con Claudio Casadio e Valerio Santoro
(Teatro Diego Fabbri – Forlì, 30 ottobre/1 novembre 2026)
Ha debuttato al Teatro Diego Fabbri di Forlì Emigranti di Slawomir Mrożek, grazie a un eccezionale sforzo produttivo che ha messo insieme Accademia Perduta/Romagna Teatri e il Teatro Biondo di Palermo con gli stabili di Friuli Venezia Giulia, Catania e Abruzzo. Leo Muscato – affermato regista di opera e teatro – dirige Valerio Santoro e Claudio Casadio nel testo di sconcertante attualità del drammaturgo polacco, datato 1974. Una corrosiva e grottesca riflessione sulla condizione politica dell’uomo di oggi, vista dalla prospettiva di due personaggi – un intellettuale deluso e un misero operaio – intrappolati in un seminterrato e stranieri in un paese senza nome.
Quando il sipario si apre e mostra la scena si rimane affascinati dalla monumentale macchina girevole ideata dalla scenografa Federica Parolini per dare forma al tugurio dove vivono gli emigranti del titolo. La stanza sotterranea, squallida e senza finestre è un affastellamento di tubature di scarico e riscaldamento. Un avvilupparsi di scale, metallo, spigoli e luoghi angusti. L’elemento della verticalità domina la visione: il sopra rimane inaccessibile, mentre il sotto è un luogo disumano adattato alla sopravvivenza dai due personaggi che vi sono forzati.
Il primo è un intellettuale disilluso, retorico e verboso. Forse un dissidente politico, ma comunque abitato da idee rivoluzionarie. È avvilito dal peso del fallimento per non essere ancora riuscito a portare a termine la scrittura del suo trattato sulla schiavitù moderna. Il secondo è un contadino, diventato operaio nel paese dove è emigrato da anni e mai integrato. Tra i due è quello pragmatico e ha il solo obiettivo di accumulare abbastanza soldi per riuscire a tornare un giorno trionfante nella terra natia da dove è partito.
Sono personaggi fortemente polarizzati, ma dipendenti l’uno dall’altro, obbligati a darsi sostegno nella microsocietà che hanno costruito. L’uno cerca di sopraffare l’altro in un continuo scambio verbale che, di volta in volta, determina chi è l’esaminatore e chi l’esaminato.
Valerio Santoro è l’intellettuale che ha rinunciato alla protesta. La sua interpretazione sottolinea infatti il lato malinconico del personaggio, sempre nell’atteggiamento riflessivo e rassegnato di chi, con amara consapevolezza, ha accettato la sconfitta. All’opposto c’è l’operaio di Claudio Casadio. Restituisce sulla scena un individuo bonario e popolare, in apparenza ingenuo, che con l’immaginazione arriva a costruire menzogne a cui finisce lui stesso per credere. È l’elemento comico della coppia, che la regia di Muscato orchestra con equilibrio lasciando agli attori la libertà espressiva necessaria a garantire fluidità e leggibilità al racconto.
Ciò che li accomuna è un dramma esistenziale: conoscono da dove vengono, ma sono bloccati in una condizione nella quale si sono abituati a vivere. Per entrambi è impossibile uscire e tornare da dove si è partiti. La porta messa in alto allo scantinato si apre, ma nessuno dei due ha il coraggio di oltrepassarla. Le valigie, che tengono nascoste gelosamente sotto il letto, non servono per viaggiare, ma per custodire quel poco di dignità che è rimasto delle loro vite.
La scenografia allora assume nuovi e inaspettati significati. Lo spettatore ha davanti a sé l’illusione di vedere un apparato cangiante. Ma in realtà è di fronte a una gabbia per topi, a un meccanismo che avviluppandosi su sé stesso costringe i personaggi a rimanere interrati nel loro formicaio. Statico nella sua apparente mobilità.
E poi c’è un’altra illusione, di natura semantica. La traduzione di Silvano De Fanti e l’adattamento di Muscato virano bruscamente dal tema della migrazione a quello della schiavitù. Dal dramma dei personaggi si pesca una verità che ingloba ognuno. L’essere umano si crede libero, ma in realtà è sotto costante pressione delle proprie convinzioni e dei progetti che tiene stretti.
Dalle pieghe del testo emerge una critica alla modernità. Sopra le teste dei due emarginati si muove una società intenta a celebrare i suoi riti privati – è la notte di Capodanno – tra frivolezza, noncuranza e inconsapevolezza. Ed è qui che cambia segno la parola anarchico con cui il personaggio dell’intellettuale definisce se stesso. La parola, mantenuta dalle vecchie traduzioni, se detta oggi assume il significato di disilluso. Il capitalismo ha completamente neutralizzato la spinta rivoluzionaria, rendendo anarchico chi ha perso non solo la speranza, ma anche il senso del sacro.
Leo Muscato segna così una nuova frontiera interpretativa di un testo che, seppur datato e avvolto in atmosfere passate, ha ancora molto da dire all’uomo di oggi. Siamo tutti emigranti in una terra che non riconosciamo più. Siamo tutti cercatori di senso.
data di pubblicazione:06/11/2026
Il nostro voto: 






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