraci | Feb 9, 2023
Nicholas, appena diciassettenne, a due anni dal divorzio dei genitori sembra ancora non abituarsi all’idea. Caduto in una forma acuta di depressione, manifesta il proprio disagio rifiutando qualsiasi contatto con la vita sociale, sia in ambito scolastico sia nei confronti dei genitori, sempre più preoccupati della sua salute mentale. Intanto il padre ha costruito per sé una nuova famiglia e da avvocato di successo sta per entrare in politica, a fianco di un senatore in lizza per le primarie…
Florian Zeller, drammaturgo francese, dopo il successo internazionale ottenuto con il film The Father (nel 2021 due premi Oscar: a Anthony Hopkins come migliore attore protagonista e allo stesso regista per la migliore sceneggiatura non originale) ritorna con The Son ad affrontare i temi, a lui cari, dei disturbi mentali e dei rapporti all’interno della famiglia. Nel primo film, anch’esso tratto da una pièce teatrale dello stesso Zeller, si affrontava il legame problematico tra un padre, affetto da Alzheimer, e sua figlia. In questo ultimo lavoro, invece, il regista affronta un problema inverso: un figlio che, nonostante i vari tentativi, non riesce più a riconoscere i genitori e ad accettare che la vita possa andare avanti anche dopo la loro separazione. La sua mente rifugge da questa idea e non riesce più a concepire di vivere come una persona “normale”, in un contesto del tutto normale. Vani gli sforzi da parte del padre di affrontare un dialogo costruttivo e di comportarsi come un buon genitore, attento ai problemi del figlio, esattamente l’opposto di quello che aveva fatto suo padre, disinteressandosi totalmente di lui. Ecco che ancora una volta il regista si sente emotivamente coinvolto nel rappresentare tutti gli elementi di un dramma familiare oltre che individuale. Ottima l’interpretazione dei due protagonisti: Hugh Jackman nella parte di Peter, il padre del ragazzo, e il premio Oscar Laura Dern nella parte della madre Kate, attrice californiana poliedrica che ha lavorato con i registi più famosi di Hollywood, tra questi David Lynch, Clint Eastwood, Robert Altman e Steven Spielberg. Assolutamente di tutto rispetto anche l’interpretazione dell’esordiente Zen McGrath, nel ruolo di Nicholas, giovanissimo attore australiano che sa bene interpretare il non facile personaggio dell’adolescente depresso al quale oramai tutto sfugge di mano. Il regista, nel curare anche la sceneggiatura, è stato attento a mostrare in termini asciutti le dinamiche, spesso incontrollabili, all’interno della famiglia, anche nei casi in cui tutto sembra andare avanti nel migliore dei modi. Qui l’amore genitoriale non risulta più sufficiente a colmare il baratro del disagio mentale del giovane Nicholas. Il film, presentato in concorso nell’ultima edizione del Festival di Venezia, è stato accolto benevolmente dalla critica internazionale.
data di pubblicazione:09/02/2023
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da Antonio Iraci | Feb 3, 2023
Hollywood alla fine degli anni ’20 è già la capitale mondiale dell’industria cinematografica. L’età d’oro del cinema, la settima arte come viene definito, sta per iniziare con la nascita del sonoro. I divi del muto spesso sono costretti a capitolare perché ora inadatti a recitare. Coloro che erano ritenuti delle vere e proprie star non sono altro che fugaci comete che brillano nel cielo per poco tempo per spegnersi poi rapidamente nel buio totale e nell’oblio.
Damien Chazelle, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, ha raggiunto la notorietà mondiale per aver diretto nel 2016 La La Land, pellicola musicale che si è aggiudicata due Golden Globe, un British Academy Film Awards e l’Oscar al miglior regista, il più giovane nella storia a vincere la statuetta. Babylon è supportato da un budget colossale non solo per far fronte al cast, ma soprattutto per l’impiego di centinaia di mezzi e comparse con una sequenza di scene che si susseguono senza soluzione di continuità per le tre ore di proiezione. La trama è ridondante per la presenza di diversi intrecci in cui i vari protagonisti saltano da un set all’altro, una ammucchiata di situazioni incredibilmente sensazionali non esenti da scene al limite del pornografico e dell’horror. Il film seppur così lungo non annoia ma ci coinvolge emotivamente, e ci fa avvicinare al mondo della Hollywood di quegli anni quando, tra gli addetti ai lavori, tutto era concesso pur di fare emergere un divo piuttosto che un altro, in una sorta di lotta senza esclusione di colpi pur di ottenere una parte in un film e raggiungere così celebrità e ricchezza. Il quadro che ne emerge è molto significativo: vite e relative carriere bruciate sul nascere proprio in quella fase rivoluzionaria del cinema quando dal muto si passò quasi per caso al sonoro. Tra i principali personaggi abbiamo l’immigrato messicano Manuel (Diego Calva) disposto a tutto pur di entrare nel perverso meccanismo come produttore esecutivo; Nellie LaRoy (Margot Robbie) sfacciata e ambiziosa, divenuta subito una star per poi sparire nel nulla, tra droga e gangster; Jack Conrad (Brad Pitt) divo indiscusso del muto, celebre per poi essere stato completamente dimenticato; Sidney Palmer (Jovan Adepo) trombettista jazz negro al centro di una inaspettata popolarità. Attorno a loro, decine di altri personaggi che si alternano con un ritmo incalzante che non lascia tregua. Una babilonia che può interessare in maniera strepitosa o che può infastidire. Premiato Justin Hurwitz al Golden Globe per la miglior colonna sonora originale, il film ha ottenuto tre nomination agli Oscar oltre che per la miglior colonna sonora, anche per la miglior scenografia e migliori costumi. Una regia molto impegnativa quella di Chazelle che tuttavia ha lasciato perplessi molti critici che hanno ritenuto il film troppo confusionario e discontinuo, ma che non negano la grandiosità delle scene e la bravura degli attori.
data di pubblicazione:03/02/2023
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da Antonio Iraci | Feb 1, 2023
Teatro Sala Umberto – Roma, 31 gennaio/12 febbraio 2023)
In scena il dramma psicologico di Stanley: un pianista senza pianoforte con un passato ambiguo e un presente quanto mai problematico. In questa pièce Pintor riesce a concentrare la sua visione della vita e, sia pur giovanissimo, mostra di aver già capito appieno il senso scomposto dell’esistenza umana.
Peter Stein, con la sua impeccabile e collaudata regia, riesce a centrare interamente la drammaturgia di Pinter tutta rivolta a porre l’uomo nudo davanti alla propria essenza. Il suo teatro, sicuramente influenzato da Beckett, si presenta così, senza fronzoli o costruiti orpelli, e non necessita di essere capito, ma basta percepirlo per intuire quello che c’è di falso e ambiguo nella vita di ognuno di noi. Ecco che al protagonista poco importa di ricordare del suo passato: ciò che conta adesso è vivacchiare all’interno della casa/pensione di Meg e Petey, isolato e poco incline a incontrare gli altri che lo possano forzare a condurlo alla normalità. La sua oppressione interiore è abilmente camuffata dall’illusione di una apparente tranquillità fino a quando due ospiti non metteranno in crisi la sua stessa esistenza, proprio nel giorno del suo compleanno, vero o presunto che sia. I personaggi, ciascuno per la propria parte, si muovono sulla scena con atteggiamenti quanto mai innaturali, eccessivi in ogni tratto, proprio a confermare quanto di recitato e di represso ci sia in noi. Certamente al protagonista farà male ogni interferenza, percepita come negativa perché lo obbliga suo malgrado a fare i conti con qualcosa che si era voluto seppellire, un fantasma quanto mai inopportuno che sarebbe meglio allontanare per ritornare nel soffice nucleo protettivo che lui stesso si era faticosamente costruito. Per tutto questo Stein non ha bisogno di costruire una scena pesante, bastano pochi semplici arredamenti per rappresentare situazioni assurde con un cast da lui già sperimentato. Maddalena Crippa e Alessandro Averone, entrambi attori di grande talento, rappresentano egregiamente i due personaggi principali: la maliziosa Meg, dall’atteggiamento quasi materno e protettivo, e il trasandato Stanley, dagli scatti nervosi e incontrollati, quasi a dimostrare quanto di insensato domini l’umanità.
data di pubblicazione:1/02/2023
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