(Spazio Diamante – Roma, 24 ottobre 2026)
La storica bottega di ricerca e sperimentazione teatrale Animali Celesti ha riportato in scena Canto d’amore alla follia, uno spettacolo che quest’anno celebra il suo decennale. Inserito nel programma della quarta edizione di Officine Teatrabili – il festival diretto da Rossella Marchi che ha portato sui palchi di Roma e delle città marchigiane di Jesi e Montecarotto spettacoli di drammaturgia contemporanea realizzati da artisti con disabilità – il lavoro restituisce il paradigma esatto di una parabola d’amore. Protagonisti sono un poeta e la follia, l’oggetto a cui rivolge il proprio desiderio. In scena il fondatore e direttore della compagnia, Alessandro Garzella, affiancato da Francesca Mainetti, sua collaboratrice artistica fin dagli anni Novanta.
Un poeta compone il suo inno d’amore alla follia, che per definizione è sfuggente, volatile, imprevedibile e bizzarra. Per descriverla bisogna ricorrere ai grandi testi della letteratura mitologica, poetica, religiosa. Ora è una dea, la più bella; ora una cerbiatta inseguita da un capriolo fin sopra le vette più alte. Trasforma anche il poeta che per lei, come Orlando, per amor venne in furore e matto.
Si recupera il significato etimologico della follia, indicato dai latini. È il “sacco vuoto”, privo di senno, perché rigetta la logica tradizionale che incatena gli uomini alla staticità e all’inerzia. Diventa per loro invece madre e nutrice di pensieri liberi.
Il poeta la contempla nel suo volteggiare. La desidera, la chiama, urla il suo nome. Da lei si lascia trascinare. Il desiderio diventa carnale: vuole toccarla, annusarla, sentirla con l’anima più ancora che con il corpo. Senza impedimenti, la bestialità vive affianco alla divinità. L’armonia del creato è ristabilita, gli opposti ritrovano pace. È la fine della paura e del pericolo: l’indifeso non è più sotto minaccia. Il basso della natura umana, nella sua componente bestiale e pulsionale, può dignitosamente sposare l’alto spirituale dell’assoluto, dell’infinito.
L’azione scenica di Alessandro Garzella, da sempre impegnato in teatro tra azioni performative e formative, riporta lo spettatore davanti all’essenziale: un uomo, una donna, una relazione. Lo spazio vuoto del palcoscenico si trasforma in un luogo che impone la libertà espressiva per il corpo e l’anima. La sala teatrale tutta è il luogo di solitudine pubblica, dove la presenza del pubblico è fondamentale e davanti al quale ci si mostra con confidenza e senza vergogna.
La missione del poeta è sacra: modificare il mondo con l’energia dell’amore applicata al teatro. La scena si carica allora di uno scopo nobile, quello di diventare uno spazio sociale dove l’uomo ritrova la verità. E il vero si ritrova solo attraverso la relazione, che qui prende la forma della triade attore/parola/spettatore. Il teatro è l’unico contenitore capace di tenere insieme l’altro da noi in uno spazio onirico rivelatore di istinti, incubi e paure.
Quale turbinio di emozioni suscita nello spettatore uno spettacolo come questo. Si scopre che l’amore ha la forza di rivoltare l’uomo come un calzino. Di stravolgere l’animo del poeta. Quando passa, nulla rimane come prima. Nel gioco metateatrale, le cuciture che tengono insieme il filato si svelano alla vista dello spettatore. E si scopre che la verità è un perfetto gioco di equilibrio di forze opposte che tengono in piedi la bellezza.
data di pubblicaione:31/10/2026
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