VIKTOR UND VIKTORIA liberamente ispirato al film di Reinhold Schünzel, regia di Emanuele Gamba

VIKTOR UND VIKTORIA liberamente ispirato al film di Reinhold Schünzel, regia di Emanuele Gamba

(Teatro Quirino -Roma, 5/17 febbraio 2019)

Susanne Weber (Veronica Pivetti) è un’attrice in cerca di scrittura nella Berlino anni ’30. L’incontro con Vito Esposito (Yari Gugliucci), un attore italiano migrante in Germania, determinerà finalmente la fortuna di entrambi. Tra equivoci e travestimenti nasce il personaggio di Viktor o, se volete, Viktoria.

 

Copiosi fiocchi di gelida neve cadono sulla scena e rendono ancora più rigida la geometria di prismi, architettura cementizia di una città che appare in fermento solo di notte, quando tutto è permesso, che corrono prospetticamente verso un fondale asettico, piatto, che si colora camaleontico degli umori della scena. A dare vitalità a questo scenario desolante due attori squattrinati, che la strada fa incontrare per destino e per esigenza. Sono una povera attrice di provincia, dalla voce rauca grattata e mascolina, per nulla prosperosa e attraente come il varietà esigeva a quei tempi, e un migrante italiano, appellato con disprezzo come Spaghettifresser (letteralmente animale mangiatore di spaghetti), attore anche lui, che per guadagnarsi da vivere recita e canta travestito da donna per pochi marchi a sera. La fame, l’indigenza e la malattia permette ai due di unire le forze in un sodalizio, nel quale Susanne, interpretata da una divertente esilarante e quanto mai perfetta nel ruolo Veronica Pivetti, fingendosi uomo, inizia a esibirsi nei teatri della città travestita da donna con il nome di Viktor und Viktoria. Protetti da Ellinor Von Punkertin (Pia Engleberth), baronessa dai modi stravaganti che ben conosce i gusti libertini di una Berlino notturna che necessita di essere stordita, per i due cambia la musica ed è subito fama e ricchezza nella tournée in giro nei migliori teatri europei. La neve diventa così simbolo dello scintillare del successo. E arriva anche l’amore, quando a invaghirsi del lato femminile dell’attore en travesti è un nobile conte, Frederich Von Stein (Giorgio Borghetti). I due vengono scoperti e accusati di omosessualità da Gerhardt (Nicola Sorrenti), attrezzista dalle simpatie nazionalsocialiste, esponente di quella lotta contro la libertà di costume tollerata ma ancora punita dalla Repubblica di Weimar. Da qui l’intreccio si complica e si perde in un continuo cambio di ruoli, costumi, scambi di sesso, sensualità e provocazione, ubriachezze e baldoria, fino al lieto fine. Una frustata al retto, puro e onesto pensare offerta da un amore che vince sempre, perché il cuore vola più alto di ogni ideologia o genere. Un testo di sconcertante attualità, reso ancora più vicino a noi attraverso l’uso di un lessico contemporaneo negli intermezzi tra una situazione e l’altra. Una musica che ci aiuta a mantenere vigile l’attenzione su una situazione storica debole, che alza muri e sterilizza le diversità.

data di pubblicazione:07/02/2019


Il nostro voto:

DOPO LA PROVA di Ingmar Bergman, regia di Daniele Salvo

DOPO LA PROVA di Ingmar Bergman, regia di Daniele Salvo

(Teatro Vascello – Roma, 31 gennaio/10 febbraio 2019)

Un anziano regista, addormentato in mezzo a un mucchio di oggetti di scena, sogna le sue paure, le sue delusioni, i suoi drammi inconclusi e i suoi desideri. È anziano, ma ancora non troppo vecchio per fare bilanci definitivi e abbandonare tutto.

 

Una leggera nube di fumo ci accoglie in teatro. Un sottile sipario lascia intravedere la scena, rimarrà giù per tutta la serata. È la barriera che divide il pubblico dal palco, luogo onirico, sospeso tra la realtà e la finzione. Gli oggetti di scena delle prove per Il sogno di Strindberg sono sparsi dappertutto, la prova si è conclusa da poco. A loro si sommano quelli di precedenti produzioni, il lavoro di una vita. Ugo Pagliai è Henrik Vogler, un regista affermato colto nel momento della riflessione, del pensiero, in un attimo creativo perenne, che rivive nella memoria i suoi tormenti e i suoi fallimenti. È a un passo dalla fine o al culmine più alto della sua espressione, come le foglie di autunno, che hanno visto una sfolgorante estate e ora si lasciano cadere a terra in una coloratissima danza finale. La regia di Daniele Salvo descrive così questa versione teatrale dell’opera di Bergman, nata inizialmente per la televisione e poi trasformata per il grande schermo nel 1984. Opera intima come solo quelle del regista svedese sanno essere, in cui il tempo è padrone e giudice spietato, scandito dai ricordi di un personaggio che sembra aver perso la partita con la vita. Un orologio sovrasta la scena sul lato sinistro del palco, è senza lancette, è lo scorrere infinito dei pensieri dell’uomo. Siamo fisicamente nella mente di Henrik. Due personaggi, due donne, simboli di paure e tormenti, desiderio e passione, presente e passato, appaiono e gli fanno visita. Sono incostistenti eppure reali, straordinariamente teatrali, ma stupendamente vere. Sono fantasmi che si muovono sulla scena, ombre di un’ossessione costante, consistenza di un pensiero incancellabile. Le due donne sono Anna, una giovane attrice interpretata da Arianna Di Stefano, alla quale è stata affidata una parte importante nel sogno e Rakel (Manuela Kustermann), sua madre, morta cinque anni prima di depressione e alcolismo, entrambe amanti in tempi diversi del regista, entrambe ferite dalle paure di quest’ultimo.

Una grande fortuna vedere recitare insieme sullo stesso palco due grandi interpreti come Pagliai e la Kustermann, premiati entrambi alla carriera la scorsa estate al Festival dei Due Mondi di Spoleto, testimoni di modi di fare teatro forse opposti, ma che si sposano benissimo in questo testo. Lei con il suo modo di fare surreale, estremo, provocatorio, non fa che esaltare di più la triste pazzia del suo personaggio; lui estremamente naturale, arreso al destino, incapace di abbracciare l’oltre che continua a spaventarlo e a tenerlo fermo.

Un testo filosoficamente complicato, che medita sul teatro e sulla vita, sul pensiero come luogo di incontro tra la finzione ostentata e la verità necessaria. Uno spettacolo da vedere.

data di pubblicazione:02/02/2019


Il nostro voto:

MARLENE D. – THE LEGEND di e con Riccardo Castagnari

MARLENE D. – THE LEGEND di e con Riccardo Castagnari

(Teatro Flaiano – Roma, 28 gennaio 2019)

La Marlene di Quince, questo il nome d’arte scelto da Castagnari per interpretare la diva, è una donna sulla cinquantina, consapevole del successo ottenuto in una vita straordinaria. Dentro i suoi vestiti, vista dalla platea, è intoccabile e irraggiungibile, ma anche drammaticamente sola.

Il teatro Flaiano, piccola sala nel centro storico di Roma carica di racconti e di personaggi che si sono esibiti sul suo palcoscenico (da Anna Magnani a Monica Vitti e Aldo Fabrizi, solo per citarne alcuni), apre le sue porte a noi di accreditati.it, invitandoci a una serata dove abbiamo assistito a un vero e proprio evento, molto più che a uno spettacolo. A tornare in scena è Riccardo Castagnari, con una performance che debuttò la sera di san Valentino di diciotto anni fa proprio qui, in questo teatro. La serata è memorabile, l’attore sta per portare in scena per l’ultima volta, sembra, questo personaggio che in tutti questi anni ha riscosso un grande successo sia nazionale che internazionale, con le sue edizioni in Messico e a Parigi, dove tra l’altro vinse il Premio Marius come miglior spettacolo musicale nel 2009. La sala è gremita di fans e amici, più della metà hanno già visto più volte Quince esibirsi nei costumi (perché panni sarebbe riduttivo) della grande Marlene Dietrich.

La sobrietà della scena non fa altro che risaltare ancora di più il personaggio. Parrucca bionda, piume, veste da camera, controluce: sulle note dell’illusione inizia il grande gioco del travestimento, ed è una sfilata continua di abiti e pungenti battute, capricci da diva e telefonate, fino al lento ma scintillante tramonto di questa straordinaria leggenda. Una drammaturgia costruita e sviluppata sulle notizie biografiche della diva, che ha appena lasciato il grande schermo per dedicarsi a una tournée musicale nei teatri più importanti del mondo. Ad accompagnarla al pianoforte il maestro Andrea Calvani, che nella pièce interpreta Burt Bacharach. Spazio anche all’improvvisazione in un divertente dialogo che coinvolge anche il pubblico.

Ci auguriamo di rivedere ancora sulla scena questa stupenda visione della Dietrich.

data di pubblicazione:30/01/2019


Il nostro voto:

COSÌ PARLÒ BELLAVISTA di Luciano De Crescenzo, adattamento teatrale e regia di Geppy Gleijeses

COSÌ PARLÒ BELLAVISTA di Luciano De Crescenzo, adattamento teatrale e regia di Geppy Gleijeses

(Teatro Quirino – Roma, 15 gennaio/3 febbraio 2019)

Come un teorema minuziosamente elaborato, dopo l’enunciato sono gli esempi a dare dimostrazione che quanto si afferma funziona. Così il professor Gennaro Bellavista torna in cattedra, questa volta da un palcoscenico, a dare lezione al suo pubblico di discepoli.

 

Non poteva che essere affidata che a Geppy Gleijeses la traduzione teatrale del romanzo e del più celebre film datato 1984 Così parlò Bellavista, secondo il parere del produttore Alessandro Siani. E ha avuto ben ragione perché dopo 34 anni lo spirito del professore partenopeo, interpretato all’epoca da Luciano De Crescenzo, rivive intatto e sempre brillante per merito non solo di un bravo attore come Gleijeses (che nel film originale era Giorgio), ma anche di una squadra di artisti eccezionali e ottimi caratteristi che sono stati testimoni oculari della creazione di questo cult anni ottanta. Benedetto Casillo primo fra tutti, ancora nei panni del vice sostituto portiere Salvatore, Marisa Laurito, storica amica di De Crescenzo che nella commedia è Maria Bellavista, moglie del professore, una straordinaria Nunzia Schiano nei panni della serva Rachelina, e poi ancora Salvatore Misticone, camaleontico istrione quasi sempre in scena per il folto numero di personaggi a lui affidati.

Lo spettacolo, presentato al San Carlo di Napoli proprio lo scorso settembre in occasione dei novant’anni di De Crescenzo, non è solo un omaggio al suo autore, ma all’intera città e ai suoi abitanti che a detta del regista è l’unica speranza che abbiamo per salvarci da un progresso che vuole omologare tutto e tutti. La filosofia del vivere napoletano, il modo di affrontare la vita e le sue delusioni, la positività che rimane in piedi nonostante le delusioni, la gioia di vivere e di far parte di una comunità caotica, forse invadente, ma tuttavia accogliente e calorosa, sono ancora insegnamenti che valgono per noi oggi.

A ben pensare non ci voleva poi molto per portare in scena questo grande affresco, poiché quello che rappresenta in fondo è Napoli, forse la città più teatrale al mondo. Casomai la difficoltà più grande stava nel ripetere l’elenco delle numerose scene che il film risolve con l’uso del montaggio. Qui la soluzione che si è trovata vede una scena fissa, il cortile del palazzo di via Foria famoso nella pellicola, e l’utilizzo di forme di cartone a indicare via via una macchina, un aereo, la famosa lavastoviglie o il busto di Socrate. Ma a teatro basta indicare, non rappresentare con perfezione di dettaglio la realtà, e allora l’esperimento è riuscito. D’altro canto Napoli non è una città da visitare e basta, ma va compresa, bisogna saperla vedere. Dietro i panni stesi, che a un occhio non consapevole suggeriscono solo caos e non curanza, si nasconde una sottile rete di relazioni e di legami tanto che, come istruisce Bellavista, se il Padreterno volesse sollevare una casa qualunque si accorgerebbe che appresso a lei si muoverebbero tutte le atre, insieme con i fili del bucato e tutti i panni. In questo mondo di amore, come lo chiama il professore, non c’è spazio per l’egoismo, per la violenza, per l’avidità e per la prepotenza. Ecco perché il colloquio di Bellavista con il guappo camorrista, in cui si denuncia l’aspetto più brutto della città, quello di chi vuole fare i soldi facili sfruttando la gente onesta, rimane il brano più coraggioso, significativo e purtroppo ancora attuale di tutta l’opera.

Per fortuna Napoli e la napolitanità è una componente dell’animo umano ravvisabile in tutte le persone e allora il mondo dell’amore, quello di chi ama fare il presepe a Natale e preferisce il bagno alla doccia perché permette di riflettere più a lungo sulle questioni della vita, è ancora possibile.

data di pubblicazione:19/01/2019


Il nostro voto:

INTERVISTA A CHIARA CAVALIERI

INTERVISTA A CHIARA CAVALIERI

Roma, giovedì 10 gennaio 2019

Torna dal 16 al 20 gennaio al teatro India, dopo essere stato presentato proprio qui a giugno dell’anno scorso in occasione del festival Roma Città Mondo, Famiglia scritto e diretto da Valentina Esposito per la compagnia Fort Apache Cinema Teatro, con Alessandro Bernardini, Christian Cavorso, Chiara Cavalieri, Matteo Cateni, Viola Centi, Alessandro Forcinelli, Gabriella Indolfi, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto, Edoardo Timmi, Cristina Vagnoli e con Marcello Fonte.

Per l’occasione abbiamo incontrato Chiara Cavalieri, una degli interpreti del lavoro, e abbiamo chiesto a lei qualche cosa sullo spettacolo, rubandole qualche minuto prima delle prove.

Iniziamo dalla compagnia: Fort Apache Cinema Teatro.

La compagnia Fort Apache nasce nel 2014 per volontà della regista, Valentina Esposito, che più di dieci anni fa aveva iniziato un percorso di teatro all’interno del Carcere di Roma Rebibbia N.C.. Il suo desiderio fu poi quello di continuare a lavorare con gli ex detenuti fuori dal carcere, inserendoli in un vero e proprio meccanismo lavorativo all’interno del mondo dello spettacolo tramite collaborazioni tra Fort Apache e agenzie di spettacolo, casting e registi. Questa è la conferma di come il teatro possa essere un sistema di reinserimento sociale e professionale. La compagnia è formata quindi da tutti attori professionisti, detenuti in misura alternativa, ex detenuti e non. Il laboratorio inoltre collabora in maniera attiva con l’Università La Sapienza di Roma.

Nella tua carriera hai fatto chiaramente tanti tipi di spettacoli dal teatro classico al contemporaneo, ma hai lavorato anche con migranti, richiedenti asilo, con persone disabili. In questo caso come sei entrata a far parte della compagnia?

Ci sono capitata un po’ per caso, anche se sono convinta che le esperienze non capitano a caso nella vita. Col tempo ho imparato che se ti arriva un’esperienza o un personaggio in un dato momento è perché ti deve arrivare. Quando mi è arrivata la proposta di questo progetto mi sono subito entusiasmata e ora mi ci ritrovo dentro in pieno. Famiglia è il nome dello spettacolo e “famiglia” a tutti gli effetti è diventata questa compagnia per me. D’altronde si lavora insieme e si cresce insieme grazie al lavoro di Valentina che come regista ci da tanto campo libero per la ricerca emotiva del personaggio e dei rapporti che li legano agli altri. È un lavoro di condivisione, e questa è una cosa preziosa. È la prima volta che partecipo a un progetto con ex detenuti e sia umanamente che artisticamente continuo a crescere.

Possiamo chiamarlo teatro sociale?

Possiamo chiamarlo come vuoi… ma il teatro è teatro! Qualsiasi aggettivo ci si metta dopo. Il termine “sociale” nell’accezione più formale è quando il fare teatro viene attuato con un obiettivo “educativo”. In questo caso possiamo chiamarlo sociale perché parte da un gruppo di persone che hanno affrontato esperienze di detenzione. Proprio ieri sentivo un’intervista di Valentina Esposito circa la tematica teatro e carcere e sono rimasta affascinata da questa cosa: il teatro nelle carceri fa diminuire in maniera drastica la recidiva dal 65% al 6% tra coloro che partecipano all’attività artistica e questo è un dato straordinario.

Per questo lo spettacolo viene proposto anche ai ragazzi delle scuole superiori. Nonostante affronti tematiche forti la risposta dei ragazzi è sorprendente, sono attenti e si emozionano. La risposta positiva dei ragazzi si vede anche dai messaggi e dalle richieste di amicizia che ci arrivano sui social dopo lo spettacolo, segno che ciò che volevamo dire è stato da loro recepito.

Andiamo allo spettacolo. Di cosa parla Famiglia?

Parla di rapporti familiari esplorando tutte le sfaccettature tra padre e madre, madre e figlio, fratelli, il conflitto generazionale padre-figlio soprattutto, sulle colpe dei padri che si ripercuotono sui figli e sui figli dei figli. L’occasione per far incontrare tutti è un matrimonio, al quale partecipano anche coloro che sono morti, perché anche loro continuano a essere presenti nella vita familiare. Anzi, forse sono proprio quelli che comandano sulle azioni dei vivi.

Si parla quindi di un concetto universale come la famiglia e quindi non ci si può non riconoscere almeno un po’. E se ne parla alternando momenti di leggerezza e ilarità, momenti di confronto acceso tra i vari personaggi e momenti di assoluta intimità.

Il tuo ruolo?

Io interpreto Filomena, una donna del sud sopraffatta dal contesto sociale e patriarcale che era tipico del secolo scorso (il personaggio appartiene al passato, si parla di almeno di 3 generazioni fa) e che insieme alle altre donne presenti in scena tenta di ricucire ciò che è stato disgregato. Non voglio svelare oltre altrimenti come si dice nel gergo moderno “spoilero” troppo.

Nella compagnia anche Marcello Fonte, premio EFA e Palma d’oro a Cannes 2018 come miglior attore per Dogman di Matteo Garrone. Sarà un vero piacere vederlo in scena con la compagnia con la quale ha sempre lavorato fin da quando si è formata.

Come dice Chiara, che salutiamo e ringraziamo, serve il teatro per tornare a riflettere. Sedersi a teatro e uscire con qualcosa che ti tocca nel profondo è una possibilità che, considerando che tutti siamo vittime della fretta, dell’indifferenza e dell’eccessiva tecnologia, raramente ci è data.