GEORGE MICHAEL: THE FAITH TOUR di Andy Morahan e David Austin, 2026

(Immagine tratta da cartella stampa)

Diretto da Andy Morahan e David Austin, George Michael: The Faith Tour non è semplicemente un film concerto rispolverato dagli archivi, ma una preziosa capsula del tempo che ci restituisce un indimenticabile artista nel suo massimo momento di grazia, all’apice della potenza vocale, della bellezza e di una presenza scenica magnetica, seppur già pericolosamente in bilico sul bordo del proprio mito.

Girato in 35mm durante due trionfali serate parigine, nel 1988, lo show documenta il primo tour da solista di un ragazzo di origini greco cipriote, che aveva appena voltato le spalle alle dorate catene degli Wham! per dimostrare al mondo di essere un autore totale. La scenografia è già una dichiarazione di intenti: un’imponente gabbia circondata da impalcature industriali, dentro cui si muovono George e la sua band. È il perfetto specchio di un paradosso interiore, da un lato la celebrazione edonista, con quel capolavoro funk pop che è I Want Your Sex, eseguito strategicamente sia in apertura che in chiusura, dall’altro la sensazione di avere costruito con le proprie mani una prigione dorata. Sotto gli strati di pelle e gli occhiali da sole specchiati, infatti, si avverte già l’ombra di quel cortocircuito esistenziale che lui stesso avrebbe definito un “mettersi all’angolo da solo”

Ma il film va oltre, offrendoci al contempo la testimonianza di un’estetica, di un immaginario e di un modo di intendere la popstar, ormai archeologici. Niente sovrastrutture tecnologiche, nessuna ricerca spasmodica dell’effetto spettacolare, solo un palcoscenico monumentale al centro e la voce di George Michael che risuona incontrastata, identica alla versione discografica, quasi un’assurdità nei tempi dell’autotune e dell’IA. Il tutto mentre il pubblico partecipa fisicamente all’evento, tra mani alzate e accendini accesi, godendosi il momento, in un’era precedente alla dittatura dello smartphone, nel quale la musica si ascoltava, si ballava e, soprattutto, si viveva.

Qualche inevitabile ruga del tempo affiora nella regia e nelle soluzioni sceniche, ma sarebbe un errore chiedere a queste immagini di assomigliare ad uno spettacolo contemporaneo. Il loro valore sta esattamente nella possibilità di testimoniare un’epoca senza correggerla.

data di pubblicazione:05/11/2026


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