MON GARÇON di Christian Carion, 2017 – Selezione Ufficiale

MON GARÇON di Christian Carion, 2017 – Selezione Ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

Julien, rientrando a casa dopo una missione di lavoro all’estero, trova nella segreteria telefonica un messaggio della sua ex moglie che lo informa della sparizione del loro unico figlio Mathias. La polizia sembra brancolare nel buio circa le cause della scomparsa di un bambino di soli sette anni durante una gita in montagna con la scuola. Julien allora decide di cercarlo ad ogni costo.

Alla base del thriller di Christian Carion c’è la storia di due ex coniugi che ancora si rimproverano le reciproche colpe circa la fine del loro matrimonio. Lui, tutto dedito al lavoro che lo porta a viaggiare molto, e a non essere mai presente né per la moglie né per il figlio; lei (Mélanie Laurent), donna fragile e bisognosa di attenzioni, cerca conforto dopo la separazione da Julien in un altro uomo, più affettuoso e presente, che fa progetti su una loro famiglia futura in cui non c’è posto per il piccolo Mathias. I sensi di colpa e le reciproche accuse circa il perché il bambino sia sparito, prendono dapprima il sopravvento sulla storia e sulle relative indagini, che tuttavia non sortiscono l’effetto desiderato. Julien decide dunque di indagare: la soluzione arriverà solo sul finale di un film ad alto tasso di adrenalina, in cui Julien (un bravo Guillame Canet, che non delude quasi mai né da interprete né da regista) non si fermerà di fronte a nulla pur di ritrovare il figlio, sparito in piena notte dalla tenda in cui dormiva con altri bambini e che sembra svanito nel buio.

Le buone prove degli attori ed il ritmo del film, che riesce a tenere lo spettatore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine, non bastano tuttavia a dare sufficiente spessore alla pellicola.

La trama non particolarmente originale, supportata da una sceneggiatura che inserisce elementi apparentemente importanti al fine della risoluzione del caso, ma che poi rimangono irrisolti sul finale, creano un po’ di delusione e ci danno la sensazione che qualcosa nel film non abbia funzionato.

data di pubblicazione:28/10/2017







MON GARÇON di Christian Carion, 2017 – Selezione Ufficiale

UNA QUESTIONE PRIVATA di Paolo e Vittorio Taviani, 2017 – Selezione Ufficiale

(12^ FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 26 ottobre/5 novembre 2017)

Paolo e Vittorio Taviani scrivono una nuova pagina di poesia ed incantano con Una questione Privata. Dalle righe di Fenoglio prendono magicamente corpo i personaggi di Milton, Giorgio e Fulvia, avvolti e protetti dalla loro amorosa amicizia come le nebbie delle Langhe salvaguardano i partigiani dalle rappresaglie dei fascisti. È l’estate del 1943.

Siamo ad Alba e Milton (Luca Marinelli), giovane studente universitario soprannominato così per il suo amore verso la letteratura anglosassone (e che un anno dopo diverrà il suo nome di battaglia da partigiano), fa visite giornaliere a Fulvia (Valentina Bellè), una giovane torinese sfollata per qualche tempo ad Alba presso la villa estiva dei suoi genitori. La ragazza, capricciosa ed affascinante, di cui Milton si innamora perdutamente, le è stata presentata dal suo amico fraterno Giorgio Clerici (Lorenzo Richelmy), bello e guascone. I tre iniziano un’assidua frequentazione sino a quando Milton, nell’estate del ’43, si arruola: lo ritroveremo un anno dopo partigiano tra le colline di Alba. Non essendo mai riuscito a confessarle il suo amore, Milton fa sovente dono a Fulvia di bellissime lettere d’amore, di cui la ragazza si bea ogni qual volta vuole sentirsi al centro dell’attenzione di quel giovane timido e riservato, che amava leggere in lingua stralci di Cime tempestose. Nel novembre del ’44, durante una ricognizione, il “partigiano Milton” si ritrova casualmente di fronte alla villa e si imbatte nella vecchia governante (Anna Ferruzzo) che gli confida quanto Fulvia e Giorgio si fossero frequentati assiduamente dopo la sua partenza.

Può la gelosia far fermare tutto ciò in cui si crede di più, sino ad arrivare a desiderare la morte? Inizia per questo giovane un viaggio fatto di corse estenuanti, e di stratagemmi guidati da una irrefrenabile ossessione per raggiungere quel rivale in amore che, anche lui partigiano, nel frattempo è stato catturato dai fascisti.

I personaggi del romanzo sono tratteggiati con maestria: Fulvia ad esempio è quasi irreale, è la scintilla che sconvolge Milton e se ne impossessa, sino a spingerlo in questa ricerca spasmodica del suo amico Giorgio solo per conoscere la verità sui loro rapporti, più che per salvarlo dal nemico. Bello il modo con cui i Taviani indicano il passare del tempo mutuato attraverso l’inquadratura su come cambiano le mani di Milton, così come l’importanza che danno al frusciare degli alberi che ricordano la brughiera dello Yorkshire in cui è ambientato il romanzo della Bronte. “Noi abbiamo sempre amato Fenoglio” –dichiara Paolo Taviani in conferenza stampa- “il libro ci ha dato la possibilità di esprimere quell’inquietudine che volevamo raccontare, di cui il fascismo è solo la cornice… noi non traduciamo il libro in un film ma, come fu anche per Pirandello, cogliamo quei sentimenti da trasformare, tradendo il testo… e Fenoglio, sarebbe d’accordo”.

In alcune immagini del film, che rimangono impresse nella memoria, si sente, senza udire, lo strazio della guerra all’unisono con lo strazio della gelosia che corrode le membra e l’animo di Milton, in un furore di “ariostesca” memoria, in cui la storia fa solo da tragico sfondo alla vicenda privata.

data di pubblicazione:27/10/2017








VICTORIA & ABDUL di Stephen Frears, 2017

VICTORIA & ABDUL di Stephen Frears, 2017

Judi Dench entra nuovamente nei panni della regina Vittoria e lo fa sontuosamente con un’interpretazione ad alto tasso d’ironia, oltre che di bravura. Sposata con suo cugino Alberto, la regina Vittoria ebbe nove figli e regnò per un tempo lunghissimo (1837-1901) da tutti conosciuto come epoca vittoriana. Il film parla del periodo immediatamente successivo al giubileo per i primi 50 anni del suo longevo regno, in occasione del quale le venne consegnata una moneta commemorativa.

La regina, che nel 1876 era diventata anche Imperatrice d’India, ricevette questo piccolo dono celebrativo dalle mani di un umile impiegato indiano, Abdul Karim, scelto solo ed esclusivamente per la sua statura e prestanza fisica. Il giovane, inviato da Agra a Londra al cospetto di Sua Maestà, contravvenendo ai rigidi rituali di corte secondo i quali nessun suddito deve in alcun modo guardare negli occhi la sovrana, arrivò oltre che a sorriderle anche a baciarle i piedi. Grazie anche a questi gesti fuori protocollo, Abdul riesce a conquistare la regina a tal punto da diventarne dapprima suo servitore, poi segretario ed infine “munshi”, maestro spirituale. L’amicizia tra i due farà scandalo a corte e sarà molto osteggiata sino alla morte della sovrana avvenuta nell’Isola di Wight nel 1901.

“Ispirato a fatti realmente accaduti … per lo più” è la frase che dà inizio a questa divertente pellicola di Stephen Frears, la quale narra di questa insolita quanto malvista amicizia tra la regina Vittoria ed un musulmano di umilissime origini. Il regista spinge molto l’acceleratore sulla stanchezza che la Regina Vittoria, allora ultra ottantenne, provava per i noiosi riti di corte e su come i comportamenti decisamente inusuali ed arditi di quel giovane proveniente da una terra che, seppur facesse parte dell’impero britannico, lei non aveva mai visitato, la affascinarono a tal punto da esserne attratta. Inutile dire che il film è perfetto, la storia divertente, le ambientazioni sontuose, anche se a tratti stucchevoli, e la maestria di Frears (Le relazioni pericolose, The Queen, Philomena, Florence) nel portare sullo schermo tutto questo è immensa, supportata da un cast di attori tutti molto bravi.

Victoria & Abdul, presentato Fuori Concorso alla 74. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è una di quelle pellicole che non annoiano grazie anche alla curiosità che il pubblico può nutrire verso i capricci eccentrici della Regina Vittoria, da molti anni in lutto per la morte del marito, stanca ed annoiata, ma anche immensamente potente, tanto da potersi permettere di sfidare l’Impero con i suoi comportamenti.

data di pubblicazione:25/10/2017


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NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli, 2017

NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli, 2017

“Non chiamarmi Nico, chiamami con il mio vero nome: Christa”. Una parabola al contrario, e non il classico biopic, racconta pochi anni della vita di una icona senza raccontarne il personaggio e la sua carriera ma, al contrario, come è diventata negli ultimi anni della sua vita. Da cantante dei Velvet Underground, modella e musa di Andy Warhol per la sua bellezza leggendaria, il personaggio Nico diviene Christa Päffgen e vuole camminare da sola come artista, come donna e come madre.

 

Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli, Premio Orizzonti alla 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, parla della breve ma intensa storia di una donna che ha vissuto due vite andando prima in cima per poi toccare il fondo e scoprendo che entrambi questi poli opposti erano “vuoti”. La regista, già vincitrice nel 2009 per Controcampo con Cosmonauta, in particolare si concentra su una piccola porzione della vita di questa donna, rappresentandola senza alcuna idealizzazione di quello che fu il suo periodo d’oro, concentrandosi solo su ciò che era diventata negli anni ’80, lontana dai clamori del successo, quando con la sua piccola band girava l’Europa. Il film si chiude nel 1988: alla vigilia del crollo del muro di Berlino e del grande cambiamento.

Ad incarnare Nico è la splendida attrice e cantante danese Trine Dyrholm, Orso D’Oro alla Berlinale 2016 per La comune ed interprete di film intensi come Festen, In un mondo migliore, Love Is All You Nedd, che riesce grazie alle sue doti di interprete a tutto tondo ad entrare nella voce oltre che nel fisico di Christa, una donna che “che non si adatta bene e che lotta contro tante cose”, anche contro quella bellezza che un tempo le aveva regalato la notorietà, inventando assieme alla regista un personaggio dotato di una tagliente ironia, una buona dose di cinismo e di un atteggiamento dissacrante verso tutto ciò che l’aveva resa famosa. In particolare la regista si sofferma sul difficile ruolo di madre della sua protagonista e sul fragile rapporto con suo figlio Ari che, a causa della sua tossicodipendenza, le era stato sottratto alla tenera età di quattro anni ed affidato ai nonni paterni. Non essendoci molte testimonianze, se non qualche filmato e le sue canzoni, alcuni dei personaggi rappresentati nel film sono inventati: essi creano una sorta di piccola comune che ruota intorno alla vita e all’arte della protagonista, per ammissione della stessa regista che a Venezia ha dichiarato di aver ritrovato la realtà lavorando sulla fantasia.

I Gatto Ciliegia, gruppo musicale torinese fondato alla fine degli anni ’90, hanno curato le musiche del film come fu per Cosmonuata e La scoperta dell’alba.

data di pubblicazione:11/10/2017


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APPUNTAMENTO AL PARCO Joel Hopkins, 2017

APPUNTAMENTO AL PARCO Joel Hopkins, 2017

Donald e Emily sono entrambi soli, uno per scelta l’altra per destino; tutti e due in fuga da qualcosa, anche se non ne sono perfettamente consapevoli. Un giorno, per caso, si incontrano e provano a dialogare, mettendo a confronto i loro mondi così apparentemente diversi.

 

Emily (Diane Keaton), vedova da appena un anno, vive nella bella casa coniugale sita nell’elegante quartiere di Hampstead a nord di Londra: l’appartamento è l’unica cosa che le ha lasciato il defunto marito, assieme ad un mucchio di debiti da onorare. Emily, che non ha mai lavorato, ha sempre passato il suo tempo facendo volontariato e partecipando alle riunioni con le signore del suo stabile per discutere sulle migliorie da apportare al condominio, tutte cose che le hanno sempre riempito la vita. Durante uno di questi incontri apprende che al posto di un vecchio ospedale sito all’interno dello splendido parco di Hampstead, sorgerà un complesso di appartamenti di lusso molto caldeggiato dalle sue amiche benestanti.

Il disinteresse di Emily per questo tipo di argomenti, che un tempo erano il suo pane quotidiano, scatena l’insistenza di suo figlio e delle sue amiche a sanare il prima possibile la sua situazione debitoria, per poter tornare a vivere magari accanto ad un nuovo compagno di vita; ma la sua disattenzione non nasce dal dolore per la recente perdita del coniuge, verso il quale al contrario ha buoni motivi per nutrire un profondo risentimento, quanto dalla amara consapevolezza di aver buttato via la sua esistenza senza aver costruito nulla che le appartenesse veramente e che in qualche modo la rappresentasse.

Un giorno, osservando con un vecchio binocolo la zona del parco dove sorgerà il nuovo complesso di appartamenti, scorge nascosta tra gli alberi una baracca: è abitata da Donald (Brendan Gleeson), un irlandese barbuto, burbero e scostante che, nonostante i ripetuti avvisi di sfratto da parte dell’impresa appaltatrice dei lavori, vuole a tutti i costi tutelare quella solitaria quanto insolita vita tra gli alberi.

Joel Hopkins, a distanza di qualche anno, ripropone una commedia tenera basata sulla storia d’amore tra due persone non più giovani, dando agli interpreti il compito di reggere l’intero film sulle proprie spalle. Inutile dire che come fu per la coppia d’assi Dustin Hoffman ed Emma Thompson in Oggi è già domani, anche in Appuntamento al parco la divina Diane Keaton, elegantemente invecchiata, ed il bravissimo Brendan Gleeson (Lettere da Berlino, Suffragette) reggono tutti i 102 minuti della pellicola, che scorre lieve senza impennate né in positivo né in negativo, cullando piacevolmente lo spettatore grazie solo alla loro empatica interpretazione.

Il film purtroppo non tratta alcun altro argomento in maniera approfondita, ma tutto rimane a fare da sbiadito sfondo alla vicenda dei due protagonisti che, seppur accattivante e gradevole, al termine della proiezione non lascia segni tangibili nella memoria dello spettatore.

data di pubblicazione:18/09/2017


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