Pensate a uno scrittore che da 67, diconsi 67 anni, venda solo negli USA oltre 400 mila copie del suo primo romanzo e pensate allo stesso scrittore che all’apice di un successo planetario si segrega per sua scelta a Cornish nel New Hampshire dove vive fino alla sua morte. Niente contatti con la stampa, l’editoria, la TV (l’esatto contrario dei nostri Carofiglio, Scurati, Sgarbi et similia…), nessuna stramaledetta voglia di pubblicità, né di avere

una vita pubblica, soltanto la legittima aspirazione ad essere lasciato in pace e a scrivere regolarmente per sé stesso, per il suo esclusivo piacere.

Questo scrittore era Jerome David Salinger che, nel 1951 a seguito della pubblicazione di The Catcher in the Rye, era divenuto il più popolare autore statunitense grazie al suo romanzo dal titolo intraducibile (alla lettera suonerebbe come “ il coglitore nella segale”(?)o, liberamente pensando alla figura del “catcher” nel baseball” il prenditore nel whiskey”). Da noi fu, direi opportunamente, reintitolato Il Giovane Holden, dal nome del protagonista Holden Caufield: il libro presto divenne quasi una Bibbia prima per le giovani generazioni americane e poi per quelli di tutto il mondo, incluso, modestamente, lo scribente. Molti sanno che al momento del suo arresto, l’assassino di John Lennon aveva in tasca una copia del romanzo. Pochi mesi prima, uscendo per un attimo dal suo ostinato isolamento, Salinger aveva dichiarato: “Holden non è che un istante congelato nel tempo”, in buona sostanza prendendo le distanze dall’eroe del suo romanzo.

La singolarità dell’uomo, agli occhi dei media, sostanzialmente un asociale, rischia di far passare in secondo piano la sincerità e la modernità del suo libro (per quello che risulta ad oggi, la sua completa carriera di esaurisce in altre tre opere, in verità meno esaltanti) “ Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e come è stata la mia infanzia schifa…e tutte quelle baggianate alla David Copperfield , ma a me non va proprio di parlarne” Così si presenta al mondo (ad oggi si contano traduzioni in 23 lingue) quel giovane studente del Pencey di Agerstown in Pennsylvenia, un tipetto da prendere con le molle, certamente l’opposto dello studente-medio dei “collage” americani ante ’68. “L’aria era fredda come i capezzoli di una strega”(che fantasia!), allorché il nostro eroe sta per tornarsene a casa (New York) con il fardello di 4 bocciature su cinque; in testa ha il suo “dannato” berretto rosso. Ha salutato amici e nemici, ha preso il treno, non senza aver attaccato bottone con la graziosa madre di un suo odiato compagno di scuola, è sceso alla Penn station, ma, invece che a casa decide di farsi accompagnare all’Hotel Edmont… Non avendo voglia di dormire, scende nel night dell’albergo (la sala Lilla) e a seguire compie piccoli innumerevoli viaggi in taxi… avventure che oggi farebbero sorridere i parroci della Valsugana, ma che colpiscono l’immaginario del tempo.

Tutto quello che fa Holden a New York in una giornata (Dimenticatevi l’Ulisse di Joyce, per carità!) per ammazzare il tempo in attesa di andare a sbattere la faccia contro i suoi è quanto di più faceto – non senza qualche frecciatina di morale – si possa leggere da Twain in poi nella letteratura americana. Oltre la storia, un mero pretesto, Giovane Holden è (o forse dovrei precisare “era”) un campionario di trovate e soluzioni solo apparentemente giovaniliste: un romanzo che rompe e in modo drastico con un certo frustro sentimentalismo, ancora in auge nella letteratura yankee del tempo, di cui Salinger non sa che farsene, spinto com’è dalla molla di una sempre più caustica ironia. Ma non è solo nell’ironia e nello stile che riproduce in larga misura lo slang dei giovani newyorchesi dei primi anni ’50, le ragioni del successo, che sfociano invece negli indefiniti confini del modo stesso di pensare, essere (o desiderare di essere) di molti americani. Holden dà un calcio all’”American Way of Life”, non prende decisioni, non s’impegna, rifiuta le proprie responsabilità, finendo col divenire una sorta di “dropout”, di “tramp” che va per il solo gusto di andare, anticipando o riprendendo, a seconda dei casi, vecchie storie di vagabondaggi, dagli “hobos” agli eroi di London prima e di Keruac poi.

Holden /Salinger, non ha illusioni né reticenze, non è negativo, ma non ha gli entusiasmi tipici del buon americano, non ama nessuno (tranne la simpatica sorellina Phoebe, una sorta di antesignana di Lucy dei Peanuts…), persino nelle peregrinazioni notturne non ha mete precise. A lui basta andare oziando, mantenendo dentro di sé un sano atteggiamento critico, verso il mondo degli adulti che lo circonda. Quasi scusandosi coi lettori che lo hanno seguito nella storia che ha narrato in prima persona, conclude con un malinconico finale. “…non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti!”

Inevitabilmente, la conclusione ci riporta alla mente, J.D.Salinger, grande scrittore triste e schivo che, relegato da solo a Cornish non riuscì comunque mai a farsi dimenticare.

data di pubblicazione:13/04/2020

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