LION di Garth Davis, 2016

LION di Garth Davis, 2016

Lion racconta la storia tormentata (e vera) di un giovane uomo che si mette in cerca dei suoi familiari di cui ha un ricordo lontano, di quando aveva appena cinque anni, età in cui si perde e non riesce più a ritrovare la strada che lo riporti verso casa.

Saroo, e suo fratello maggiore Ghaddu, sono inseparabili. Vivono in un piccolo paese rurale di una regione dell’India di cui il piccolo Saroo non sa neanche pronunciare il nome; sua madre è analfabeta e si guadagna da vivere trasportando sassi. I due fratelli, per prendersi cura della madre e della sorellina, sono disposti a fare qualsiasi cosa per riportare del cibo a casa: dal furto di carbone sui treni merci che poi rivendono in cambio di un po’ di latte, sino a guadagnarsi la giornata sollevando balle di fieno: “Saroo, sei troppo piccolo per sollevare le balle di fieno”…”io posso sollevare qualsiasi cosa”. E così Ghaddu un giorno si lascia convincere e lo porta con sé ma, non potendo lasciarsi sfuggire l’occasione di guadagnare qualcosa, decide di lasciare il fratellino ancora assonnato sulla panchina di una stazione, con la raccomandazione di non muoversi. Ma la notte è troppo buia per un bambino piccolo come Saroo; rifugiatosi su di un treno vuoto per dormire meglio, si risveglierà dopo un lungo viaggio in una enorme e sconosciuta città: Calcutta.

Lion, lungometraggio d’esordio del regista pubblicitario Garth Davis appena uscito nelle sale italiane, presentato in anteprima mondiale a settembre al Festival di Toronto e come film di chiusura alla 11^ edizione della Festa del cinema di Roma, è tratto dal romanzo autobiografico di Saroo Brierley A Long Way Home da novembre nelle nostre librerie. Anche se in campo cinematografico e letterario non è nuovo venire a conoscenza di storie di bambini alle prese con gli orrori della fame, della violenza e purtroppo della guerra – argomento comunque mai abbastanza trattato per sollevare le coscienze dal torpore in cui spesso vive la nostra società – quella raccontata da Lion-La strada verso casa colpisce perché è una storia diversa dalle altre.

Il film racconta non solo della forza interiore di un giovane venticinquenne che, mantenendo vivi i ricordi di quando aveva appena cinque anni, riesce a ricostruire il lungo percorso fatto nell’allontanarsi da casa, ma affronta anche in modo molto profondo e senza troppi romanticismi il tema delle adozioni, di certe radici che non si possono cancellare né modificare, neanche con un amore incondizionato.

Dev Patel (The Millionaire, L’uomo che vide l’infinito) è molto convincente nella parte di Saroo adulto, Rooney Mara (Carol) è la sua fidanzata, mentre Nicole Kidman, tornata finalmente sugli schermi con un ruolo intenso, veste magnificamente i panni della madre adottiva. Il film è ovviamente molto commovente perché la storia stessa lo è, e quindi rientra tra quelle pellicole che o si amano o si odiano, senza mezze misure. Le scene e la fotografia sono curatissime; tutta la prima parte della storia, girata in alcune zone rurali dell’India e a Calcutta è affascinante ed ha un buon ritmo, a scapito della seconda parte ambientata a Melbourne, che a tratti appare inutilmente lunga e lenta.

Non deve ingannare l’uscita commerciale del film in questi giorni di festa, perché Lion racconta una bella storia di quelle che allargano il cuore, senza tuttavia essere banale, che sicuramente il pubblico premierà anche dopo la pausa natalizia.

Data di pubblicazione: 26/12/2016


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ANIMALI NOTTURNI di Tom Ford, 2016

ANIMALI NOTTURNI di Tom Ford, 2016

Una coppia affascinante e di successo, l’ex marito di lei ed un misterioso manoscritto, sono gli ingredienti con cui Tom Ford costruisce un vero e proprio thriller, in cui la fantasia diviene metafora della realtà, ed in cui l’amore si mescola con il dolore di un addio, nella consapevolezza di aver perso qualcosa di importante per non aver saputo attendere.

 

 

Susan ed Edward sono una giovane coppia: molto diversi tra loro, ma leali, idealisti, innamorati. Lei pragmatica, esigente, con le idee molto chiare su cosa vuole diventare nella vita; lui scrittore in erba, sognatore, romantico, con una sensibilità che può essere intesa come debolezza; entrambi hanno tempi molto diversi nel mordere la vita. Dopo solo due anni di matrimonio, Susan decide di lasciare Edward preferendolo ad Hutton Morrow, uomo affascinante e di successo che le garantirà una vita agiata ma infelice. Susan ed Edward non si incontreranno più per 19 anni sino a quando un giorno la donna riceve un manoscritto a lei dedicato: è la copia di un romanzo dal titolo “Nocturnal Animals” dello stesso Edward con un biglietto in cui l’uomo le esprime il desiderio che sia proprio lei la prima a leggerlo. Nel farlo, Susan scoprirà una storia cupa, violenta e dolorosa che la riguarda direttamente il cui contenuto da un lato le farà affiorare i ricordi dei momenti più intimi della loro unione, e dall’altro ne turberà le notti abitualmente insonni da “animale notturno”.

Da questo momento la narrazione del romanzo si insinua nella realtà, dando vita a due storie parallele altrettanto realistiche, seppure una sia una rilettura del vissuto di Edward con Susan, che la donna rivivrà, ogni notte, sino all’epilogo ancora sconosciuto contenuto nel romanzo. Tom Ford cura, di questa sua seconda pellicola, anche la sceneggiatura rendendola accattivante, ritmata, incalzante, supportata da una ricerca estetica (come ci aveva già abituati in A single man), che è parte integrante della narrazione stessa, con inquadrature che sono delle vere e proprie installazioni d’arte contemporanea, anche nella descrizione delle scene più brutali. La performance iniziale, ambientata in una contemporaneità in cui l’immaginario si innesca nel reale, sconquassando le convenzioni in cui nessuno può più dirci come essere, è un autentico capolavoro. Appare dominante nel film l’uso del colore rosso, fortemente voluto dal regista: lo troviamo negli arredi, nel velluto di un divano che ospita due corpi nudi, nei particolari di molte scene, nei capelli delle donne, e persino, pare, sulla carta su cui è stato scritto il copione spedito al cast.

Bravissimi gli interpreti principali Amy Adams e Jake Gyllenhaal, anche se una nota di merito va decisamente ad Aaron Taylor-Johnson nel ruolo dello psicopatico Ray Marcus.

Animali notturni, premiato a Venezia 73. con il Gran Premio della Giuria presieduta da Sam Mendes, è un film che racconta un modo diverso di sentire l’amore e sul sapersi dire addio, quando ci si accorge che si è buttata via un’opportunità, forse l’unica, perché non si è stati capaci di coglierla.

data di pubblicazione:17/11/2016


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FAI BEI SOGNI di Marco Bellocchio, 2016

FAI BEI SOGNI di Marco Bellocchio, 2016

Torino, 30 dicembre 1969. É sera e sta nevicando. Una mamma si avvicina al letto del proprio bambino mentre lui dorme e chinandosi per dargli il bacio della buona notte gli sussurra all’orecchio “fai bei sogni”. Massimo non sa che quel gesto, vissuto da lui passivamente come qualcosa di già appartenente alla sfera onirica, segnerà l’inizio della sua nuova vita senza di lei, che svanirà nel nulla al suo risveglio. Lei, sua mamma, e quella frase sussurrata tanto amorevolmente, saranno per molti anni oggetto di racconti paterni, una sorta di “ricordo filtrato” che condizionerà la sua vita sin nell’età adulta.

 

É arrivato sugli schermi italiani l’atteso film di Marco Bellocchio liberamente ispirato al romanzo autobiografico Fai bei sogni di Massimo Gramellini, giornalista e scrittore, noto anche al grande pubblico televisivo per avere affiancato Fabio Fazio in una famosa trasmissione, divenendo personaggio dei nostri giorni molto amato. Solo un grande regista come Bellocchio poteva raccontare la storia narrata nel libro distaccandosi da esso, perché il Massimo del film non è il Massimo del romanzo, senza tuttavia allontanarsene e stravolgerla, ma dando ad essa la sua personale lettura nel raccontare “un’assenza” ingombrante con cui fare i conti e riconciliarsi. Questa assenza e questo vuoto, riemergono apparentemente per caso, in seguito ad un profetico attacco di panico del protagonista (interpretato da un misurato e taciturno Valerio Mastandrea), come manifestazione di desiderio e nel contempo di paura nello scoprire una verità da sempre negata e distorta. La storia, già nota in quanto il romanzo è del 2012, è raccontata da Bellocchio attraverso un’ambientazione in cui il ricordo ed il sogno si insinuano costantemente nel reale, attraverso la descrizione di una serie di personaggi chiave. Essi rappresentano l’ossatura del ricordo di Massimo oltre ad essere i capisaldi della propria crescita, e servono al regista come filtro per dare la sua personale versione di Fai bei sogni, in cui emerge spesso una mancanza prevalentemente affettiva da parte di chi resta accanto al bambino dopo la morte della madre. Un bravissimo Guido Caprino interpreta il padre di Massimo, distaccato e severo, che non trova mai il momento giusto per rivelargli la verità sulle cause della scomparsa, supportato da una governante che non prova neanche minimamente a colmare questa figura mancante; poi ci sono una coppia di zii, anch’essi allineati all’ideologia dell’omertà nei confronti del bambino, e un professore (prete) che lo esorta al coraggio di vivere senza “se”, ma imparando a farlo “nonostante” (figura questa magistralmente interpretata da Roberto Herlitzka). E poi c’è la vita reale, in cui Massimo incontra alcuni personaggi che ne tratteggiano la professione di giornalista: dall’intervista esclusiva ad un industriale che ricorda la figura di Raul Gardini nel momento del suo tragico epilogo (interpretato da un magico Fabrizio Gifuni), la figura di una madre (Piera degli Esposti) tratteggiata da una lettera del figlio che non la ama indirizzata al giornale al quale Massimo dovrà replicare, sino alla sua esperienza a Sarajevo in cui non potrà fare a meno di fotografare un bambino che non smette di staccare gli occhi dal suo giochino elettronico, pur di non guardare ciò che la vista non può sopportare.
Il film ci porta per mano in una favola adulta, dove i bambini soffrono e i grandi sono colpevoli perché sottraggono affetto invece di darlo, in cui la rigidità di un’educazione cattolica e la negazione della verità prevalgono sul coraggio di raccontarla ma anche sull’umiltà di farlo, segnando inevitabilmente la vita di quei figli, che da adulti dovranno fare i conti con la rabbia di una vita sempre in salita.

data di pubblicazione:13/11/2016


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UN MOSTRO DALLE MILLE TESTE di Rodrigo Plà, 2016

UN MOSTRO DALLE MILLE TESTE di Rodrigo Plà, 2016

Una donna, con un figlio adolescente e un marito in fin di vita, si trova a dover lottare contro il “mostro dalle mille teste” rappresentato dalla burocrazia e dalla corruzione del suo paese, sintomi di una società malata che si basa su regole violente che producono solo violenza.

 

 

Sonia Bonet, dopo l’ennesima crisi del marito malato di cancro, tenta di mettersi in contatto con il professore che lo tiene in cura, ma questi non vuole riceverlo prima dell’appuntamento già fissato di lì a un mese. La donna, temendo sia troppo tardi, insiste per tentare di avere subito un incontro, ma scopre che il professore si fa negare. Il medico in realtà non vuole più prescrivere al marito della donna dei farmaci che, seppur in grado di alleviarne le sofferenze, a causa del costo elevato non sono coperti dalla loro polizza sanitaria; inoltre, il grande gruppo assicurativo a cui è legato, ha tra i propri regolamenti interni assolutamente top secret, il riconoscimento di un bonus a quei professionisti che riescono a raggiungere una certa percentuale di “pratiche di rifiuto” nei confronti di assicurati che non possono permettersi di pagare premi molto elevati.

Un mostruo de mil cabezas ha inaugurato nel 2015 la Sezione Orizzonti della 72^ Mostra di Venezia. Girato in modo che ogni scena venga mostrata dal diverso punto di vista dei vari protagonisti, la pellicola ha la forma del thriller con un accompagnamento musicale che fa presagire in ogni istante l’arrivo imminente di una tragedia. Seppur ambientato in Messico, il film affronta un problema diffuso in molti paesi: quello dell’assistenza sanitaria legata a forme assicurative che creano un discrimine sulla salute delle persone. Rodrigo Plà aveva già sperimentato il thriller a sfondo socio politico sin dai suoi esordi, quando nel 2007 vinse il Leone d’Oro del futuro come miglior opera prima a Venezia ed il Premio Internazionale della Critica a Toronto con La zona, film-denuncia molto coraggioso che identificava nel titolo un quartiere benestante sito al centro di Città del Messico delimitato da alte mura, claustrofobica realtà a cui si contrapponeva l’informe agglomerato urbano delle favelas, due mondi antitetici dove l’elemento “muro” rappresentava al tempo stesso ostacolo da scavalcare e barricata per difendersi.

Con Un mostro dalle mille teste il regista torna sul tema della contrapposizione sociale, offrendoci un’immagine durissima della nostra società contemporanea con regole spietate, che trasformano gli esseri umani in vere e proprie belve feroci disposte a sbranarsi e a ricorrere alla violenza anche per urlare al mondo i propri diritti.

Solo l’abbraccio di un’infermiera e la comprensione di un poliziotto ci richiamano, forse, ad uno scenario di “normalità”… 

data di pubblicazione:04/11/2016


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7 MINUTI di Michele Placido, 2016

7 MINUTI di Michele Placido, 2016

11 operaie sono chiamate a decidere se continuare a lottare o accettare un nuovo, ulteriore compromesso pur di mantenere il proprio posto di lavoro. Un dilemma che coinvolge tutte le operaie dell’azienda tessile di cui loro sono le rappresentanti al cospetto del padrone. Ma ciò che sembra in apparenza una scelta semplice ed immediata, in realtà nasconde mille insidie che andranno attentamente valutate, prima di prendere una decisione definitiva.

 

E se quello che guardiamo non è il cielo ma un mare che sta per cascarci addosso? É ciò che si chiede una delle undici operaie di un’azienda tessile italiana, da poco ceduta ad una multinazionale francese, chiamate a decidere in rappresentanza di tutta la fabbrica se accettare o meno le condizioni della nuova proprietà. Il lavoro è salvo, ma si chiede ad ognuna di loro di rinunciare ogni giorno a 7 minuti della pausa pranzo: cosa sono solo 7 minuti, se in ballo c’è il mantenimento del posto di lavoro? Sono donne, ma anche madri, figlie e future nonne; i loro dialetti si mescolano all’italiano incerto di altre operaie immigrate dall’Albania, dalla Nigeria, dalla Romania. Ma Bianca, che è colei che le ha rappresentate tutte nel Consiglio di fabbrica, dice loro che quei pochi minuti, moltiplicati per il numero di tutte le operaie presenti in fabbrica, sono 900 ore di lavoro in più al mese: vuol dire produrre di più a costo zero e senza nuove assunzioni. E allora, accettare questo compromesso è uno sbaglio? Vuol dire che forse sta vincendo la paura perché, quando tutto crolla, cresce il bisogno di salvarsi? E se si accetta senza problemi, cosa succederà in futuro?

Michele Placido ci racconta una storia ispirata ad un fatto vero, portandoci per mano, senza eccessi, nel cuore pulsante di interrogativi importanti e lo fa affidandosi ad un cast femminile di prim’ordine. Queste donne dovranno in poco tempo emettere un vero e proprio “verdetto” e decidere se accettare o meno una proposta apparentemente innocua pur di vedere salvo il lavoro di tutti. Il film, nato da un testo teatrale di Stefano Massini, si svolge prevalentemente in una stanza in cui le operaie, intorno ad un tavolo, si trovano a dover prendere per tutti una decisione che ha un peso specifico importante, ed evoca in maniera inequivocabile, nell’impianto scenico, La parola ai giurati di Sidney Lumet il cui soggetto è stato ripreso negli anni in diversi adattamenti teatrali. La contrapposizione delle loro storie, i discorsi razzisti che in condizione di nervosismo emergono con prepotenza tra di loro, il voto che ognuna dovrà ripensare perché nel confronto le certezze cominciano a vacillare, sono anch’essi elementi nodali che ci riportano al film di Lumet e ai suoi 12 giurati chiamati a decidere unanimemente su un caso di parricidio che sconvolgerà le loro coscienze.

Tuttavia, nonostante le affinità, 7 minuti è un buon film, che si avvale non solo di una solida e collaudata sceneggiatura, ma anche di una ottima interpretazione corale di: Ottavia Piccolo, Ambra Angiolini, Fiorella Mannoia, Violante Placido (finalmente in un ruolo maturo), Clèmence Poèsy e Sabine Timoteo (bravissime), Maria Nazionale ed Cristina Capotondi; ma soprattutto di una ritrovata verve di Michele Placido alla regia.

data di pubblicazione:03/11/2016


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