da Maria Letizia Panerai | Feb 24, 2018
Una balena spiaggiata, tanti curiosi che assistono al “rassegnato” lavoro degli ambientalisti che tentano di mantenerla in vita continuando a bagnarla con acqua di mare. Hannah affretta il suo passo sulla spiaggia, vestita di tutto punto come per andare ad un appuntamento: guarda negli occhi il cetaceo morente forse nel tentativo di sentire cosa si prova nell’osservare una lenta agonia.
Il titolo originario dell’intenso film di Andrea Pallaoro doveva essere La balena, sostituito poi con il nome della protagonista, perché la scena del mammifero spiaggiato evoca la lenta deriva dell’esistenza di una donna che, all’indomani dell’arresto del marito o meglio consorte, perché da quel momento lei ne condividerà la sorte, vedrà la sua vita spegnersi lentamente. Ma quale colpa si cela dietro quell’arresto? Allo spettatore non è dato saperlo perché il film, almeno in apparenza, non fornisce spiegazioni “convenzionali”. Ciò che è dato sapere è che la protagonista tenta con tutte le forze di aggrapparsi alla sua routine fatta di piccole cose che tuttavia le sfugge di mano, attimo dopo attimo, senza che lei possa fare nulla per frenare questo processo. Il figlio non la vuole più vedere, i vicini la evitano, la piscina dove va a nuotare le revoca l’abbonamento, anche gli allievi che come lei frequentano un corso di teatro, suo unico diversivo, non le parlano mai, non le fanno mai un sorriso, non le rivolgono mai uno sguardo che la faccia sentire viva. Eppure le spiegazioni di tutto questo sono lì, davanti ai nostri occhi: le troviamo nascoste in una busta di fotografie, nei silenzi di Hannah, nelle parole pronunciate attraverso le pareti di casa dalla vicina, nel dolore soffocato di questa donna che porta sulle sue gracili spalle una colpa non sua, ma che la sta schiacciando.
Hannah è un film profondo ma non per tutti, perché l’assenza quasi totale di dialoghi genera stupore e smarrimento: lo spettatore può solo osservare ogni piega delle espressioni di questa donna, imparare ad ascoltare i suoi silenzi, guardare i suoi occhi.
Charlotte Rampling è Hannah: è lei il film ed è immensa. Tutto il resto fa solo da sfondo al suo dolore, alla sua solitudine, al suo lento crollo verso un’inevitabile deriva nata dall’isolamento in cui l’ha relegata quella piccola porzione di società, rappresentata dal suo mondo e dai suoi affetti.
Si consiglia la visone di questo film a chi vede nel cinema l’opportunità di provare sempre nuove emozioni, a chi ama affinare le proprie percezioni viaggiando nei meandri dello spirito umano, per visitare pieghe mai percorse prima.
data di pubblicazione:24/02/2018
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da Maria Letizia Panerai | Feb 14, 2018
É il 1962. In una piccola località non meglio identificata della costa americana vive Elisa, una ragazza muta che lavora di notte come donna delle pulizie in un laboratorio governativo di massima sicurezza dove una sera, in assoluta segretezza, viene portata una sorta di cisterna cilindrica in vetro piena di un’acqua dal colore verdognolo. Elisa ode da quello strano cilindro, blindato come una sorta di piccolo sottomarino, l’eco di strani versi che sembrano appartenere ad una creatura marina e che tanto innervosiscono le persone addette alla sicurezza ma che, al contrario, attraggono irrefrenabilmente la dolce ragazza “senza voce”, tanto da volerne sapere di più…
Elisa (Sally Hawkins) è già di per sé una strana creatura, che vive in mondo quasi ultraterreno: sembra essere grata alla vita, affrontando ogni giorno come fosse una danza, sempre allegra, spensierata e con un rassicurante sorriso stampato sul viso. Eppure Elisa è vera, in carne ed ossa, ma la sua vita assomiglia ad una fiaba come il suo piccolo appartamento dai colori che ricordano il fondo marino, situato sopra un teatro di quartiere dalle poltroncine di velluto color porpora; ogni sera, prima di recarsi a lavoro, si prende cura di sé con un bel bagno ed una cena leggera, che prepara sempre anche per il suo vicino Giles (Richard Jenkins), un talentuoso illustratore di cartellonistica per prodotti alimentari un po’ sfortunato, ma irrimediabilmente romantico, ancora alla ricerca dell’anima gemella e legato ad Elisa da una profonda amicizia. E poi c’è Zelda (Octavia Spencer), una collega di lavoro prepotente ma tanto buona, che Elisa ogni notte durante il turno di lavoro ascolta amorevolmente parlare senza tregua e, soprattutto, senza mai poter…replicare. Ma un giorno, incurante delle disposizioni del funzionario (Michael Shannon), cattivo e dai modi violenti, responsabile della custodia di quel misterioso uomo-anfibio contenuto nella cisterna, essere preistorico che i sovietici vorrebbero sottrarre per farne esperimenti, Elisa decide di socializzare con “il mostro” e lo farà nel modo più naturale possibile: sedendosi sul bordo della vasca ed offrendo ad esso parte del suo pranzo….
Ha meritatamente vinto la 74. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia il grande film di Guillermo del Toro, in cui fantasia, thriller, romanticismo, sesso ed amore si mescolano e ci inondano come l’acqua presente nella vita dei due protagonisti: un uomo pesce di cui si innamora perdutamente una donna senza voce “in un momento di strana sincronia che accade raramente”.
E così è la favola ad entrare nella vita vera, nel mondo reale, e non si può che assistere esterrefatti a tutto questo, attraverso le immagini di una storia d’amore che vince su paura e violenza. Le scene del film sono estremamente curate, non solo nelle inquadrature e nella fotografia, ma anche nei colori che anticipano la trama: come il rosso del sangue e delle scarpe di Elisa, o il colore della sua casa che sembra un relitto inabissato in contrapposizione alla luce accecante che inonda la stanza dove Giles disegna i suoi cartelloni pubblicitari. Sublime è la colonna sonora del compositore francese Alexandre Desplat (Oscar per Grand Budapest Hotel), studiata a tavolino con il regista che ha curato personalmente tutto del film, dalla sceneggiatura in poi, tassello dopo tassello con amorevole meticolosità, amore che traspare in ogni impercettibile piega del film.
In attesa degli Oscar, se volessimo dare una forma a qualcosa che si avvicina ad un piccolo capolavoro, potrebbe avere quella dell’acqua.
data di pubblicazione:14/02/2018
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da Maria Letizia Panerai | Gen 24, 2018
Siamo alla fine dell’Ottocento in un piccolo villaggio della Danimarca, dove vivono due anziane sorelle, figlie di un pastore protestante che è anche il capo religioso della comunità. Dopo la morte del genitore, le due donne continuano la sua missione dedicandosi completamente agli altri, rinunciando ognuna a crearsi una famiglia. La loro vita è semplice e frugale, così come i pasti che sono solite elargire ai compaesani in difficoltà, come una sorta di mensa benefica per i più bisognosi. Un bel giorno bussa alla loro porta una donna: è Babette Hersant, sfuggita alla repressione della Comune di Parigi dove le sono stati uccisi marito e figlio. Ha con lei una lettera di presentazioni di Achille Papin, una vecchia conoscenza di una delle due sorelle, in cui viene chiesto di ospitare la donna in cambio del suo valido aiuto come governante. Passano molti anni e Babette, che nel frattempo si è conquistata la stima dell’intera congrega, un bel giorno riceve da Parigi diecimila franchi d’oro frutto di una vincita alla lotteria. Come forma di ringraziamento, prima di congedarsi per fare rientro in patria, la donna chiederà alle due sorelle di poter allestire un pranzo in memoria del pastore loro padre, omettendo di dire che userà gran parte di quella esagerata somma di danaro per il banchetto. I dodici commensali non sanno che quello sarà un pranzo speciale; solo il generale Lorens Lowenhielm, ospite d’onore della serata, riconoscerà portata dopo portata che, dietro quelle sofisticate delizie, si nasconde la mano di un prestigioso chef parigino donna che, molti anni addietro in un famoso ristorante di Parigi, riusciva con la sua cucina sublime a trasformare ogni banchetto “in una avventura amorosa”. La seduzione di quel cibo inebrierà tutti i commensali, nessuno escluso, facendo loro superare discordie ed antichi rancori, facendoli quella sera danzare tutti insieme perché “rettitudine e felicità si sono baciate”. Babette rimarrà in Danimarca senza un soldo, ma rafforzando la consapevolezza che “un artista non è mai povero”.
Tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen, Il pranzo di Babette è un autentico capolavoro da non perdere e da rivedere.
Il film venne presentato nella sezione Un Certain Regard de la 40^ edizione del Festival di Cannes dove il regista ottenne una menzione speciale dalla giuria ecumenica, per poi vincere nel 1988 l’Oscar come miglior film straniero e nell’89 il Bafta per la stessa categoria; mentre Stéphane Audran (Babette) fu insignita del Nastro d’argento nel 1988, come miglior attrice straniera.
Alla raffinatezza di questa splendida pellicola ed in onore della splendida Babette, vorrei abbinare la ricetta di un dolce sublime: la torta di mandorle e crema di mia madre Argia.
INGREDIENTI – per la sfoglia: 100 gr di burro – 4 tuorli – 4 cucchiai di zucchero – 2 etti circa di farina 00 (quanta ne assorbe per una consistenza di pasta morbida) – la buccia di 1 limone grattugiato; per la crema pasticcera: 4 tuorli – 100 gr di zucchero – 50 gr di farina 00 – 1/2lt di latte intero o alta qualità – 1 stecca di cannella; per la crema di mandorle: 150 gr di mandorle tritate finemente – 3 albumi – 125 di zucchero – buccia grattugiata di 2 limoni.
PROCEDIMENTO:
La torta consta di tre passaggi: la pasta di base con cui foderare lo stampo, la crema pasticcera e la crema di mandorle.
Per la pasta mettere in una coppa la farina a fontana ed all’interno della cavità i 4 tuorli, il burro a temperatura ambiente ridotto a pezzetti, lo zucchero, e la buccia grattugiata del limone. Mescolare il tutto sino all’assorbimento della farina. Otteniamo una palla di pasta piuttosto morbida ma che non deve risultare appiccicosa sulle dita: qualora lo fosse, aggiungere all’occorrenza un po’ di farina. Mettere la pallina in frigo avvolta alla pellicola trasparente.
Per la crema pasticcera (che può essere fatta anche la sera prima in quanto deve essere fredda e ben compatta), unire ai 4 tuorli i 100gr di zucchero e i 50gr di farina, e girare il tutto con un mestolo di legno senza creare grumi finché non si raggiunge un colore chiaro. Aggiungere il latte a filo, precedentemente riscaldato con all’interno una stecca di cannella che poi va tolta, e mettere a cuocere il tutto a fuoco lento mescolando con il mestolo sino a raggiungere una consistenza piuttosto soda.
Per la crema di mandorle, montare a neve ferma i 3 albumi con lo zucchero, ed alla fine aggiungere la buccia di 2 limoni grattugiati e i 150gr di mandorle pelate precedentemente macinate a grana sottile ma non troppo (non deve essere una farina). Gli ingredienti vanno ovviamente aggiunti agli albumi montati mescolandoli sempre dal basso verso l’alto.
Prendere a questo punto una teglia circolare da 28 cm di diametro (che, preferibilmente, dovrebbe essere di quelle con bordo sganciabile), imburratela e infarinatela, foderatela con la pasta appena tolta dal frigorifero aiutandovi con le mani, creando un bel bordo alto e bucandola sul fondo e ai lati con la forchetta. Inserire quindi sul fondo prima la crema pasticcera ed sopra a chiusura la crema di mandorle. Infornare a forno ben caldo fisso solo sotto a 160°/170° per circa 30 minuti scarsi, trascorsi i quali aprire il forno e vedere se la crema di mandorle è diventata dorata ed il bordo della pasta cotto.
Una volta sfornata, aspettare che la torta sia ben fredda per toglierla dalla teglia sganciando delicatamente il bordo, perché è molto delicata e potrebbe rompersi.
E’ una torta raffinatissima, ottima come fine pasto o per un the.
da Maria Letizia Panerai | Dic 3, 2017
Tratto dal monologo di un padre, come Michele Serra ha definito il suo non-romanzo Gli sdraiati, il film di Francesca Archibugi liberamente ispirato ad esso è una gradevole storia, scritta a quattro mani con Francesco Piccolo, in cui compaiono personaggi che nel libro non ci sono ma che ci consegnano il senso profondo di ciò che Serra ha voluto trasmetterci: una lunga lettera senza risposta di un padre ad un figlio.
Intelligenza, ironia, profondità sono gli ingredienti di questa nuova avventura della regista e sceneggiatrice di Mignon è partita, Il grande cocomero, L’albero delle pere, Lezioni di volo, Questioni di cuore. Un padre ed un figlio visti da una donna, con un occhio attento alle loro sofferenze, ai loro silenzi così carichi di tante parole, al loro senso di abbandono: tutto questo senza lacrime o drammi, ma con quella leggerezza di chi riesce a descrivere i sentimenti senza sentimentalismi, entrando nelle pieghe dei turbamenti di un padre che non riesce a ritrovare la rotta e di un figlio che resiste con maturità mista ad un muro di insofferenza ai suoi tentativi goffi, seppur colmi di un amore smisurato, per appianare le loro diversità.
Claudio Bisio, che ha già portato a teatro questo ruolo nello spettacolo Father and son, è molto bravo nell’esprimere il tentativo impotente di insegnare delle regole ad un figlio che non le vuole apprendere, in questo dialogo tra opposti che non sanno riconoscersi e rispettarsi, in un film che al contrario è un inno al vivere e lascia vivere in cui è importante, anzi fondamentale, per un genitore essere presente senza invadere, andando incontro con rispetto, pazienza e comprensione a chi non ha ancora formati gli strumenti per difendersi, astenendosi dal dettare troppe regole che inevitabilmente vengono disattese creando disinteresse.
Come è già accaduto in altri film della regista romana, anche ne Gli sdraiati la Archibugi riesce a mettere a fuoco il punto di vista dei figli, non solo di Tito interpretato in modo molto convincente dal giovane esordiente Gaddo Bacchini, ma anche dei suoi compagni, un gruppo di amici che ci raccontano quell’alchimia tutta maschile che li unisce, che li rende forti ed invincibili come dei supereroi, impermeabili ai dolori della vita ed alle loro diversità sociali.
Film equilibrato, di cui se ne consiglia la visone anche a chi figli non ne ha.
data di pubblicazione:03/12/2017
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da Maria Letizia Panerai | Nov 9, 2017
The Place è il nome di un bar con piccoli tavoli tondi ed una insegna luminosa, sito all’angolo di una strada che può appartenere ad una qualsiasi città italiana. Quel che conta è ciò che in questo posto avviene: un uomo (Valerio Mastandrea), seduto tutti i giorni allo stesso tavolino, fa colazione, pranza e a volte si intrattiene sino a notte fonda. La sua attività sembra essere quella di ascoltare ed esaudire i desideri di sconosciuti che, avvicendandosi al suo cospetto, gli chiedono di cercare una soluzione ai propri problemi. La soluzione di ogni cosa sembra essere contenuta in una grande agenda dal fodero in pelle nera, sulla quale l’uomo annota ogni richiesta.
Dopo il successo di Perfetti sconosciuti, film originale e sorprendente per le dinamiche che si innescano in un gruppo di amici allo scambio dei loro telefoni cellulari, Paolo Genovese torna a sorprenderci questa volta con una pellicola dove tutto è ben delineato sin dall’inizio, senza troppe sorprese, in una costruzione di scene che si ripetono in maniera eguale. L’unica differenza la fanno i dieci personaggi che espongono le loro richieste a questo insolito “psicologo” che sembra sapere tutto sulle dinamiche dello spirito umano. Sino a quanto questi strani interlocutori oseranno spingersi per raggiungere ciò che desiderano? La cosa che appare subito chiara è proprio che per ogni richiesta c’è un prezzo da pagare: affinché il desiderio si avveri, ogni individuo può scegliere se fare o meno ciò che l’uomo chiede loro di fare ed in cambio di ciò che desiderano ottenere, viene offerta loro una soluzione da accettare in libertà, senza alcuna costrizione da parte dell’offerente. Un esercizio dunque di libero arbitrio. Ma il fine giustificherà i mezzi?
Seppur sia palese che il regista abbia voluto fare qualcosa di diverso senza cavalcare l’onda del successo ottenuto con Perfetti sconosciuti, The Place, purtroppo, rappresenta una sperimentazione che non convince. L’idea del film potrebbe essere buona se portasse a qualcosa che non sia semplicemente un esercizio di stile, rivelandosi un tentativo non perfettamente riuscito di farci fare i conti con la parte oscura che c’è in ognuno di noi.
Quanto agli interpreti, Mastandrea è l’unico che ha un ruolo realmente a fuoco, mentre il resto del cast, seppur messo costantemente sotto una lente di ingrandimento, non convince: anche la grande attrice di teatro Giulia Lazzarini (indimenticabile nel recente Mia madre di Moretti), Alba Rohrwacher ed il bravo Alessandro Borghi, risultano penalizzati pur vestendo i panni dei tre personaggi più interessanti.
data di pubblicazione:09/11/2017
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