Un padre e un figlio accomunati dalla passione e dalla dedizione per la scoperta dello Spazio. Una minaccia, proveniente dal passato, che rischia di distruggere il futuro del Pianeta Terra. Un dramma intimista e psicologico proiettato nell’infinità dell’Universo.

Roy McBride (Brad Pitt) è un astronauta impeccabile: esperto, coraggioso, con il battito cardiaco che resta regolare anche quando precipita da una stazione spaziale per approdare sano e salvo sulla Terra. Quella stessa Terra che, neanche a dirlo, rischia di scomparire per una minaccia proveniente dallo Spazio più profondo. Si tratta di qualcosa che ha a che vedere con il padre di Roy (Tommy Lee Jones), autentica leggenda per le successive generazioni di astronauti e scomparso misteriosamente dopo un progetto destinato a spingersi fino ai confini del Sistema solare, oltre le colonne d’Ercole dello Spazio conosciuto e conoscibile. Suo figlio è il solo davvero in grado di chiudere quel cerchio, intraprendendo una missione che dovrebbe condurlo a salvare la Terra, ma durante la quale dovrà prima di tutto salvare se stesso.

Ad astra, presentato all’ultima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, si colloca sulla scia di quella fantascienza “spaziale” che già con Gravity e First man è stato protagonista al Lido negli scorsi anni. Il tormento individuale di un uomo, consumato nelle dimensioni incommensurabili dell’Universo, si proietta sullo sfondo di un futuro (forse immaginato come non così remoto) nel quale andare sulla Luna somiglia molto a un viaggio con un volo low cost, per poi ritrovare sul nostro satellite, deprivato della poesia che lo ha reso celebre, tutte le storture del mondo contemporaneo: dalle insegne accattivanti dei mega stores alla criminalità violenta e spregiudicata.

Ad astra, tuttavia, sembra fermarsi a metà dell’opera. Malgrado alcune scelte senza dubbio apprezzabili sul piano estetico e nonostante la recitazione intensa e introspettiva di Brad Pitt (che è anche il produttore del film), il racconto di James Gray non riesce a sviluppare fino in fondo il dramma esistenziale dell’ennesima vittima del complesso di Edipo, che dietro la maschera imperturbabile di lucido dominatore delle proprie emozioni nasconde “solamente” la paura di restare solo. La storia, impreziosita da personaggi minori affidati ad interpreti di eccezione (Donald Sutherland, Liv Tyler, Ruth Negga) si regge spesso su passaggi banali o decontestualizzati e il confronto con alcuni capisaldi del genere, a partire dal “citato” 2001: Odissea nello spazio, rischia di risultare impietoso.

Insomma: un esperimento interessante, ma non perfettamente riuscito.

data di pubblicazione: 27/9/2019


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