da Paolo Talone | Ott 21, 2025
Studio Doiz, con Lorenzo Carpinelli e musiche di Giacomo Toschi
(Teatro Felix Guattari – Forlì, 25 settembre 2025)
Il gruppo ravennate Studio Doiz, nato nel 2020 dalla fusione di cinque menti artistiche dalle differenti attitudini, spazia la sua produzione tra performance e radiodrammi, fino al monologo teatrale. Il loro ultimo lavoro, Ombrelloni, presentato a Forlì, propone un divertente ritratto dei bizzarri personaggi che popolano l’estate sulle spiagge romagnole, accompagnato da una riflessione profonda sui temi dell’inquinamento e delle questioni politiche che interessano la Riviera.
L’Emilia-Romagna è certamente la regione con il più alto numero di stabilimenti balneari, i famosi bagni, come sono chiamati da quelle parti. D’estate si popolano di turisti e frequentatori abituali perché il bagno è una questione identitaria: se ne frequenti uno, non puoi andare in un altro. Il primato del numero, però, non si ripete se si va a guardare la qualità delle spiagge, compromesse per l’inquinamento dovuto allo sfruttamento industriale. Su questo doppio filo narrativo si sviluppa la narrazione di Iacopo Gardelli, con Lorenzo Carpinelli protagonista del divertente monologo Ombrelloni, presentato in prima nazionale a Colpi di scena, la vetrina di teatro contemporaneo diretta da Ruggero Sintoni e Claudio Casadio di Accademia Perduta/Romagna Teatri (anche produttore dello spettacolo, insieme a Studio Doiz). In scena con Carpinelli la presenza silenziosa ma musicalmente incisiva del musicista-sassofonista – anche spalla comica – Giacomo Toschi.
Il suono del sax crea un’atmosfera da balera, suonando le melodie dei tormentoni che accompagnano da decenni le estati italiane. La scena è ambientata tra sdraio, ombrelloni e gonfiabili colorati di uno degli stabilimenti balneari della costa: il bagno Kursaal. La storia si popola di bagnanti, sbirciati al binocolo da Eros, il gestore che parla un dialetto strettissimo e incomprensibile. Tra bagnanti della “durmìa” e dello “smarezzo” – ossia tra quelli che intendono il mare come totale riposo al sole e quelli che invece ne fanno un’occasione di acchiappo – si consumano storie di tradimenti, conquiste, litigi di coppie, dj set e aperitivi in spiaggia. Viene fuori un ritratto allegro e bizzarro di un’umanità nella quale non si fa fatica a riconoscersi. Una satira sociale e politica che sembra uscita dalla penna pungente di Stefano Benni.
La vicenda del sindaco Butrigoni diventa il pretesto per narrare l’incidente della Tonina, una piattaforma per l’estrazione del gas situata proprio davanti agli stabilimenti, a deturpamento del paesaggio. La denuncia si sposta quindi sulle compensazioni alla cittadinanza, stordita da regate, festival e bagni in piscina, mentre le spiagge spariscono sotto i loro occhi colpite dall’erosione. Tra tutti, il piccolo, Sergio armato di paletta e secchiello, raccoglie granelli sabbia per portarla altrove, nel tentativo ingenuo ma simbolico di salvare la spiaggia della sua infanzia. Sono storie che vengono da lontano, il cui ricordo lentamente scompare. Come il suono del sax che nel buio si allontana trascinando con sé tutti i ricordi di estati ormai andate.
data di pubblicazione:21/10/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 21, 2025
con Anahì Traversi e Pietro De Pascalis
(Teatro Diego Fabbri – Forlì, 24 settembre 2025)
Prima nazionale al Teatro Fabbri di Forlì nell’ambito della vetrina di teatro contemporaneo Colpi di scena di Accademia Perduta/Romagna Teatri per Bovary, nuova produzione del progetto artistico MTM (Manifatture Teatrali Milanesi). Dopo Le notti bianche, ispirato al racconto di Dostoevskij, il regista Stefano Cordella e la drammaturga Elena C. Patacchini rivisitano un altro classico della letteratura: Madame Bovary di Gustave Flaubert. La riscrittura trasporta la relazione di Emma e Charles Bovary nell’epoca attuale, facendo emergere le divergenti caratteristiche di una coppia contemporanea.
L’inizio di una relazione porta sempre con sé una particolare bellezza. Lo spazio di vita davanti è vuoto, intatto, pronto per essere riempito. È un foglio di carta, candido e immacolato, su cui cominciare a scrivere una nuova storia. Di quel bianco è anche la parete che domina lo sfondo della scena: un muro su cui si proietta, ingombrante e inafferrabile, l’ombra di Emma Bovary.
Emma (Anahì Traversi) è una donna assetata di vita e nuove esperienze. Spera sempre in un cambiamento. Non trova appagamento né nella casa né nel lavoro di correttrice di bozze. E neanche nel marito, Charles (Pietro De Pascalis), che pure la ama alla follia. Di lui odia l’esuberanza e il protagonismo, quando invece è solo un uomo soddisfatto di quello che ha. Del suo lavoro di medico di base, di una pizzata con gli amici ogni tanto. Nella semplicità che lo distingue, tiene tutti i suoi ricordi chiusi in una scatola che la moglie vorrebbe gettargli via a ogni trasloco.
Da un lato, quindi, c’è la voglia incessante di Emma di cambiare tutto; dall’altro, il legame di Charles con il passato e con quanto è riuscito a guadagnare. Questo contrasto profondo tra loro è il cuore del rapporto e la scintilla che alimenta i litigi nella coppia. Nessuno dei due si sente pienamente nel posto giusto e le cose vanno avanti da sé perché forse è così che deve essere. Emma ha scelto Charles consapevole che lui avrebbe sempre chiesto scusa, che sarebbe stato un uomo “normale”, rassicurante. In una parola, sacrificabile.
Giunti nella nuova casa, Emma appende al muro un suo ritratto in abito scuro. Si intuisce che è l’immagine ottocentesca dell’originale flaubertiana Madame Bovary. L’eroina che muore suicida diventa così figura paradigmatica e simbolo di tutte le altre Emma che verranno dopo di lei. Anche della nostra Emma che, indossando l’abito nero del ritratto, ammetterà che il mondo sarebbe più bello senza di lei.
La regia è pulita e ben calibrata, anche nell’utilizzo delle luci. La bravura degli attori evidenzia perfettamente le differenze tra i due caratteri. L’inquietudine di Emma sbatte come contro un muro sulla pacata inerzia di Charles, mantenendo accesa la tensione narrativa. Lo spettacolo è atteso in scena l’11 e il 12 novembre al NEXT – Laboratorio delle Idee di Milano.
data di pubblicazione:21/10/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 21, 2025
progetto, drammaturgia, regia e interpretazione di Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi
(Teatro ExATR – Forlì, 22 settembre 2025)
Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi scrivono, dirigono e interpretano un lavoro intriso di ironia arguta e satira sociale. Per poter lavorare, due artisti di sinistra devono assecondare seducenti politici di destra al potere. Dopo la Sparanoia, Fettarappa torna con un testo di protesta, capace di dar voce alle sfide di una generazione alle prese con una società sempre più impoverita e degradante. A produrlo è ancora Agidi e Sardegna Teatro, a cui si aggiunge Emilia Romagna Teatro.
Come in una celebrazione pubblica e solenne di unità nazionale, il lavoro di Niccolò Fettarappa, scritto nel 2024 per la prima volta in coppia con Nicola Borghesi, inizia intonando l’inno di Mameli. È uno spettacolo dall’ironia amara, che ragiona sul presente e sul fatto che gli artisti, per poter lavorare, devono compiacere la politica dominante. Le destre hanno vinto le elezioni e la direzione del ministero della cultura – organo preposto all’erogazione dei fondi per lo spettacolo dal vivo – ha imposto un nuovo protocollo agli spettacoli. Neanche a dirlo, per non incorrere nella censura, temi, cast e professionalità coinvolte devono incarnare il meglio del made in Italy. Il dilemma è capire come due autori orientati politicamente a sinistra possano creare ora uno spettacolo di destra.
La satira prende di mira sia i luoghi comuni che animano sia il pensiero reazionario che quello progressista. Così se da un lato non è più possibile proporre spettacoli che nessuno capisce, dall’altro si ridicolizza lo scopo di creare spettacoli belli (con tutto quello che questo aggettivo generico, usato con chiara intenzione di banalizzazione, voglia intendere) per un pubblico più vasto e per una fruibilità maggiore. «Questo è uno spettacolo di valore. Questo è uno spettacolo tricolore», recita il ritornello.
Niccolò e Nicola, che sul palco usano i loro veri nomi, danno il via a una serie di scene in cui vengono evidenziate e derise tutte le contraddizioni e le ipocrisie della società italiana attuale. Emerge il populismo rissoso di un pensiero retrivo e tradizionalista, pervaso da bigottismo, razzismo e pregiudizio (molto più comune di quanto non si voglia ammettere). Dipingono il ritratto di una classe politica attenta ai confini e alla famiglia tradizionale, che promuove in contrasto al libertarismo concesso dalle generazioni precedenti. Denunciano la condizione di una classe operaia che, tradita da una sinistra radical chic ormai distaccata dai valori del lavoro, ora vota a destra.
Quadri, scene, personaggi, situazioni si susseguono uno dopo l’altro. Fettarappa e Borghesi si danno continuamente il cambio sulla scena, quando ancora non intrecciano dialoghi divertentissimi tra di loro o con il pubblico. La perfetta sintonia tra i due genera una comicità coinvolgente e puntuale. E denuncia l’amara condizione di una generazione disorientata, cresciuta senza stabili punti di riferimento, assuefatta a una retorica che smonta in continuazione le ragioni dell’altro rendendo relative le proprie. Sul finale non si assiste a un richiamo alla rivoluzione come ci si poterebbe aspettare – i tempi della lotta appartengono ormai al passato – quanto piuttosto a una richiesta del protocollo, che viene esaudita, di sacrificare un attore sull’altare del palcoscenico. Una sorta di pro patria mori privato però di qualunque dolcezza o onore nel gesto sacrificale.
data di pubblicazione:21/10/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 11, 2025
drammaturgia e regia Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses, Julia Varley
(Teatro Greco – Roma, 8/12 ottobre 2025)
Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa inaugura la stagione di prosa di un nuovo palcoscenico romano, il Teatro della città di Roma – Teatro d’Italia, per la conduzione della United Artist di Roberta Lucca. Gli spettacoli saranno ospitati al Teatro Greco, storica sala dedicata alla danza nel quartiere Salario fondata da Renato Greco e Maria Teresa Del Medico. La programmazione promette alta qualità e fruizione, con un cartellone ricco di grandi protagonisti del teatro italiano. La proposta spazia dai classici intramontabili alle nuove sperimentazioni teatrali italiane ed europee. Tra i nomi in evidenza Lorenzo Gleijeses, che porta in scena il personaggio di Gregorio Samsa, un artista della danza alla ricerca della perfezione, incastrato in un mondo di incomunicabilità e ossessioni.
Lo spettacolo di Lorenzo Gleijeses e Mirto Baliani nasce da un lungo e articolato lavoro avviato diversi anni fa a Hostelbro, in Danimarca. La regia porta la firma di Eugenio Barba, figura emblematica del teatro internazionale del Novecento, ancora oggi attivo e influente. Con lui, che per la prima volta dirige al di fuori dell’Odin Teatret (la celebre compagnia multiculturale fondata negli anni Sessanta) hanno lavorato alla regia lo stesso Lorenzo e Julia Varley.
Proprio a Barba il Teatro della Città di Roma dedica il mese di ottobre con una serie di incontri, workshop, masterclass e spettacoli per celebrare l’ottantanovesimo compleanno del maestro (programma completo su Odin Teatret in Rome – Eugenio Barba 89 (8-26 Oct.) – Home).
Gregorio Samsa, il cui nome evoca chiaramente il protagonista della Metamorfosi di Kafka alla cui figura il lavoro si ispira, è un danzatore quarantenne impegnato nelle intense prove di uno spettacolo prossimo al debutto. Nella sala prove, dove senza sosta ripete la coreografia sotto lo sguardo esigente di un maestro scrupoloso (la voce fuoricampo è dello stesso Barba), fino all’appartamento in cui vive, la danza non conosce tregua. Si insinua e domina ogni gesto e movimento, anche quelli più semplici della vita quotidiana. I movimenti di scena sono curati da Manolo Muoio.
Volontariamente immerso e ossessionato dal suo universo creativo, vive come isolato dal resto del mondo e delle relazioni. La comunicazione con gli affetti più prossimi avviene tramite un cellulare. In teoria uno strumento che dovrebbe infrangere una certa barriera comunicativa ma che invece lo isola ancora di più. Dal padre, anche lui artista, che esercita su di lui una contorta dipendenza vissuta con evidente timore; dalla fidanzata, che lamenta esasperata la distanza emotiva del loro rapporto; e perfino dalla psicologa, con cui continua un intenso percorso terapeutico volto all’autoanalisi e a una ricerca che lo inquieta profondamente. Anche in questo caso, analogamente a quanto accade con il maestro coreografo, l’utilizzo delle voci fuoricampo – di Geppy Gleijeses, Maria Alberta Navello e Julia Varley – accentua la separazione che il personaggio ha dal resto del mondo.
Lorenzo Gleijeses è pura energia pulsante, vitalità e tormento. Questo spettacolo è una prova di resistenza incredibile che richiede un immenso sforzo sia mentale che fisico, ma anche capacità di dialogo con la materia sonora e luminosa di cui è composto. Un ottimo lavoro per iniziare il percorso del neonato palcoscenico della capitale. Buona stagione.
data di pubblicazione:11/10/2025
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 4, 2025
Ideazione, luci e suono di Lorenzo Bazzocchi
(Teatro Felix Guattari – Forlì, 22 settembre 2025)
Prima nazionale del nuovo lavoro della compagnia forlivese Masque Teatro programmato all’interno di Colpi di scena, la vetrina di teatro contemporaneo di Accademia Perduta/Romagna Teatri. Eleonora Sedioli è interprete di una performance al limite tra danza e istallazione artistica. Un vortice di sensazioni che scava nella memoria dell’umano, ideato e diretto da Lorenzo Bazzocchi.
Si può descrivere tutto quello che vediamo? E, qualora riuscissimo a trovare le parole adatte, sarebbero in grado di cogliere il significato più profondo del verificarsi dei fatti? Il dubbio impone rispetto e la sospensione dei comuni parametri di giudizio. Non tutto deve essere necessariamente spiegato. Forse va semplicemente registrato, colto nel suo accadere. Al limite, partecipato. Con questa consapevolezza cercheremo di abbozzare un ritratto di ciò che abbiamo visto, sentito, sperimentato davanti all’ultimo lavoro di Masque Teatro.
La compagnia, nata a Forlì nel 1992, è promotrice insieme ai filosofi Carlo Sini e Rocco Ronchi della scuola di filosofia Praxis, di cui cura l’organizzazione e la parte dedicata all’arte performativa. È quindi alla prospettiva del discorso filosofico, al ragionamento attorno all’umano e al contesto di cui fa parte, che dobbiamo indirizzare l’indagine. Una donna, o meglio la figura che interpreta Eleonora Sedioli di cui è quasi impossibile decifrare età e genere, entra in una casa. Tra i denti sussurra un «si comincia», e sarà tra le pochissime espressioni a pronunciare. Tutto il resto sono tentativi di compiere delle azioni. Tra le prime, quella di alzarsi da una poltrona e cercare di versare dell’acqua in un bicchiere posto su un tavolo a un’estremità della scena.
L’interno è polveroso e scarsamente illuminato, probabilmente non abitato da anni. Una grande portafinestra percorre tutto il fondale; affaccia su un altrove indefinito. Il tempo qui dentro si è fermato. Ma l’irrompere improvviso della figura dona un ritmo diverso alla scena. L’immutabilità delle cose entra in contrasto con il mutabile umano e della natura. Il corpo è come preso da una tensione nervosa che genera spasmi e gesti incontrollati. Non compie movimenti fluidi e naturali, ma spezzati o accelerati. Si avverte un intimo tormento e un’impossibilità di soluzione alle cose andate, sepolte nel passato. I movimenti però non hanno una giustificazione psicologica. Sono da riferire alla sfera meccanica e chimica del funzionamento del cervello.
Si torna indietro nel tempo, fino a mangiare di nuovo del frutto della conoscenza del bene e del male, che dovrebbe aiutare a catturare l’essenza dell’hegeliano spirito. Ma se conoscere è ricordare (la lezione di Carlo Sini torna utile), cosa succede se dimentichiamo? Il titolo della performance, e di tutti i volti dimenticati, appare come l’ultimo punto di una lista di mancanze, stilata da un’umanità che ha fallito. La conoscenza sembra arrivare a un punto cieco, a un’impossibilità di ricapitolazione, di ricostruzione. Ma la parola «aiutatemi», rivolta dall’attrice al pubblico, apre una speranza. Invoca la rottura della solitudine e della disperazione. Esce dall’isolamento, ammettendo l’alterità, la comunione.
Lo spettacolo, frutto di uno studio e di una ricerca che arrivano da lontano, è certamente uno dei lavori più originali visti a Colpi di scena. Incanta proprio perché interroga lo spettatore, ponendolo in una condizione di destabilizzazione.
Sarà in replica il prossimo 8 novembre ancora al Teatro Felix Guattari per la trentaduesima edizione di Crisalide, il festival creato dalla compagnia e diretto da Lorenzo Bazzocchi insieme a Eleonora Sedioli e Sara Baranzoni.
data di pubblicazione:04/10/2025
Il nostro voto: 
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