I MILIONARI di Alessandro Piva

I MILIONARI di Alessandro Piva

(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Cinema d’Oggi)

Dopo la demitizzazione della mafia siciliana in La mafia uccide solo d’estate di Pif, la rassegnazione della ‘ndrangheta calabrese in Anime nere di Francesco Munzi, gli stereotipi della criminalità romana in Senza Pietà di Michele Alhaique, il cinema italiano dell’ultimo anno chiude il proprio tour geografico-criminale con la camorra che regna sulla Napoli del terremoto dell’Irpinia e del trionfo di Maradona, per poi seguire la traiettoria di una tanto prevedibile quanto inarrestabile parabola discendente.

I milionari di Alessandro Piva racconta la storia vera di “Alain Delon” (Francesco Scianna), abbagliato dal lustro di una vita dorata, ubriacato dalla strafottenza di chi è convinto di tenere ben saldo lo scettro tra le mani, appagato dall’illusione di una famiglia “normale”, che abita in una casa arredata come quella delle bambole, al piano di sopra rispetto all’ufficio.

Appena la proiezione del potere inizia a farsi più sgranata, affondando il coltello e le scariche di mitragliatrice negli affetti più profondi, riaffiorano quei dubbi che, fin da ragazzino, rendevano “Alain Delon” diverso dagli altri, riproponendo l’eterno dilemma di chi si trova a scegliere la malavita, sia pur con l’impressione di non avere altra scelta.

Film indubbiamente ben confezionato, che nulla però aggiunge rispetto al modello di genere, scontato negli esiti e con il perenne rischio, non del tutto scongiurato malgrado quanto affermato in conferenza stampa, di ammantare da un velo di eroismo quelli che il linguaggio comune definisce “pentiti” e che il più onesto linguaggio giuridico si limita a considerare “collaboratori di giustizia”.

data di pubblicazione 20/10/2014







EDEN di Mia Hansen-Løve – F

EDEN di Mia Hansen-Løve – F

(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Sezione Gala)

Sesso, droga e discoteca. A questa triade Mia Hansen-Løve affida il suo viaggio attraverso la musica elettronica francese, legata a nomi, a partire da quello dei Daft Punk, che ancora fanno risuonare il “French Touch” nelle orecchie e nelle gambe della generazione cui appartiene anche la regista, classe 1981.

Il film ha il pregio di non cedere quasi mai alle pur suadenti tentazioni enciclopediche e didascaliche, ma il tentativo di restituire l’affresco interiore e interiorizzato di un mondo fatto di tanti sogni e troppe illusioni sembra infrangersi, almeno a tratti, negli stereotipi di un genere segnato da venature marcatamente adolescenziali. Ragazzi che crescono dopo essersi creduti adulti, sogni che non riescono a stabilizzarsi in un lavoro, il miraggio della gloria che fa perdere di vista la vita.

Il tutto filtrato dallo sguardo di Paul (Felix De Givry), incastonato in una faccia forse un pò troppo pulita per sostenere il ruolo in maniera pienamente convincente. Paul ama incontrare le donne di cui è stato innamorato, ma che a un certo punto scelgono di vivere senza di lui anziché sognare insieme a lui. Fino a quando non appenderà la consolle al chiodo, senza però rinunciare al ritmo che pervade l’esistenza. Perché solo chi ha ascoltato il silenzio può perdersi davvero nella musica. E solo chi si è perso davvero nella musica può tornare ad ascoltare il silenzio.

data di pubblicazione 19/10/2014







THE LIES OF THE VICTORS di Cristoph Hochhäusler – D

THE LIES OF THE VICTORS di Cristoph Hochhäusler – D

(Festival Internazionale del Film di Roma 2014 – Cinema d’oggi)

Le bugie dei vincitori diventano la verità per i perdenti, che, sistemati attorno al tavolo con la convinzione di essere scaltri giocatori, si scoprono all’improvviso cieche pedine nella mani di chi lancia i dadi truccati. La bugia/verità può essere scritta su un libro di storia. O sulla prima pagina di un giornale. L’importante è che risulti credibile.

L’intreccio tra potere politico e potere economico, fatto di messe in scena minuziosamente orchestrate e capace persino di scomodare l’Unione europea per smaltire più comodamente quei rifiuti pericolosi divenuti una delle metafore più potenti dei nostri tempi, mostra una straordinaria attitudine a incantare il grande schermo e i suoi spettatori. Specie quando l’indagine viene condotta da due giornalisti giovani e belli, inevitabilmente destinati all’attrazione (fatale?). Due inviati molto tedeschi e non troppo speciali, che quasi fanno rimpiangere i tempi in cui, alle prese con intrighi e sentimenti, c’erano Nick Nolte e Julia Roberts.

Ogni regola, in effetti, ha le sue eccezioni. Senza contare che il confronto con un genere tanto sperimentato rischia di rivelarsi assai simile a un salto nella fossa dei leoni, attorno al quale, forse non a caso, ruota l’intreccio di The lies of the victors di C. Hochhäusler, che sembrerebbe proprio la classica eccezione alla regola del thriller politico in grado di travolgere con il suo ritmo incalzante. La storia, penalizzata da un avvio lento e macchinoso e infarcita da qualche stereotipo di troppo, lascia un senso di incompiuto che neppure la lapalissiana chiave di lettura, chiara fin dal titolo ed esplicitata a scanso di equivoci nel finale, riesce a colmare.

data di pubblicazione 18/10/2014

 







LE SORELLE MACALUSO di Emma Dante

LE SORELLE MACALUSO di Emma Dante

Corpo a anima il teatro di Emma Dante. Ombre e luci, tenebre e colori, frastuono e silenzio, scherzo e tragedia, vita e morte ne Le sorelle Macaluso. Una storia come tante raccontata in modo unico. Con quell’impeccabile unicità che solo chi ha guardato in faccia l’arte è in grado di far intravedere al suo pubblico. Una famiglia. Delle visioni parziali che lentamente si ricompongono in unità. Le parole non dette finalmente urlate. Ognuno ha un posto assegnato, nella scena e nella vita. Ognuno si porta dietro il suo carico di senso di colpa (che in qualche caso è mera responsabilità oggettiva!), il suo rancore, la sua frustrazione. In una parola: la sua vita. Quella vita in cui si combatte, con tanto di spade e scudi, quella vita in cui si gioca, si soffre, si canta, si piange, si danza. Siamo liberi, eppure attaccati a fili invisibili che ci fanno muovere come tanti pupi siciliani. Siamo insieme, eppure confinati in un inespugnabile solipsismo eterodiretto, con l’impressione che alla fine siano sempre “gli altri” a emettere la condanna alla nostra solitudine. Senza possibilità d’appello. Senza poter più fermarsi a contemplare il sole che brilla sul mare. Con la capacità di guardare davvero il cielo quando ormai siamo definitivamente finiti dietro le sbarre. Senza indulto e senza amnistia.

Non c’è scenografia, i cambi di costume avvengono sulla scena, la fisicità degli attori travolge lo spettatore che, nel buio del Palladium, si affida senza riserve a quella “sospensione dell’incredulità” grazie alla quale il teatro (e il cinema) divengono affascinante anello di congiunzione tra la realtà e il sogno.

data di pubblicazione 15/10/14


Il nostro voto:

VIAGGIO SOLA di Maria Sole Tognazzi, 2013

VIAGGIO SOLA di Maria Sole Tognazzi, 2013

Il viaggio come metafora della vita è la chiave di lettura lapalissianamente esibita nel film di Maria Sole Tognazzi. C’è poco da interpretare nelle intenzioni dell’(ex) enfant (mai davvero) prodige, che dismette i panni dell’intellettuale a tutti i (radical) costi per confezionare un prodotto che, pur senza eccessive pretese, si rivela nel complesso garbato, a tratti piacevole, con improvvisi e taglienti guizzi nei dialoghi, con una Margherita Buy in splendida forma, fisica e artistica. Forse non meritava proprio tutti i finanziamenti pubblici che scorrono nei titoli di testa, ma l’elegante confezionamento dei titoli di coda, al quale va riconosciuto l’impagabile merito di impedire che le luci in sala si alzino prima della FINE del film, assolve persino il peccato originale di un’Italia che proprio non può fare a meno di cedere alle lusinghe del (cog)nome d’arte.

Margherita-Ulisse-Buy “vive” nei più lussuosi alberghi del mondo, senza mai fermarsi in una “casa” tutta sua, senza mai provare a costruirsi un Mulino Bianco decrepito e abbandonato, ma protetto e nascosto da solide pareti, ispessite dalla rassicurante fissità delle convenzioni sociali. È ospite sporadica nelle case (e nelle vite) degli altri. È spettatrice di una normalità che la affascina e la spaventa, la attrae e la respinge. Questa casa non è un albergo. Questo albergo non è una casa. Questo albergo è un palcoscenico. Basta indossare la maschera e recitare un ruolo. Lo fanno tutti in fondo. Solo che lei ne è fin troppo consapevole e non trova nulla di meglio da fare che recensire il ruolo degli altri, affidando la sua tagliente critica a ossessivi questionari, pieni zeppi di dettagli che non fanno la differenza.

Fino a quando la casa irrompe nell’albergo, le assi del palcoscenico scricchiolano facendolo sprofondare nella vita. E allora una mamma torna a essere una zia. Una donna libera torna a essere una donna sola.

I personaggi che orbitano attorno agli occhi verdi di Margherita Buy sono appena abbozzati, rientrando fin troppo bene in quegli stereotipi che in fondo accolgono con straordinaria generosità chiunque ne faccia richiesta. L’ozpektiano duo delle meraviglie Buy-Accorsi cerca di ricomporsi, nella locandina e nello schermo. Anche se non sono più i tempi di una volta.

Nulla di nuovo, poco di originale. Ma l’assillante interrogativo Chi avviserebbero se mi succedesse qualcosa?, in fondo, si insinua nella mente dello spettatore anche se scevro (o forse soprattutto perché scevro) dalle cedenze retoriche dell’intellettuale a tutti i (radical) costi.


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