da Maria Letizia Panerai | Feb 2, 2015
Il curioso caso di Benjamin Button è un film che fa riflettere e sognare al tempo stesso, perché riesce
a mettere a paragone il tranquillo svolgersi di una vita straordinaria con la normale straordinarietà delle nostre vite grazie alla figura di Benjamin, che vive a ritroso per novant’anni la propria esistenza, nascendo anziano e morendo neonato. Liberamente tratto da un breve racconto di Francis Scott Fitzgerald, a sua volta ispirato dalla citazione di Mark Twain la vita sarebbe infinitamente più felice se solo potessimo nascere a 80 anni e gradualmente raggiungere i 18, il film di David Fincher ha come tema principale l’amore per la vita e l’inscindibile legame che essa ha con la morte. Il “vecchio” Benjamin (un insolito e bravo Brad Pitt), vive serenamente la sua singolare fisicità, riuscendo con l’esperienza di un anziano e l’entusiasmo di un giovane a gustare a pieno ogni sfumatura della sua vita, sino all’incontro con Daisy (Cate Blanchett) l’amore dalla A maiuscola, descritto dal regista come un momento perfetto, un vero e proprio attimo fuggente in cui si incontrano la consapevolezza di lui di avere davanti a sé il fatto di regredire all’infanzia e di lei di dover accettare di invecchiare senza poterlo avere al suo fianco. Condannati alla lontananza l’uno dall’altra, in entrambi tuttavia maturerà una grande forza che li porterà all’epilogo dei loro destini.
E non potevamo affiancare a questa favola, una ricetta che fa tornar bambini: le frittelle di pasta di pane di mia nonna Romilda.
INGREDIENTI: 200gr di farina 00 – 10gr di lievito di birra – acqua tiepida q.b.(circa 100gr:) – olio di oliva q.b. – sale q.b. – olio di arachidi o di oliva per friggere.
PROCEDIMENTO: Sciogliete il lievito in un quarto di bicchiere di acqua tiepida (circa 100 gr). Setacciate la farina in un’ampia ciotola, formate la fontana e versate il lievito sciolto, un pizzico di sale e un filo di olio. Cominciate a lavorare gli ingredienti dal centro verso l’esterno della fontana fino ad ottenere un impasto simile a quello della pizza. Se l’impasto è troppo asciutto aggiungete un cucchiaio di acqua se troppo morbido aggiungete un pò di farina.
Disponete l’impasto in una ciotola e fate riposare, coperto da un canovaccio, per un paio d’ore o fino a quando non avrà raddoppiato il volume.
Trascorso questo tempo, stendete l’impasto con il mattarello fino ad ottenere una sfoglia al massimo di mezzo centimetro e, come faceva mia nonna, prendete delle porzioni di impasto e fate delle palline, schiacciatele con il palmo della mano e con le dita riducetele a delle frittelle circolare (ricordo ancora nitidamente quei gesti, così sicuri: noi nipoti eravamo certi che avremmo mangiato una prelibatezza!).
Riscaldate l’olio in un tegame fino a quando inserendo un pezzettino di impasto questo non comincerà a cuocere immediatamente. Friggete le frittelle una/due alla volta per evitare che la temperatura dell’olio di cottura si abbassi troppo e il fritto assorba troppo olio. Quando si saranno gonfiate, diventando di un bel colore dorato, giratele e terminate la cottura. Scolatele, passatele su un doppio foglio di carta da cucina e servite subito su di un piatto foderato di carta paglia accompagnate con prosciutto tagliato a mano o salumi o gorgonzola o semplicemente, come faceva mia nonna, foderate due piatti di carta paglia e cospargete alcune frittelle in un piatto con il sale ed in un altro con lo zucchero, saranno ottime come merenda per grandi e piccini: per noi nipoti era una festa fare merenda con le frittelle della nonna!
da Maria Letizia Panerai | Gen 31, 2015
É finalmente arrivato nelle sale italiane Turner. Il film, osannato dalla critica, scritto e diretto da Mike Leigh, ha ricevuto ben quattro nomination agli Oscar (fotografia, scenografia, costumi e colonna sonora), dopo che il protagonista Timothy Spall è stato meritatamente premiato a Cannes per la migliore interpretazione maschile. Il regista, che assieme a Ken Loach potremmo definire un esponente di quel realismo inglese fatto di piccole storie contemporanee su persone appartenenti alle classi meno abbienti, spesso perdenti, personaggi sovente scomodi e difficili (Segreti e Bugie, Happy Go Lucky, Another Year), già ne Il segreto di Vera Drake aveva operato una digressione, accostandosi ad ambiti e storie lontane nel tempo, regalandoci un film bellissimo premiato poi con il Leone D’Oro a Venezia.
William Turner, pittore paesaggista dell’800, è un viaggiatore solitario che usa disegnare paesaggi sul suo taccuino per poi rielaborare gli schizzi su tela nello studio della sua casa; vive con l’anziano padre, che gli fa da instancabile assistente ma che in gioventù fu il miglior barbiere di Covent Garden, e verso il quale nutre un profondo affetto che manifesta attraverso una tenerezza che gli calza malamente addosso e che generalmente non mostra nei confronti di nessun altro essere umano, soprattutto se di genere femminile. Sembrerebbe infatti odiare particolarmente le donne, trattando con sprezzante distacco la moglie, dalla quale si è separato, e le figlie delle quali arriva addirittura a negarne l’esistenza, oltre alla sua devota governate che chiama damigella, ma che “possiede” quando ne ha voglia e senza troppe spiegazioni. In realtà Turner, uomo geniale dal brutto carattere, solitario e orso, odia tutte le persone parassite ed “affette da servilismo”, senza dignità, rivolgendo la sua stima ai rari esponenti del genere umano che con orgoglio e coraggio affrontano la vita ed il loro destino. Una di queste è la signora Booth, una vedova di cui si innamora inspiegabilmente. Paragonandola alla dea greca dell’amore Afrodite, Turner vive con lei gli ultimi anni della sua vita in una sorta di seconda giovinezza: Signora Booth, siete una donna di immensa bellezza…quando mi guardo io allo specchio vedo una garguglia. Il primo marito della signora Booth era morto disperso in mare mentre il secondo, che aveva lavorato sulle navi negriere, ne era tornato talmente turbato e scosso da non riuscire a sopravvivere con quel peso sul cuore; Turner, che nella sua vita aveva dipinto solo ridicoli naufragi, come ebbe a dire in un momento di collera la sua vera moglie, trova nell’accogliente e gentile Signora Booth il porto in cui rifugiarsi e trascorre gli ultimi anni della sua vita.
Sicuramente una pecca di questa pellicola è la lunghezza (149’); tuttavia il regista riesce attraverso la vita degli ultimi vent’anni di questo famoso pittore, a farci apprezzare l’approccio che l’artista ha con ciò che poi ritrae nei suoi quadri. Questo personaggio, così poco gradevole, ombroso, egoista, ma mai cattivo e capace di slanci imprevedibili, alla fine riusciamo anche ad amarlo, ad entrarci in empatia, affezionandoci alla sua rude scorza. E’ proprio la sua instancabile voglia di ritrarre ciò che lo colpisce, questa bramosia nel realizzare le sue opere, fatta tutta di istinti quasi animaleschi (che lo portano a sputare sulle tele per sfumare i colori), il filo che tiene lo spettatore legato alla sua storia così singolare.
data di pubblicazione 31/01/2015
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da Maria Letizia Panerai | Gen 29, 2015
Film d’animazione della Pixar, Ratatouille è un grazioso lungometraggio ambientato a Parigi sulle avventure di un ratto, di nome Rèmy che, dotato di un olfatto ed un gusto “inusuali” per la sua razza, nutre l’ambizione di diventare un grande chef. Film divertentissimo ed incredibilmente coinvolgente, fa immergere lo spettatore nell’ambiente della cucina di un grande ristorante. A questo film non potevamo che abbinare una ricetta a base vegetale, molto gustosa come aperitivo assieme ad un calice ghiacciato di prosecco: le polpettine di melanzane.
INGREDIENTI: – 2 melanzane medie – ½ cipolla o 1 scalogno piccolo – ½ bicchiere di vino bianco secco – 1 uovo – 2 cucchiai da tavola di pan grattato – 2 cucchiai da tavola abbondanti di parmigiano grattugiato – basilico, origano, qualche cappero sotto sale, pepe nero macinato, sale q.b. – olio di oliva q.b. – farina q.b. – olio di mais o di arachidi per friggere.
PROCEDIMENTO: Tagliare le melanzane a cubetti (prendere il tipo lungo); metterle in una pentola antiaderente dopo aver fatto soffriggere la cipolla o lo scalogno con dell’olio d’oliva; correggere di sale, pepe ed aggiungere qualche foglia di basilico sminuzzata, origano e qualche cappero.
Dopo la rosolatura versare ½ bicchiere di vino bianco, coprire ed abbassare la fiamma e portare a cottura; se necessario aggiungere un po’ di acqua. Quando saranno ben cotte (aiutarsi a sminuzzarle con una forchetta), trasferirle in una coppa e farle freddare. Aggiungere a questa polpa di melanzane oramai fredda il parmigiano, l’uovo ed il pan grattato, e quindi mescolare ottenendo un impasto morbido.
Bagnarsi le mani e fare delle palline che andranno rotolate nella farina. Friggere in olio (di mais o arachidi ) bollente.
Mettere a scolare in un colino, salare, e servire su un piatto foderato di carta paglia o dentro un sacchetto del pane i cui bordi cono stati ripiegati 2 volte ed all’interno è stata messo sul fondo della carta assorbente. Piatto scenografico e gustoso!
da Maria Letizia Panerai | Gen 29, 2015
Salma Zidane, quarantenne vedova palestinese, conduce in solitudine la sua modesta vita in un villaggio della Cisgiordania, continuando ad abitare nella vecchia casa paterna, lontana dai figli oramai adulti, in compagnia di “assolati” ricordi di un’infanzia felice, quando correva attraverso il giardino di limoni prospiciente la sua abitazione, piantati anni addietro dal padre e i cui frutti rappresentano ancora oggi il suo unico sostentamento. Ma un giorno, nella villa confinante, si “insedia” come nuovo vicino il Ministro della Difesa israeliano Navon che, assieme alla moglie Mira ed a un notevole gruppo di guardie del corpo, squarcia d’improvviso il tranquillo isolamento di Salma. Gli alberi di limoni, con le loro alte e rigogliose fronde, vengono considerati dai servizi di difesa dello Stato di Israele un ottimo nascondiglio per possibili attacchi terroristici, considerata anche la posizione di confine sulla quale insiste tutto l’appezzamento di terreno.
Salma, per difendersi dalla decisione delle autorità israeliane di sradicare la sua limonaia per ragioni di sicurezza, inizierà una lunga battaglia legale che le cambierà la vita, causandole grande sofferenza.
A questo semplice e meraviglioso lungometraggio, abbiamo pensato di abbinare ad una ricetta povera ma gustosa, che ha alla base uno splendido aroma di limoni: le polpette con patate e buccia di limone.
INGREDIENTI: 1/ 2 KG di macinato di vitella. – ½ bicchiere di vino bianco secco – 1 patata media lessata, sbucciata e schiacciata allo schiacciapatate – buccia grattugiata di un limone – 1 uovo grande o due piccole – 3 cucchiai da tavola di parmigiano grattugiato – sale e pepe q.b. – 1 cucchiaio da tavola raso di pan grattato – brodo vegetale.
PROCEDIMENTO: Lessare una patata di dimensioni medie, sbucciarla e schiacciarla allo schiacciapatate; farla freddare. Quindi lavorare in una coppa la carne macinata con la patata, aggiungere uovo, parmigiano, buccia del limone, sale e pepe (il pepe può essere sostituito con noce moscata); se lavorando l’impasto, la sua consistenza non raggiunge una certa elasticità e rimane troppo molle ed umido, aggiungere un cucchiaio di pan grattato. Fate quindi delle polpette e mettetele in una padella con laterali alti con sufficiente olio, non per friggerle ma per soffriggerle. Appena saranno ben dorate da un lato, girarle con una paletta piatta di silicone e farle rosolare bene dall’altro lato (fate attenzione a questo passaggio perché le polpette sono molto delicate e potrebbero rompersi); versare il bicchiere di vino bianco e, quando sarà evaporato, aggiungere un bel bicchiere di brodo vegetale bollente; abbassate quindi la fiamma e fate cuocere a fuoco basso. Le polpette devono risultare rosolate fuori e morbide dentro.
Se piacciono i sapori agro dolci, aggiungere al momento di versare il vino bianco, anche una manciatina di uvetta di Corinto (piccola e scura) e una di pinoli.
da Maria Letizia Panerai | Gen 22, 2015
Bianco, rosso e Verdone, film prodotto dal grande Sergio Leone, è una delle pellicole “storiche” e tra le più rappresentative del comico e regista romano perché, al pari di Un sacco bello, Borotalco, Troppo Forte e Viaggi di Nozze, ritrae tre dei suoi personaggi più conosciuti, tutti in viaggio verso Roma per raggiungere il seggio elettorale. Il primo è Furio, uomo insopportabile che martorizza la povera moglie Magda, diventato oramai sinonimo, nel linguaggio comune, di persona logorroica e pedante; poi c’è Mimmo, ragazzo giovane ed ingenuo, che ancora oggi viene ricordato per il frasario utilizzato nelle scene con la nonna, donna energica e che conosce bene come gira il mondo interpretata da Elena Fabrizi, meglio conosciuta come la Sora Lella, ristoratrice prestata al cinema nonché sorella del grande Aldo Fabrizi; infine c’è Pasquale, giovane emigrante italiano in Germania, un uomo rimasto bambino, goffo e sciatto, emblema tipico del “tamarro del sud” che indossa inspiegabilmente la t-shirt sollevata sino a metà del suo stomaco prominente, che non parla mai durante tutto il film ma che, approdato al seggio elettorale dopo aver subito una serie continua di furti e vessazioni, si sfoga nel suo incomprensibile dialetto d’origine, con un fiume di parole che inondano i titoli di coda.
A questa pellicola, divertente e da rivedere sempre con grande piacere, dedichiamo una ricetta che celebra la romanità, pur avendo un’origine campana: la mozzarella in carrozza.
INGREDIENTI: 1 confezione di pancarrè – ½ lt di latte intero – 3 uova – 200 gr. di pan grattato – 2 etti di farina – 1 fior di latte a fette – ½ etto di parmigiano grattugiato- sale e pepe q.b.- olio di mais o arachidi per friggere.
PROCEDIMENTO: Preparare prima tutti gli ingredienti sul tavolo da lavoro: mettere in un piatto piano la farina, in un altro il pan grattato, in una ciotola il latte ed in un’altra ciotola le uova sbattute regolate di sale e pepe nero. Prendere due fette di pancarrè, passarle prima nella farina, poi nell’uovo e metterci nell’interno una fetta o due di fiordilatte e un po’ di parmigiano (la vera ricetta romana vorrebbe anche un filetto di acciuga sminuzzato, che rende tutto più gustoso, mentre nella ricetta campana l’acciuga ed il fior di latte lasciano il passo alla mozzarella di bufala); richiudere le due fette con il ripieno ed “incollare” bene i lati esterni facendo pressione con le dita; assicuratevi che l’esterno del “panino” così ottenuto sia ben inzuppato di uovo anche sui laterali; passate quindi le due fatte di pancarrè ripiene nel pan grattato, avendo cura che ne siano ricoperte anche sui lati. Procedete così per tutte le fette di pancarrè (se si vuole ottenere delle porzioni più piccole, tagliare ogni fetta di pancarrè a triangolo e fare quindi la mozzarella in carrozza invece che quadrata, triangolare).
Friggere in abbondante e caldo olio di arachidi o di mais. Se si gradisce, salare in superficie la mozzarella in carrozza solo dopo averla fritta ed asciugata bene con carta assorbente.
Servire in un piatto da portata ricoperto di carta paglia.
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