da Antonella Massaro | Gen 2, 2015
Un appartamento vuoto nell’ormai leggendaria Rue Jules Verne di Parigi, due sconosciuti che si incontrano per caso, due corpi che si fondono per istinto, due anime che si avvicinano per necessità, secondo i tradizionali canoni di un’attrazione tanto irresistibile da divenire fatale.
Dopo aver assistito alla prima newyorkese di Ultimo tango a Parigi (1972), Pauline Kael, tra i critici americani più rappresentativi della sua epoca, scrisse che la proiezione del film di Bertolucci equivaleva, nella storia del cinema, a quel che “La sagra della Primavera” di Stravinnskij aveva rappresentato per la storia della musica e, più in generale, della cultura. Un’opera in grado di gettare una platea di persone adulte, dotate di una solida formazione culturale, in un autentico stato di shock e di spalancare al cinema le porte di quella potenza evocativa che il grande schermo stava sperimentando, forse per la prima volta, in maniera così drammaticamente esplicita.
Ultimo tango a Parigi, prodotto dal “coraggioso” Alberto Grimaldi, è anche noto per essere stato il protagonista di una vicenda giudiziaria talmente articolata e discussa da far meritare all’opera di Bertolucci il titolo di autentico leading case nei rapporti tra arte cinematografica e diritto, sia in riferimento alla scure della censura amministrativa sia (e forse soprattutto) per la possibile rilevanza penale di film considerati “osceni” (articoli 528 e 529 del codice penale).
Tanto nelle sentenze relative al “caso Ultimo tango” quanto nell’immaginario collettivo, l’emblema di una (pretesa) offesa al comune sentimento del pudore è rappresentata dalla scena, peraltro non prevista nella versione ufficiale della sceneggiatura edita da Einaudi nel 1973, in cui Marlon Brando “porge” all’ignara Maria Schneider un panetto di burro per scopi non propriamente domestici, dissacrando con le sue parole quella santa istituzione inventata per educare i selvaggi alla virtù che è la famiglia.
Tanto rumore per un panetto di burro?
Sicuramente dissacrante, ma quantomeno pertinente, è la ricetta di biscotti al burro che abbiamo voluto abbinare a questo autentico capolavoro della cinematografia mondiale.
INGREDIENTI: – 350 gr di farina “00” per dolci (arricchita con amido di frumento) – 1 cucchiaio abbondante di zucchero – 2 uova intere – 1 pizzico di sale – 250gr di burro (tirato fuori dal frigo almeno ½ ora prima) – 1 bustina di lievito per dolci –zucchero a velo q.b.
PROCEDIMENTO: Accendete come prima cosa il forno a 150° termo-ventilato; amalgamare quindi bene gli ingredienti aggiungendo al centro della farina adagiata su di una spianatoia: il pizzico di sale, il lievito, le due uova, lo zucchero, il burro molto morbido fatto a pezzettini. Lavorare gli ingredienti fino ad ottenere un impasto omogeneo e quindi mettere l’impasto per circa 15 minuti nel frigorifero avvolto nella pellicola trasparente; dopo averlo fatto riposare in frigo, con il mattarello tirare sfoglie alte 1 cm. e tagliarle con formine varie. Adagiare quindi i biscotti così ottenuti su una leccarda foderata con carta da forno e infornare a 150° termo-ventilato per soli 12 minuti. Dopo aver cotto tutti i biscotti (non basterà una sola infornata), a freddo cospargeteli con zucchero a velo e conservarli in una scatola di latta con il fondo ricoperto di carta oleata.
Sono ottimi con il the.
CONSIGLI: Si possono aggiungere all’impasto degli aromi, come ad esempio i semi di un baccello di vaniglia, la buccia grattugiata di ½ limone, dello zenzero tritato o semplicemente della cannella in polvere.
da Antonella Massaro | Dic 29, 2014
(Museo dell’Ara Pacis – Roma, 26 settembre 2014 / 25 gennaio 2015)
Henri Cartier-Bresson (1908-2004) ha immortalato attraverso l’obiettivo della sua macchina alcuni degli snodi più significativi del secolo scorso, cesellando al tempo stesso quegli scatti senza tempo che nell’immaginario comune identificano ormai la Fotografia per antonomasia.
La poesia e il gusto per la composizione dell’immagine da una parte, l’impegno politico e la testimonianza dall’altra. Henri Cartier-Bresson è Uno, Nessuno e Centomila nell’esposizione allestita a Roma presso il Museo dell’Ara Pacis, che celebra il genio eclettico del suo “occhio assoluto”, divenuto in breve tempo “occhio del secolo”.
È affascinato dalla rassicurante infallibilità della matematica e della sezione aurea, ma anche fatalmente attratto dalla deformazione surrealista dei corpi e dello spazio. È l’artista che lascia la macchina in paziente attesa che “succeda qualcosa” davanti al suo occhio e che cattura poi “l’istante decisivo” come un cacciatore fa la con la sua preda, ma è anche il fotografo a servizio della stampa comunista e tra i fondatori della Magnum Photos, l’agenzia che inaugura un nuovo modo di fare e di intendere il reportage.
Durante il percorso disegnato dalla mostra, la fotografia assume progressivamente la consistenza del “documentario”, mostrando una vocazione sempre più chiaramente ed esplicitamente politico-sociale. Dietro lo scatto minuziosamente composto che, rievocando le atmosfere di alcuni dipinti di Renoir, ritrae un momento di svago in riva alla Senna si cela il traguardo delle prime ferie retribuite ottenute dai lavoratori francesi, così come dietro i volti sorridenti del gioco a premi “Il mistero del bambino scomparso” si nasconde la celebrativa simbologia salvifica del comunismo. Nessuna “interpretazione” è per contro necessaria a fronte della vibrante sequenza del processo popolare allestito nei confronti di una collaborazionista nazista o davanti al pianto dirotto di una donna accartocciata sulle macerie di Dessau.
L’occhio dello spettatore è catapultato in un vorticoso viaggio attorno (e nel) mondo: l’Africa delle colonie, la Cina della cartamoneta che si svaluta vertiginosamente, la Cuba di Fidel Castro e dei conturbanti corpi femminili, l’India dei funerali di Gandhi, la Russia in cui troneggia ancora per molto tempo la gigantografia di Stalin.
Il tutto intervallato dagli stracci che alludono al mistero dell’erotico velato, dalle donne in nero che nelle stradine di Scanno volteggiano come note su uno spartito, da quei celeberrimi scatti del 1932, “Dietro la stazione Saint-Lazare” e “Hyères”, che condensano mirabilmente la perfezione di un’arte al cospetto della quale è inevitabile l’estatica contemplazione.
Per me la fotografia non è un lavoro, ma piuttosto un duro piacere; non cercare niente, aspettare la sorpresa, essere una lastra sensibile.
Il momento dello scatto si colloca a metà strada tra il gioco del borsaiolo e del funambolo. Un gioco perpetuo, accompagnato da una tensione estrema.
L’uomo. L’uomo e la sua vita, così breve, così fragile, così minacciata. […] Io mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo. I paesaggi sono eterni, io vado di fretta.
data di pubblicazione 29 /12/2014
da Antonella Massaro | Dic 28, 2014
Sugli schermi italiani addobbati per le Feste arrivano le Storie pazzesche (titolo originale: Relatos salvajes) dell’argentino Damián Szifrón, introdotte dall’altisonante (e accattivante) “Pedro Almodóvar presenta”, che benedice con la sua produzione un esperimento dall’esito certamente non scontato.
Sei episodi che si snodano lungo il filo conduttore del “farsi Giustizia da sé”, ma che restano sufficientemente distinti e distinguibili. Forse anche troppo, per chi entra al cinema aspettandosi di vedere un film inteso nella sua classica accezione.
È un umorismo nero quello innescato dalla scintilla che fa esplodere la rabbia troppo a lungo repressa dei protagonisti. Scene di vita quotidiana: un’automobile rimossa “ingiustamente”, un insulto di troppo tra automobilisti, un incidente stradale con vittime innocenti (la goccia che fa traboccare il vaso in ben tre storie su sei è legata a situazioni attinenti derivanti dalla circolazione stradale), una vita di rifiuti e frustrazioni, le ombre del passato che si materializzano all’improvviso, il tradimento del proprio uomo scoperto durante la festa di matrimonio.
Quando il Diritto e la Giustizia decidono di fare i separati in casa, l’unica via praticabile, quella più follemente razionale o più razionalmente folle, sembra indicata dalla Vendetta: a volta amara, a volte dolce, a volte liberatoria, a volte semplicemente necessaria.
Tra i sei episodi si registrano autentiche punte di diamante, come Pasternak, che precede i titoli di testa, o il tragicomico duello tra automobilisti ingaggiato in Il più forte. “Giustizia da sé”, unica soluzione follemente razionale quando si alza il telefono per chiamare la Polizia e la Polizia non risponde. Perché è proprio quando il Diritto e la Giustizia decidono di fare i separati in casa che trova fertile terreno la Vendetta: a volte amara, a volte dolce, altre volte semplicemente necessaria.
Personaggi ben caratterizzati, colpi di scena al posto giusto e al momento giusto, una morale facilmente intuibile. Come nella migliore tradizione del cortometraggio d’autore. Perché più che a degli “episodi” (sono lontani i tempi d’oro di film come Paisà) lo spettatore ha proprio l’impressione di assistere alla proiezione di sei “cortometraggi”.
Dopo aver sdoganato il documentario, il grande schermo tenta l’impresa anche con i corti? Ai posteri l’ardua sentenza. Lo spettatore odierno può godersi nel frattempo il riso amaro di storie pazzesche, eppure così ordinarie.
data di pubblicazione 28 /12/2014
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Dic 14, 2014
Il Teatro Argentina, fino al 1 gennaio 2015, ospita Natale in Casa Cupiello, lo spettacolo che la penna dolce e amara di Eduardo ha reso mirabile sintesi di quella contraddittoria atmosfera della quale sono permeate queste settimane di Festa. La famiglia riunita, l’unità ritrovata, la statica perfezione del Presepe è quel che si vede. I legami che si allentano, i vuoti che non si colmano, l’inesorabile disfacimento dell’illusione è quel che si sente. Luca, ingenuo e utopico sognatore, prova a rendere il Presepe virtuoso catalizzatore di buone intenzioni e di buoni sentimenti, ma, costretto ad aprire quegli occhi che per troppo tempo ha tenuto chiusi, si troverà a disegnare la sua personalissima parabola, così cristologica eppure così umana, che dalla Natività conduce alla Morte.
Incidere sperimentalmente su un pezzo di teatro che tende alla perfezione nella sua versione originale è indubbiamente un’operazione ardita, come quella di valorizzare una messa in scena densa di simbolismi, che sviscera il testo e gli attori, che lavora sul linguaggio e sui corpi, quando si ha a che fare con battute che “parlano da sole”.
È sicuramente potente e suggestiva la resa della dialettica stasi-cambiamento, attraverso quell’immobilismo iniziale spazzato via dal movimento tumultuoso che invade letteralmente l’intero palcoscenico per poi ricomporsi nel finale in una plasticità pacata e armonica.
L’impressione dello spettatore, tuttavia, è quella di aver assistito a uno spettacolo nuovo, che resta “Natale in casa Cupiello” solo nel titolo e nel nome dei personaggi. La questione del “riadattamento dei classici” a teatro è troppo nota e troppo complessa per essere affrontata da uno sguardo laico. Quello stesso sguardo laico che però, almeno ogni tanto, preferirebbe che la rilettura di un testo non originale venisse sostituita dalla scrittura di un testo originale. E che Eduardo, almeno ogni tanto, non venisse riletto, ma solo interpretato.
data di pubblicazione 14/12/2014
Il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Dic 1, 2014
Dal 28 al 30 novembre 2014 il Teatro Furio Camillo di Roma si tinge di giallo con il raffinato ed esilarante Shottery Road, scritto e diretto da Chiara Spoletini.
Quando le cadenze narrative del giallo si affidano al ritmo travolgente del comico, i risultati sono spesso piacevolmente sorprendenti. E Shottery Road non delude le aspettative.
Gli italiani Stan e Oly sfidano le tenebre della campagna londinese e le insicurezze della loro inesperienza per eseguire un omicidio commissionato da un tanto facoltoso quanto misterioso mandante. Dopo aver trovato il coraggio di infrangere il vetro della finestra, però, i due compari trovano ad aspettarli “un cadavere già morto”. La scena del delitto diviene il crocevia di un susseguirsi incalzante di eventi e battute, che traghettano lo spettatore verso un esito affatto scontato, perennemente in bilico sull’eterna dialettica tra la realtà e la sua rappresentazione.
Gli interpreti (Gabriele Farci, Emanuele Gabrieli, Igor Petrotto, Ivano Picciallo e Ludovica Bei) fanno da solido supporto alla storia, specie nelle incantevoli parentesi in cui il linguaggio della voce tace per lasciare spazio al solo linguaggio del corpo.
Il cuore del giovane teatro italiano è vivo, pulsante e ha voglia di mettersi in gioco.
data di pubblicazione 1/12/2014
Il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…