da Maria Letizia Panerai | Dic 21, 2019
Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorsi) sono una coppia da quindici anni, in crisi da un po’ ma senza avere il coraggio di voltare pagina. Finché un giorno, sulla loro bellissima terrazza durante il rinfresco per il matrimonio di amici comuni, arriva Annamaria (Jasmine Trinca), colei che li ha fatti conoscere, amica storica di Alessandro e madre single di due bambini. La donna deve fare degli accertamenti medici e vuole che siano i suoi due amici a prendersi cura dei suoi figli durante il ricovero in ospedale.
I bambini rompono quell’apparente equilibrio, e per Alessandro ed Arturo inizia inconsapevolmente un viaggio nei propri sentimenti che sino ad allora non erano stati capaci di fare, ma anche nel proprio modo di amare e su come il tempo abbia operato delle trasformazioni dentro di loro senza che se ne fossero resi conto. Il destino da quel momento in poi farà la sua parte.
Dopo una parabola discendente, sembra arrivato anche per Özpetek il momento della rinascita con un film che segna la sua maturità artistica. Il regista turco fa i conti con il tempo che passa, e lo fa attraverso una pellicola intimista, pacata, a tinte tenui, ma con quello stile noto al suo pubblico seppur privato degli eccessi del passato. La dea fortuna, al pari delle pellicole che l’hanno preceduta (fatta eccezione per i non memorabili Rosso Istanbul e Napoli velata), ha infatti quel marchio di fabbrica che la rende un’opera assolutamente riconoscibile, avvolgente e rassicurante, politicamente corretta, in cui ogni tassello apparentemente scomposto si ricompone su un finale che sa di buono e ci fa sperare.
Durante la proiezione ci assale la rassicurante sensazione di trovarci in situazioni già viste, come se il regista non fosse riuscito neanche questa volta a pigiare un po’ il piede sull’acceleratore ma abbia voluto continuare a muoversi in un’area di comfort che ha caratterizzato quasi l’intera sua filmografia: complice di tutto questo anche un battage pubblicitario iniziato almeno un mese prima che il film uscisse nelle sale, che in parte ha probabilmente rovinato l’effetto sorpresa che ogni storia dovrebbe avere. Ritroviamo quel mondo fatto di famiglie allargate, di case molto curate, di bella gente e di bambini particolarmente intelligenti, di amici saggi che dicono sempre la cosa giusta con frasi che poi rimangono nell’immaginario collettivo, in cui anche le malattie e la morte, seppur facciano parte della vita, ci sembrano in quei contesti più “sopportabili”.
Detto questo, non si può negare che La dea fortuna sia un buon prodotto nazionale confezionato alla perfezione, fatto di inquadrature da cui traspare tutta la sensibilità di Özpetek ed il suo personalissimo modo di osservare il mondo, con attori bravi, anzi bravissimi, tra cui emerge in maniera sorprendente Edoardo Leo supportato dai sempre convincenti Stefano Accorsi e Jasmine Trinca, con dialoghi che in più circostanze arrivano al cuore e che ci fanno spendere qualche calda lacrima, il tutto avvolto dalla voce di Mina che irrompe nel momento giusto e ci fa venire i brividi.
Un film senz’altro da vedere, a cui forse manca quel pizzico di originalità in più che ci saremmo aspettati di trovare e che lo avrebbe reso unico nel suo genere.
data di pubblicazione:21/12/2019
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da Maria Letizia Panerai | Dic 19, 2019
La protagonista del libro, un romanzo memoir, ha avuto la propria condanna a morte con la diagnosi del 2000. Per deriva genetica ha contratto il morbo di Huntington. La sua vita è un lento rintocco in attesa che il male si manifesti con gli stessi segnali di malattie di quel genere come il Parkinson o l’Alzheimer. La riflessione sulla vita e sul sottile equilibrio che ci separa dal futuro è il delicato crinale in cui si sviluppano emozioni, percezioni, confessioni della protagonista che ha una famiglia devastata dall’ Huntington. Un fratello morto e un altro che lotta contro il male sono l’eredità di un flagello che lascia 50 probabilità per cento di positività e 50 di negatività. Di qui il necessario riferimento al titolo. Una sorta di scommessa di Pascal, di beffardo pari e dispari. Di più, ulteriore problema, la protagonista ha un figlio di venti anni che ignora questa condizione di famiglia. Non sa delle madre e non sa neanche di stesso. La madre è decisa alla rivelazione ma si angoscia nel pensare a come reagirà il ragazzo e alla conseguenza che potrà avere sulla sua vita, sulla decisione eventuale di sottoporsi al test per conoscere la propria sorte o meno, l’unica possibilità di scelta in questo contesto. Ma il libro ha ambizioni più vaste perché è anche una riassuntiva e giornalistica fotografia sullo stato della sanità italiana, un colosso da 115 miliardi che sembra avere i piedi d’argilla negli ultimi tempi, vista l’inamovibilità della cifra stanziata in un momento di prolungata crisi economica e il crescente sviluppo delle malattie rare che tardivamente vengono iscritte nei Lea (Livelli essenziali di assistenza). Ci si interroga su una società che invecchia, di milioni di persone che hanno bisogno di un sostegno che non può essere limitato alla propria famiglia. Un’esigenza sociale insopprimibile e insieme dolorosa quanto necessaria a cui lo Stato per primo dovrebbe far fronte. Il testo contiene comunque messaggi di speranza. La battaglia è difficile ma va combattuta. Nessun male può essere definito in partenza incurabile. Informazione vuol dire consapevolezza e maggiori possibilità di sviluppo per la ricerca.
data di pubblicazione:19/12/2019
da Maria Letizia Panerai | Dic 10, 2019
Fahim Mohammad ha appena otto anni ed un vero talento per gli scacchi. Suo padre Nura, con il pretesto di fargli frequentare un corso professionale con un grande maestro, lo convince a lasciare il Bangladesh, e con esso sua mamma, sua sorella ed un fratellino in arrivo, per andare in Francia.
Nura, preso dall’urgenza di porre le basi per mettere in salvo la propria famiglia dalle violenze che agitano il suo paese, una volta giunto a Parigi dovrà misurarsi con tutta una serie di problemi che non aveva considerato o, forse, non poteva considerare appieno. Le difficoltà nell’apprendere una lingua straniera, la condizione di emarginazione nell’essere un migrante, l’adattamento agli usi di un paese diverso dal suo, fanno sì che la sua favola comincia immediatamente ad assumere connotazioni drammatiche, esasperate dalla necessità di trovare un lavoro per non rischiare l’espulsione; ciò che sembrava l’inizio di un sogno, ben presto diviene una dura prova di sopravvivenza, a cui si aggiunge il peso della complessità del sistema burocratico francese che fa sembrare tutto maledettamente irraggiungibile. Ma suo figlio Fahim è un bambino sveglio: apprende velocemente e con estrema naturalezza qualche parola di francese e comincia, anche se in maniera fortuita, a frequentare il corso di scacchi di Sylvain Charpentier, uomo burbero ed ex giocatore fallito, che tuttavia è uno dei migliori allenatori della disciplina di tutta la Francia. Sarà in questo club apparentemente “sfigato” che Fahim imparerà a difendersi grazie all’amicizia ed al cameratismo dei compagni di classe, senza mai perdere il suo irresistibile candore.
Arriva nelle sale italiane il gioiello di Pierre-François Martin-Laval, dal titolo per nulla allettante, che sorprende per l’equilibrio con cui il regista, senza mai scivolare nel pathos, tratta temi di scottante attualità come l’immigrazione, il coraggio dei migranti ed il loro sacrificio, il difficile adattamento in una terra straniera e l’accoglienza che viene riservata loro. Il regista è riuscito a creare una pellicola asciutta e bilanciata intrisa di leggerezza, ironia e amore, in cui lo spirito di gruppo di un manipolo di adolescenti, competitivi in modo sano tra loro, vince su tutto lasciando posto alla speranza.
Una nota di merito va al grande Gèrard Deparrdieu che con il suo fisico “dilatato” riesce a dare al personaggio di Sylvain Charpentier la leggerezza di una farfalla che ci incanta e cattura.
Ispirato alla storia vera di Fahim Mohammad, di origini bengalesi, che nel 2012 a soli 12 anni divenne campione di scacchi in Francia per la sua categoria, Qualcosa di meraviglioso ha il gusto delle belle storie che ti mettono in pace con il mondo.
Se ne consiglia la visione.
data di pubblicazione:10/12/2019
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da Maria Letizia Panerai | Nov 25, 2019
Venerdì 22 novembre 2019 lo store di Alessandra Giannetti, sito in Roma a piazza Capranica 94, ha ospitato la performance I racconti del cuscino, tratta dall’omonimo romanzo della scrittrice e poetessa giapponese Sei Shonagon, per la regia di Rossano Giuppa e portato in scena da Giulia Gallo e Massimo Bracciolino.
I 317 capitoli dei Racconti riflettono la raffinatezza della cultura Heian nel momento del suo massimo splendore in una sorta di diario intimo in cui la poetessa, nonché dama di corte legata alla principessa Sadako, annota le sue impressioni/riflessioni sui riti e costumi dell’epoca alternandoli a descrizioni di persone e luoghi, rievocando amori e celebrando la bellezza della natura in uno stile leggero, raffinato ed elegante come gli antichi kimono, indossati per l’occasione dagli interpreti, messi a disposizione da Alessandra Giannetti da sempre legata alla cultura giapponese. L’evento, molto suggestivo, ha avuto come cornice la collezione A/I della designer, che da sempre riesce ad armonizzare forme e codici maschili e femminili, coniugando spunti distanti ma memori della materia e del piacere di un manufatto rispettoso, pensato in ogni minimo particolare e semplicemente naturale.
data di pubblicazione:25/11/2019
da Maria Letizia Panerai | Nov 19, 2019
Presentato in Concorso alla 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è uscito nelle sale l’ultimo film di Noah Baumbach con Adam Driver e Scarlett Johansson, visibile dal 2 dicembre sulla piattaforma Netflix. Storia di un matrimonio parla della lunga strada che una coppia di New York deve “attraversare” per arrivare alla separazione nel modo più amichevole possibile, ma non senza sofferenza, nel rispetto dell’amore che reciprocamente nutrono per il piccolo Henry, il loro unico figlio, affinché questi possa continuare a crescere senza troppi traumi.
Nicole, attrice di Los Angeles divenuta famosa grazie ad una commedia televisiva di successo, incontra Charlie, un talentuoso regista teatrale di New York e se ne innamora all’istante; in nome di questo amore si trasferisce da Los Angeles a New York, iniziando a lavorare come attrice teatrale senza tuttavia avere uno spiccato talento nel settore. La coppia è affiatata solo in apparenza: le rinunce a volte inutili di lei e la cecità di Charlie, ambizioso e strenuo sostenitore delle proprie idee, li portano ad un progressivo allontanamento emotivo di cui inizialmente, entrambi, non riescono a definirne i confini. Sino a quando non entreranno in scena i legali divorzisti che, in poco tempo e senza mezzi termini, li porteranno ad accettare di modificare in maniera traumatica il loro quotidiano, stravolgendo così anche le loro vite professionali. Nicole, più risoluta nel voler divorziare, tonerà con Henry a Los Angeles dove riprenderà a lavorare in TV, mentre Charlie dovrà fare la spola da New York per vedere il figlioletto, tentando di conciliare questi incontri con gli impegni teatrali.
Adam Driver e Scarlett Johansson sono bravissimi, e ne danno prova sempre, sia nelle scene di inevitabile tensione sia in quelle dove la tenerezza scivola tra le maglie della stanchezza, dopo che la quotidianità con il suo rassicurante bagaglio è andata distrutta: i due interpreti sono decisamente il fulcro del film perché riescono a mettere a nudo con molta maestria fragilità, egoismi e incomprensioni. Non altrettanto esaltanti sono Laura Dern e Ray Liotta nella parte dei legali divorzisti rispettivamente di Nicole e Charlie, un po’ troppo macchiettistici che, al pari di alcune scene cantate, sortiscono l’effetto contrario di appesantire il film invece di alleggerirlo.
È purtroppo quasi inevitabile ritornare con la mente a quel Kramer contro Kramer in cui i giovanissimi e bravissimi Maryl Streep e Dustin Hoffman, si contendevano l’affidamento del loro bambino: questa similitudine fa perdere un po’ di fascino alla storia di Baumbach che, seppur ben articolata sul concetto che l’amore non finisce ma si trasforma anche quando tutto sembra andare in frantumi, evidenziando nei passaggi dolorosi di un divorzio un realismo di vita vissuta in cui non si perde la naturalezza di certi gesti che ti faranno ricordare di essere stati un tempo una famiglia, non convince sino in fondo, lasciando l’amara sensazione di qualcosa di già visto.
data di pubblicazione:19/11/2019
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