da Antonio Iraci | Ago 10, 2025
Munir è uno scrittore arabo esiliato da anni in Germania. L’unico contatto che gli rimane con il suo paese è attraverso le telefonate con la madre che soffre di demenza e pertanto neanche lo riconosce. A seguito di frequenti attacchi di panico, su suggerimento del suo medico, si allontana da Amburgo per una breve vacanza su un’isola sperduta al nord. In verità nel bagaglio porta con sé una pistola per porre fine alla sua vita. L’incontro con la donna che lo ospita nella sua guest house cambierà radicalmente il suo destino…
Ameer Fakher Eldin è un regista nato in Ucraina, ma di origini siriane. Oramai tedesco per naturalizzazione con Yunan, suo secondo lungometraggio, ritorna alle sue tematiche che riguardano il mondo arabo in generale e la ricerca di una propria identità da parte di chi è andato forzatamente in esilio. Munir, interpretato dall’attore libanese Georges Khabbaz, mostra una palese insoddisfazione per la sua vita, inevitabilmente lontana dalla sua casa e dai suoi affetti. Nella sua mente riecheggiano i racconti della madre, racconti che non si stancava mai di ascoltare e che ora si ripetono all’infinito come un mantra. Lui stesso lavora con l’immaginazione e si ritrova testimone di una coppia di pastori che vivono isolati e che non riescono più a comunicare.
L’uomo ignora le attenzioni della moglie perché, seguendo la narrazione, non può esprimersi non avendo una bocca, un naso e neanche le orecchie. Ovviamente si tratta di una metafora che il protagonista fa sua per descrivere lo stato d’animo di un uomo isolato nel nulla e privato di qualsiasi manifestazione d’amore. Quando ormai sembra tutto perduto, lo scrittore sentirà la solidarietà di Valeska (Hanna Schygulla), un’anziana donna che vive con il figlio e che con la sua semplicità e con le sue piccole attenzioni gli darà una nuova speranza. Il regista vuole parlare di un ritorno al luogo d’origine ma in effetti, nel suo caso, si tratta di attraversare un confine simbolico verso una patria che vive solo nella sua immaginazione. Un film fatto di gesti semplici e di sentimenti delicati, di una lotta senza fine per un futuro incerto e un profondo rammarico per ciò che si è lasciato dietro. In cerca di posti incontaminati, molte scene sono state girate nella campagna pugliese che sembrava evocare paesaggi biblici.
La sostanza del film sta proprio nell’indagare cosa rimane di una persona quando si sente persa e fino a quando il contatto umano potrà ancora esserle d’aiuto. Yunan esplora il non detto e i silenzi che si è costretti a lasciarsi dietro quando si abbandona il luogo d’origine. Per il protagonista ritirarsi su quell’isola remota sarà come avventurarsi fino ai confini del mondo per ritrovare in sé un percorso di rinascita e di resurrezione. Tutto quello che accade nel film rimane nel piccolo, in movimenti impercettibili che alimentano il suo isolamento nel modo di osservare la vita.
Il film, presentato in concorso alla Berlinale di quest’anno, non ha ottenuto alcun riconoscimento, nonostante le aspettative da parte del pubblico e della critica presente.
data di pubblicazione: 9/08/2025
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da Antonio Iraci | Ago 6, 2025
Nella tranquilla cittadina di Maybrook, in piena notte, tutti gli alunni di una classe elementare, ad eccezione di uno, si allontanano nello stesso momento da casa correndo verso una destinazione sconosciuta. Quando la mattina l’insegnante Justine entra in aula, solo Alex sarà presente. Interrogato più volte dai detective che hanno avviato le indagini, il bambino non fornisce alcun indizio del perché i suoi compagni siano spariti così misteriosamente nel nulla. Intanto sono in molti ad accusare di stregoneria la maestra…
Dopo l’imprevedibile successo al botteghino di Barbarian, che ha segnato il debutto alla regia di Zach Cregger, il regista statunitense si ripropone con Weapons ricalcando così il genere horror che gli aveva portato così grande fortuna. Lui stesso, in un’intervista, ha dichiarato che nello scrivere la sceneggiatura si era impegnato al massimo in uno script di cui non immaginava neanche da dove partire e soprattutto dove sarebbe arrivato. Senza entrare troppo nella trama, dove intervengono momenti di assoluto mistero e qualche traccia di splatter, si può ben dire che lo spettatore si troverà ben presto coinvolto emotivamente e trattenuto con una buona dose di suspense. Ottime le riprese e ottimo il montaggio che segue un ritmo incalzante. Il film è diviso in capitoli che seguono i diversi punti di vista dei protagonisti. Molto suggestiva la scena in cui i bambini escono di notte dalle proprie case e corrono verso qualcosa, come telecomandati da una forza soprannaturale.
Non è il caso di dire altro sulla trama per non svelare troppo e quindi far evaporare le legittime aspettative da parte del pubblico. Il film inizia con la voce narrante di una bambina che cerca di introdurre i fatti, si ritiene realmente accaduti, e come l’intera storia poi prenda il via nelle immagini vere e proprie. La piccola città di provincia è letteralmente sotto shock per la scomparsa dei bambini e subito viene sospettata la giovane insegnante Justine (Julia Garner). Probabilmente per il suo passato da alcolista e per la sua relazione poco chiara con un poliziotto della locale stazione di polizia che sta seguendo le indagini. Tra coloro che sono più convinti della sua colpevolezza si trova Archer Graff (Josh Brolin), padre di uno dei bambini scomparsi, che cercherà in tutti i modi di indagare per proprio conto.
Weapons vanta sicuramente un’ottima regia e, per le varie testimonianze ricavate nei singoli capitoli in cui è diviso, lascia il pubblico decisamente impreparato al finale. Questo rientra sicuramente nei canoni del genere di cui si tratta, ma proprio nell’epilogo sembra che il meccanismo debba proprio incepparsi. La conclusione risulta un poco confusa e spiazzante suscitando addirittura ilarità in alcuni momenti. Tutto ciò può essere considerato un po’ fuori luogo e rovinare l’atmosfera horror che il regista aveva cercato di creare fino a quel momento.
data di pubblicazione: 6/08/2025
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da Antonio Iraci | Lug 28, 2025
Rebekah e Chris insieme ai figli Tyler e Chloe si sono da poco trasferiti in una bellissima casa in una zona residenziale. Dopo essersi sistemati, la ragazza inizia a sentirsi osservata da una presenza invisibile che lei stessa attribuisce a Nadia, l’amica recentemente scomparsa. Superato il comprensibile scetticismo iniziale, anche gli altri membri della famiglia si accorgeranno ben presto che qualcosa di soprannaturale aleggia per le stanze…
Dopo Black Bag, di appena pochi mesi fa, arriva nelle sale italiane l’attesissimo Presence, già presentato in anteprima al Sundance Film Festival dello scorso anno. Soderbergh sperimenta per la prima volta in tutto, quindi non solo per la regia ma anche per la fotografia e il montaggio, il genere ghost, manipolandolo però sostanzialmente e creando un’idea cinematografica tutta sua. Sin dalla prima scena, nella casa ancora buia e disabitata, lo spettatore in soggettiva insieme alla “presenza” si trova ad aggirarsi per gli spazi in un ampio piano sequenza. Le inquadrature, volutamente distorte dall’uso continuo del grandangolare, diventano essenziali per avere una visione dell’insieme e cogliere ogni minimo dettaglio scenografico. Geniale poi l’uso di intervalli regolari a schermo nero, funzionali a far riprendere fiato su ciò che si è visto e creare la suspense per la scena successiva. La sceneggiatura, ancora una volta affidata a David Koepp, apparentemente risulta rarefatta per dare spazio agli interventi del soprannaturale ma di fatto affronta temi molto profondi che coinvolgono in varia misura i singoli personaggi. Alla base c’è ancora una volta il tema della crisi all’interno della famiglia e dei rapporti interpersonali rimasti irrisolti. Rebekah (Lucy Liu) è una donna in carriera che non riesce ancora ad inserirsi nelle proprie dinamiche familiari e concentra la propria attenzione solo verso Tyler (Eddy Maday), il figlio sbruffone al quale rivolge le proprie confidenze. Chris (Chris Sullivan), sia nella veste di marito che di padre, deve ancora risolvere i propri problemi personali e soprattutto liberarsi del rapporto devastante con la propria madre. Infine ritroviamo Chloe (Callina Liang) distrutta per la perdita dell’amica del cuore e lei stessa stupita, più che spaventata, dalla sua presenza spirituale. Ed è proprio questa presenza che in fondo è l’unico deus ex machina che interviene per il bene, per proteggere chi più ha bisogno e per punire la malvagità. Al di là delle riprese e del montaggio perfetto, Soderbergh con Presence ha creato un film che riesce a calibrare le singole componenti per coinvolgere lo spettatore in prima persona. Lui stesso diventa così protagonista della scena, sa dove e quando intervenire per evitare il peggio e riportare il giusto equilibrio. In ogni istante si percepisce l’originalità del regista, la sua capacità di creare un’esperienza cinematografica unica e imperdibile.
data di pubblicazione:28/07/2025
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da Antonio Iraci | Lug 15, 2025
Ivan, giovane poeta, è isolato in manicomio perché ritenuto schizofrenico. Ha dichiarato di aver incontrato casualmente un certo Woland che lo ha intrattenuto su questioni filosofiche e religiose. Il misterioso soggetto afferma l’esistenza di Dio e dello stesso Gesù, avendo personalmente assistito al suo processo e alla sua condanna a morte. Il Maestro, che ha perso il suo nome, è pure lui internato in quanto ritenuto pazzo. Poco prima del debutto, la sua pièce teatrale su Ponzio Pilato, in programma in un famoso teatro di Mosca, viene annullata. I critici letterari sovietici ritengono la sua opera contraria all’ideologia stalinista e una palese apologia di Gesù Cristo…
Impresa non certamente facile affrontata con destrezza dal regista americano, di origini russe, Michael Lockshin per il film tratto dell’omonimo romanzo di Bulgakov. Letteralmente acclamato in Russia e energicamente osteggiato, per ovvi motivi, dal regime di Putin, Lockshin è riuscito a catturare appieno l’essenza del racconto creando un clima unico e avvincente, un mondo di magia e mistero dove lo stesso spettatore si trova catapultato. La storia segue le vicende rocambolesche del Maestro, che ha scritto un’opera su Ponzio Pilato, e della sua giovane amante Margherita, anche lei coinvolta in una serie di avventure che hanno del soprannaturale. In un’atmosfera rarefatta e suggestiva, ambientata a Mosca negli anni ’30, in pieno fervore per l’ascesa del regime comunista, si muovono vari personaggi. Tra questi Woland (August Diehl), un enigmatico professore tedesco che di fatto è la personificazione di satana, e il suo entourage dove fa bella mostra di sé Behemoth, un gatto parlante. Il Maestro (Evgenij C’igardovič) ne diventa complice rifugiandosi in un mondo immaginario dove la stessa realtà è messa in discussione travolgendo anche il suo intenso rapporto con l’affascinante Margherita (Julija Snigir). Tra i due si instaurerà una storia d’amore alquanto tormentata in quanto la donna è sposata con un uomo molto ricco del quale non può liberarsi. Ottima interpretazione dell’attrice e modella russa che ha saputo rendere credibile un personaggio con una grande sofferenza interiore ma anche capace di diventare musa ispiratrice del nuovo romanzo del Maestro. Il film riesce bene a suggestionare la fantasia dello spettatore soprattutto nella prima parte mentre verso il finale si perde in eccessive lungaggini. Dopo il suicidio, Margherita incontra satana diventando lei stessa la regina delle tenebre che dirige un ballo demoniaco del quale faranno parte molte anime malvagie dell’inferno. Il Maestro e Margherita lascia intravedere, in maniera più o meno palese, l’assurdità di un regime e della sua contorta ideologia, chiaro riferimento a tutte ciò a cui stiamo assistendo quotidianamente. Occasione unica per riflettere sulla natura dell’arte e della creatività in generale che oggi trovano opposizione in molte società. Un film che sicuramente non deluderà tutti i fanatici del romanzo di Bulgakov e che appassionerà anche tutti coloro che non lo hanno letto, coinvolgendoli in un’esperienza cinematografica unica e avvincente.
data di pubblicazione:15/07/2025
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da Antonio Iraci | Giu 28, 2025
(Teatro Biondo d’estate – Complesso Monumentale di Sant’Anna alla Misericordia, Palermo, 27/28 Giugno 2025)
Giusto è nato su una minuscola isola popolata esclusivamente da uccelli che hanno scelto proprio quello scoglio impervio per nascere e per morire. Lui si chiama così per un malinteso con l’ufficiale dell’anagrafe. Abita a Milano, lavora in un ente pubblico e condivide casa con una donna che non incontra mai. Con loro vive anche Salvatore, un calabrone che cerca invano una via di fuga dalla sua situazione claustrofobica. Giusto si sente sempre fuori posto in un mondo di ingiusti che approfittano della sua natura docile e della sua disponibilità verso tutti…
Rosario Lisma, siciliano doc, scrive e interpreta un testo che ha il sapore del grottesco ma che, nello stesso tempo, induce a una profonda riflessione sulla vita di oggi. Il protagonista è una figura mediocre per la società in cui viviamo, unico e solo in un mondo dove impera il principio di auto referenzialità. Come un personaggio kafkiano, Giusto vive nell’ombra della sua stessa esistenza, circondato da gente senza scrupoli che mira esclusivamente ad affermare il proprio ego ipertrofico. I suoi colleghi scaricano su di lui le proprie frustrazioni, convinti di poter vivere a scapito degli altri perché si sentono superiori e quindi degni di ammirazione. L’unico soggetto che è disposto ad ascoltarlo e consigliarlo per il meglio sarebbe il calabrone con il quale condivide casa. Per la verità anche lui non se la passa proprio bene. La sua tenacia lo spinge a disegnare enormi finestre sui muri della sua stanza per poi tentare di attraversarle. Solo lui incoraggia Giusto a perseverare nella realizzazione del suo unico desiderio. Un desiderio al momento irrealizzabile che consiste nel poter baciare almeno una volta Sofia Gigliola, detta la Balena per le sue più che generose forme. Lei è la figlia del suo capo, temutissimo da tutto il personale che manifesta nei suoi confronti fedeltà e sudditanza. In questo sentito monologo, pieno di battute amare ma anche sagaci, Lisma dimostra una notevole bravura e disinvoltura recitativa. La scena è praticamente vuota come vuota è l’atmosfera che circonda il protagonista. Un’attenta analisi sulla natura del proprio essere e di come poter apparire, a rischio di snaturare l’essenza delle cose. L’illusione di poter controllare ogni situazione per porre sé stessi al centro di un universo che si sfalda giorno per giorno e non lascia speranza di redenzione. Lo spettacolo, prodotto dalla Fondazione Luzzati Teatro della Tosse, è presentato nel grandioso portico rinascimentale del chiostro seicentesco del convento dei padri Francescani, oggi sede della Galleria d’Arte Moderna di Palermo. Ottima location dove il teatro incontra la Città e la Città incontra sé stessa attraverso l’arte.
data di pubblicazione:28/06/2025
Il nostro voto: 
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