PROSIT! Nuove drammaturgie per un nuovo teatro

PROSIT! Nuove drammaturgie per un nuovo teatro

(Altrove Teatro Studio – Roma, 30 aprile 2023)

Fatmachine di Matteo Francomano vince la seconda edizione di PROSIT!, il concorso ideato dall’Altrove Teatro Studio. Uno spazio creativo che premia le giovani compagnie emergenti del teatro italiano, ideato e curato da due tenaci e carismatici artisti, Ottavia Bianchi e Giorgio Latini.

 

Anzitutto l’Altrove Teatro Studio di via Giorgio Scalia 53 a Roma è un luogo dove l’entusiasmo creativo e la seria formazione sono messi al primo posto. Un luogo dove il teatro è mestiere, preparazione, ubertosa passione, azzardo. E se anche registrasse l’esito del fallimento (perché questo è il rischio che si corre a volte quando si affronta un percorso contemporaneo di drammaturgie e messe in scena) il merito rimane comunque quello di vedere la prova come un atto di coraggio e quindi come una vittoria già perseguita.

Percorrendo la rampa in discesa che porta al cortile dove si affacciano le sale dell’Associazione di promozione sociale “I pensieri dell’Altrove”, fondata e diretta dal 2012 da Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, si respira già un’aria elettrizzante di attesa e curiosità. Non scoraggia la pioggia che la sera di domenica 30 aprile cade incessante come fosse novembre. La serata in programma chiude il cartellone di questa stagione.

Sul palco sono stati presentati quattro corti teatrali, della durata di poco più di dieci minuti l’uno, scelti tra tutti i lavori inviati al teatro da quelle compagnie emergenti nella scena italiana che hanno voluto confrontarsi con il genere della prosa. Il vincitore è stato decretato da una giuria di esperti insieme a un pubblico giovanissimo presente in sala, chiamati a esprimere la propria preferenza su una scheda di valutazione che poi è stata consegnata allo staff del teatro. Patrizia Ciabatta ha presentato con simpatica e trascinante energia la serata.

Tra i lavori proposti la menzione come miglior testo è andata a Tre giorni di Federico Malvaldi, che affronta con nero umorismo il delicato tema della malattia e delle complesse relazioni che si stabiliscono tra chi assiste e chi è assistito. Silvia Rossetti è invece l’autrice di La danza delle api, dove il mondo degli adulti e quello dei ragazzi è messo a confronto nello studio di una psicologa che indaga le ragioni dell’autolesionismo di Minerva, la sua giovane paziente. Matteo Santinelli trascina lo spettatore nell’atmosfera inquietante dei bagni di una scuola dove una ragazza cerca di dissuadere due studenti dal preparare un attentato; Giganti piccoli piccoli riflette un tema attuale, che riporta alla mente le tristi notizie fin troppo frequenti delle sparatorie che colpiscono le scuole americane.

A vincere il premio del pubblico e della giuria come miglior testo e messa in scena è stato però Fatmachine del giovane attore e autore palermitano (classe 1992) Matteo Francomano. Il monologo, portato in scena da Eleonora Bernazza, tratta con coinvolgente ironia e sicura intelligenza teatrale l’obesità di Gigi, costretto a sfidare l’impossibile – soprattutto estenuanti sedute in palestra – per entrare, anche fisicamente, in un mondo che forse sta stretto un po’ a tutti. Il premio vinto da Francomano è ricco poiché somma il gradimento della giuria e del pubblico. Lo vedremo debuttare quindi nella prossima stagione teatrale dell’Altrove Teatro Studio 2023/2024.

Quando ci si prefissa di rappresentare la realtà nelle sue molteplici angolazioni il traguardo si raggiunge sempre. E il teatro, si sa, è quel luogo dove le storie prendono corpo. Le storie che ci raccontano chi siamo e che ci indicano dove siamo diretti.

data di pubblicazione:05/05/2023

COSÌ È (SE VI PARE) di Luigi Pirandello, con Milena Vukotic, Pino Micol e Gianluca Ferrato, regia di Geppy Gleijeses

COSÌ È (SE VI PARE) di Luigi Pirandello, con Milena Vukotic, Pino Micol e Gianluca Ferrato, regia di Geppy Gleijeses

(Teatro Quirino – Roma, 11/23 aprile 2023)

Parabola pirandelliana sulla relatività della verità. Lo strano comportamento del Signor Ponza, che tiene segregate la moglie e la suocera, la Signora Flora, in due appartamenti separati, desta la ridicola e invadente curiosità di un gruppo di borghesi di provincia.

  

Se un pittore ha bisogno di una tela bianca per cominciare la sua opera, per un uomo di teatro basta un palcoscenico spoglio di scene e luci per dar vita a uno spettacolo.

Così dalla fantasia del regista Geppy Gleijeses – voce fuori campo alter ego dell’autore siciliano – fa la sua apparizione un gruppo di figurine minuscole, fiammelle guizzanti nel buio pesto della scena, in forma di ologramma (finzione nella finzione) nella creazione video dell’artista Michelangelo Bastiani, prima che i veri attori facciano il loro ingresso sul palco. Sono presi a disquisire sui fatti che riguardano il nuovo impiegato della Prefettura, il Signor Ponza. Li anima il pettegolezzo e il malsano desiderio di sapere perché l’uomo tiene separate – secondo loro ingiustamente – la moglie e la suocera in due diverse abitazioni senza permettere alle donne di incontrarsi.

Soperchierie accusa Laudisi, unica coscienza a distaccarsi dalla tracotanza e dalla sopraffazione che tutti hanno nei confronti dei nuovi arrivati in paese. Soperchierie inutili e dannose perché già sa che la verità non si può catturare, non si può definire. Non può far altro che ridere di cuore e consapevolmente, nella azzeccata interpretazione di Pino Micol (divertito burlatore), del manipolo di curiosi. Loro sì, inconsapevoli di essere fonte di riso – un po’ come lo siamo noi che assistiamo al dramma, vogliosi di vedere come va a finire. Gleijeses esaspera fino alla caricatura la ridicola, indiscreta, pettegola e maligna curiosità del popolino travolto dalle conferme e dalle smentite dei poveri inquisiti tanto da creare un netto e interessante contrasto – soprattutto recitativo – con i personaggi seri del dramma: la Signora Flora (Milena Vukotic) e il Signor Ponza (Gianluca Ferrato). È in questo contrasto (visibile ancora negli splendidi costumi primo Novecento di Chiara Donato) che spicca per maturità artistica e profondità umana la commovente Signora Flora di Milena Vukotic, già diretta qualche anno fa dal regista in Le sorelle Materassi. Tanto fragile in apparenza e voce quanto potente, intensa e emozionante nella parte. I monologhi della Vukotic e di Ferrato sono inoltre sospesi sul vertiginoso tappeto musicale creato da Teho Teardo che ne sottolinea la criticità, come se le parole camminassero tenendosi faticosamente in equilibrio tra una visione e l’altra della verità.

Quando si accendono le luci il buio della prima scena, che sottendeva a un’attesa creativa, lascia il posto a un altro tipo di buio, all’incubo. L’atmosfera è livida, crepuscolare, soffocante, riempita da Roberto Crea di superfici riflettenti che giocano la doppia funzione di specchi e insieme di vetri da dietro i quali appaiono o vengono inghiottite figure. Una metafora della verità che ha la capacità di moltiplicarsi in tanti punti di vista secondo quante sono le persone che la interpretano. Ma anche impalpabile, come una figura che appare dietro la trasparenza di un vetro. Si può vedere, ma non si può catturare. Ci si può avvicinare, ma non se ne carpirà mai fino in fondo il vero significato. “Io sono colei che mi si crede” dirà la signora Ponza quando finalmente apparirà in scena, anche lei moltiplicata nelle innumerevoli visioni di una verità inafferrabile.

data di pubblicazione:16/04/2023


Il nostro voto:

SCRIVI SEMPRE A MEZZANOTTE. AN ANDROGYNUS MIND, con Iaia Forte e Annalisa Canfora, a cura di Elena Munafò

SCRIVI SEMPRE A MEZZANOTTE. AN ANDROGYNUS MIND, con Iaia Forte e Annalisa Canfora, a cura di Elena Munafò

(OFF/OFF Theatre – Roma, 4/6 aprile 2023)

Una storia d’amore e di amicizia raccontata attraverso uno scambio infinito di lettere. La relazione delle scrittrici Virginia Woolf e Vita Sackville-West in dialogo con le immagini tratte dall’antologia pittorica di Paola Gandolfi al teatro OFF/OFF di via Giulia.

Sorprende sempre la capacità del teatro di far dialogare con coerenza prodotti culturali e artistici nati in contesti e con finalità del tutto differenti. Nuovi significati si producono, sopiti aspetti conquistano la ribalta, inaspettate angolature mostrano altre bellezze. L’opera ne guadagna.

Così Scrivi sempre a mezzanotte. An androgynus mind mette insieme sulla scena brani tratti dalla corrispondenza tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West letti dalle attrici Iaia Forte e Annalisa Canfora con la proiezione a tutto sfondo delle opere pittoriche dell’artista romana Paola Gandolfi. La regia di Elena Munafò propone una lettura agita delle pagine più salienti e intense scelte tra le 136 lettere presenti nel volume edito da Donzelli (2019) – sempre a cura della Munafò per la traduzione di Sara De Simone e Nadia Fusini – a loro volta selezionate dal ricco carteggio di più di cinquecento missive che le due scrittrici, amiche e amanti si scambiarono ininterrottamente a partire dagli anni ’20 dello scorso secolo fino a pochi giorni prima del suicidio di Virginia Woolf alla fine di marzo del 1941.

Una tipologia di testi non destinati alla scena, ma a una fruizione intima, privata, esclusiva e fortemente contestualizzata. Come i dipinti di Paola Gandolfi – selezionati in buon numero dai lavori svolti dalla pittrice in oltre quarant’anni di attività – che di certo non erano nati per diventare scene teatrali, ma per raccontare la poetica tutta declinata al femminile dell’artista, le sue riflessioni intorno al corpo della donna, raffigurato a brani, quindi a pezzi, su sfondi monocromatici di colori caldi e luminosi.

Le immagini surreali di Paola Gandolfi mostrano teste di donna, braccia, seni, gambe, ventri e sessi. Galleggiano come elementi isolati in attesa di ricongiungersi in una sorta di brodo primordiale, che è lo sfondo non solo dei dipinti, ma anche delle due attrici sul palco. Virginia e Vita attendono di ricongiungersi anche loro, di rivedersi. Nel frattempo, da lontano, senza mai incontrarsi, si scrivono lunghe e appassionate lettere. Lottano contro la solitudine e la mancanza l’una dell’altra, aspetti questi amplificati dalle immagini dietro di loro. Raccontano le loro giornate, gli impegni che le tengono occupate. Esprimono il bisogno di incontrarsi ancora e magari di poter viaggiare insieme in posti lontani solo loro due.

Sulla scena Iaia Forte è una sensuale, tenera e a tratti capricciosa e ironica Virginia Woolf. Ne marca la calda femminilità, fatta di desiderio e attenzione, in attesa spasmodica di un cenno dall’amata. Gelosa quasi fino alla pazzia. Annalisa Canfora invece impersona una Vita Sackville-West più indipendente e emarginata, che sa viaggiare per il mondo da sola (non si fanno accenni al fatto che era sposata con un diplomatico del governo britannico), di aspetto androgino e di temperamento dominatore. I costumi di Allegra Pallotti aiutano molto a definire i personaggi, per uno spettacolo alla fine coerente nelle parti che lo compongono e chiaro per il messaggio che vuole lanciare. L’universo femminile è un luogo di bellezza e profondità al quale ci si deve avvicinare senza pregiudizi e stereotipi. È un campo sterminato nel quale si può riposare e guardare le cose con leggerezza. Dice Virginia a Vita: “Era molto bella la lettera che hai scritto alla luce delle stelle a mezzanotte. Scrivi sempre a quell’ora, perché il tuo cuore ha bisogno del chiaro di luna per liquefarsi.”

data di pubblicazione: 08/04/2023


Il nostro voto:

IL SOCCOMBENTE da Thomas Bernhard, riduzione di Ruggero Cappuccio, regia di Federico Tiezzi, con Sandro Lombardi

IL SOCCOMBENTE da Thomas Bernhard, riduzione di Ruggero Cappuccio, regia di Federico Tiezzi, con Sandro Lombardi

(Teatro Vascello – Roma, 21/26 marzo 2023)

Continua l’indagine della Compagnia Lombardi-Tiezzi sulle arti tratta dalla trilogia di romanzi dello scrittore e drammaturgo austriaco Thomas Bernhard. Questo secondo capitolo dedicato alla musica segue Antichi maestri, che rifletteva invece sulla funzione dell’arte pittorica. In scena al teatro Vascello Il soccombente nella riduzione teatrale di Ruggero Cappuccio dalla traduzione di Renata Colorni. (foto di Giusva Cennamo)

 

 

 

Al centro della scena, alta e imponente, si staglia una cornice di luce a forma triangolare. La rigida geometria di questa immagine colpisce per eleganza e simmetria. L’occhio si abitua fin da subito a un’idea di perfezione. Non ci sono dubbi che si tratti della raffigurazione simbolica della relazione che lega i tre personaggi di cui narra la vicenda. Una relazione prima di tutto professionale nata anni prima al Mozarteum, prestigioso conservatorio musicale di Salisburgo, dove i tre avrebbero dovuto perfezionare la loro tecnica pianistica a lezione da Vladimir Horowitz. In realtà solo uno di loro riuscirà per tenacia, genialità e dote naturale ad arrivare alle vette della perfezione musicale e del virtuosismo artistico. È Glenn Gould, famoso per aver lasciato una delle più stupende esecuzioni delle Variazioni Goldberg di J. S. Bach. Nella struttura triangolare non può che occupare il vertice in alto, mentre gli altri due, Wertheimer e l’amico narratore della storia, sono destinati a rimanere schiacciati in basso e a soccombere. Al centro della scena un pianoforte Steinway che rimane però muto oggetto, più simile a un catafalco che a uno strumento di espressione artistica, simbolo di un potere distruttivo che può avere l’arte se presa come sfida e sconfitta anziché come esempio.

Fu proprio durante il primo ascolto delle Variazioni suonate da Gould che i due amici decisero di abbandonare lo studio del pianoforte, rinunciando per sempre alla carriera di concertisti. Fu quello il momento che decretò il loro fallimento, la loro frustrazione. Wertheimer infatti si sarebbe suicidato anni dopo, impiccandosi a pochi passi dalla casa della sorella che, stanca di essergli a servizio, lo aveva abbandonato al suo destino; mentre l’altro sarebbe rimasto a vagare per l’Europa torturato dai ricordi con il solo scopo di scriverne un libro.

La storia prende forma proprio da ciò che vive nella memoria del personaggio narratore impersonato da Sandro Lombardi. Un uomo ormai anziano ossessionato dal ricordo di Glenn Gould, il quale non compare però in scena se non rievocato in immagini di repertorio proiettate da uno schermo. Con lui sul palco appaiono due figure evanescenti, i fantasmi di Wertheimer e della sorella di questo, a cui danno corpo Martino D’Amico e Francesca Gabucci. Sono gli interlocutori di un dialogo interiore, che rimangono incastrati in una luce secondaria, irreale, mai diretta e naturale come quella che illumina il personaggio narrante. Sono il giusto contrappunto che nella partitura registica di Federico Tiezzi si accompagna alle inconfondibili sonorità della voce di Sandro Lombardi, nonostante il testo drammaturgico non sembri andare oltre o stravolgere la struttura linguistica e narrativa del romanzo. La melodia si arresta definitivamente sul finale, quando senza riuscirci il narratore si siede sullo Steinway per un ultimo inutile tentativo di farlo suonare. La verità è che l’uomo è infelice nella sua essenza, impossibilitato a raggiungere la perfezione. Non gli resta che aspettare muto la morte che venga a liberarlo.

data di pubblicazione:25/03/2023


Il nostro voto:

FUCKED di Penny Skinner, regia di Martina Glenda, con Chirastella Sorrentino

FUCKED di Penny Skinner, regia di Martina Glenda, con Chirastella Sorrentino

Fucked ovvero il teorema della relazione impossibile. Incastrata nella cornice di una favola, una donna si guarda allo specchio e ripensa a tutte le relazioni di amore finite male, a quante volte la vita l’ha fottuta.

 

Capita nella vita che per poter prendere una decisione, o solo per tirare avanti, bisogna fermarsi e guardare indietro. A volte succede anche di chiedersi da dove si è partiti per arrivare a vivere una condizione che non ci piace. Partendo da un oggi che nella pièce Fucked di Penny Skinner è il 2008, la protagonista di questo racconto ripercorre a ritroso le tappe che hanno segnato il fallimento che grava sul suo presente. Si chiama semplicemente F il personaggio del divertente monologo con il quale l’autrice si è fatta conoscere a un pubblico più ampio. Cerca di guadagnarsi da vivere ballando in un locale frequentato da soli uomini. Ma l’approccio con l’altro sesso si rivela sempre un fallimento sotto un duplice aspetto. Dal punto di vista economico, perché ha la sfortuna di avvicinare solo clienti squattrinati che si riempiono la bocca di storie false sulla loro posizione lavorativa. Ma anche e soprattutto per l’illusione che le danno di essere quel principe azzurro che sognava di incontrare da ragazzina. Le delusioni si ripresentano di regola ogni anno sempre la notte di capodanno. Gli uomini che incontra sono una fregatura costante. Le lasciano addosso sempre quel senso di colpa che si prova dopo una notte di sbronza che lei descrive come l’angoscia degli scemi, usando una parola in norvegese.

“È tutta colpa di Briget Jones …” e delle favole che ti raccontano da bambina, quando immagini che prima o poi verrà un principe azzurro a salvarti. Una favola simile la inventò anche lei quando era piccola e ora se la ritrova tra le mani scritta in un quaderno che sfoglia nella solitudine della sua stanza. Un principe, il più valoroso e forte di tutto il reame, si innamora di una seducente contadina. La passione tra i due amanti si infuoca, ma lui deve partire per terre lontane. La povera contadina non ha altra scelta che aspettare il suo ritorno. È la legge che governa queste storie. Ma nella vita reale il principe non torna e bisogna trovare un modo per andare avanti, o almeno per sopravvivere. L’anestetico F lo trova nell’alcol e nella droga. Non diventa tossicodipendente per disperazione o per trovare una soluzione semplice ai problemi della vita; semmai cade per ingenuità nelle trappole di un mondo sempre pronto a fottere chi è più debole.

F, in fondo, è un personaggio che ispira tenerezza e l’interpretazione di Chiarastella Sorrentino, un’attrice di simpatica e travolgente energia, ce lo fa amare. Racconta questa storia come se fosse realmente sua, sincera quando fa dell’autoironia, arrivando a far capire a chi la segue tutto lo sforzo che mette F per far fronte a ciò che per destino ineluttabile è più grande e difficile per una come lei. Non perde mai il contatto e la complicità con il pubblico, che per simpatia andrà sempre dalla sua parte. Nessuno verrà a salvarla e forse è meglio così. La contadina si stanca di aspettare l’amato e capisce che la realizzazione personale arriva da quello che lei può fare per sé stessa e non da quello che è in potere ad altri di fare. Dopotutto la vera fregatura sta nell’assunto … e vissero felici e contenti, che non si verifica mai.

Lo spettacolo, inserito nella programmazione della scorsa edizione di Trend al teatro Belli di Trastevere, è stato diretto da Martina Glenda e prodotto da Khora Teatro. La traduzione è di Francesca Romana degl’Innocenti e Marco Casazza. Chiarastella Sorrentino sarà impegnata nei prossimi giorni ne La madre di Florina Zeller con Lunetta Savino, in scena al teatro Quirino per la regia di Marcello Cotugno.

data di pubblicazione:18/03/2023


Il nostro voto: