L’anziana Joan Stanley, fisica nucleare che aveva collaborato negli anni quaranta alla sperimentazione della bomba atomica negli uffici britannici della Tube Alloys, viene arrestata e accusata di spionaggio per aver a suo tempo fornito ai russi informazioni riservatissime sul progetto. Durante l’interrogatorio la donna racconta della sua vita a partire dal periodo in cui studiava a Cambridge, della sua attrazione per il comunista Leo Galich e di ciò che l’aveva indotta a collaborare con i servizi segreti sovietici. Tutto a fin di bene…

 

Una sempre più agguerrita Judi Dench, nei panni della protagonista del film di Trevor Nunn, interpreta una storia vera, ma soprattutto umana, dove si combinano tutti gli ingredienti di una spy story insieme a qualcosa che tocca il sentimento comune del “far del male a fin di bene”. Joan Stanley non è altro che Melita Norwood, definita la ragazza del KGB in quanto considerata una pedina importantissima dello spionaggio sovietico che permise ai russi di poter realizzare la bomba atomica, bilanciando così con gli Stati Uniti la corsa agli armamenti nucleari. In effetti Joan la rossa, non tanto per il colore dei capelli quanto per le sue pseudo simpatie comuniste, se all’inizio mostra fedeltà alla Corona di sua Maestà Britannica nel non rivelare le notizie segrete richieste dal giovane Leo Galich (Tom Hughes) del quale era innamorata, poi cede per una questione morale quando apprende dei disastri di Hiroshima e Nagasaki. Alla fine degli interrogatori, intramezzati da lunghi flashback in cui si rivela la bravura di Sophie Cookson nei panni di Joan da giovane, viene fuori che il passaggio delle informazioni era un atto dovuto a fin di bene perché non era corretto che solo gli americani potessero disporre a proprio piacimento di quell’arma letale.

Nonostante gli sforzi del regista, che ha cercato per quanto possibile di attenersi ai fatti attingendo dal romanzo La ragazza del KGB di Jennie Rooney, e nonostante l’ottima interpretazione delle due Joan, la storia tuttavia non prende spessore e rimane quasi sospesa, incompiuta, forse anche poco credibile. Il film, ambientato negli anni quaranta in pieno conflitto mondiale, ci vuole parlare di etica politica, di distensione dopo una guerra fredda tra le superpotenze durata anni, di un buon senso per aggiustare gli squilibri internazionali, il tutto imbastito in un plot che, pur non funzionando alla perfezione, ha almeno il merito di non annoiare troppo.

Grande esperto del teatro di Shakespeare, Trevor Nunn ha diretto nel tempo vari film che non si possono certo annoverare tra i capolavori della cinematografia internazionale e Red Joan ha tutti i presupposti per seguire la medesima sorte.

data di pubblicazione:18/05/2019


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