Due Misantropi al prezzo di uno

12 sillabe: potrebbe essere questa l’epigrafe con cui scolpire nella memoria l’effetto prodotto dalla rappresentazione de Il Misantropo di Molière, messo in scena dalla compagnia del regista De Guai,  sugli schermi italiani come Molière in bicicletta. E non solo perché la commedia è scritta in versi alessandrini, 12 sillabe, appunto, ma perché particolarmente e filologicamente attenta è la resa del testo, del ritmo, del gioco verbale e temporale che una simile scansione metrica produce.  12 sillabe che costringono gli attori alla misura dei sentimenti, degli atteggiamenti, dell’enfasi da porre sulle sillabe come accenti, come segni espressivi sulla partitura musicale di questo capolavoro della commedia francese. La messinscena si fa molto interessante perché l’alternanza nei ruoli,  in una sorta di gioco delle parti, dei due attori principali, diventa sottolineatura espressiva del confronto dialogico tra Alceste, il protagonista, intransigente idealista impegnato in una lotta senza quartiere contro il compromesso, la falsità e l’adulazione, e Filinte, l’amico di vecchia data, profondamente ancorato alla realtà, il quale sceglie l’adattamento al mondo così com’è quale unico strumento possibile per affrontare una lotta persa in partenza.  Ma questa alternanza è anche sovrapposizione dei due atteggiamenti in un solo personaggio tragico, quell’Alceste/Filinte che potrebbe essere un’unica maschera tragica nel suo percorso alla ricerca della felicità. I costumi, soprattutto nella scelta dei colori, assieme alle luci che li scaldano e li raffreddano, rafforzano la contrapposizione tra i due,  che è poi quella tra due visioni della vita, quel confronto serrato tra sincerità ed ipocrisia con cui tutti gli uomini, se tali posson dirsi, si sono trovati a misurarsi nelle piccole a grandi questioni dell’esistenza. E la felice scelta di rappresentare i dialoghi tra di loro  nelle situazioni e condizioni più disparate, su una biciletta o comodamente in poltrona, durante una passeggiata o davanti ad una tavola imbandita, con una scelta scenografica di fondo piuttosto essenziale ma arricchita di piccoli dettagli qualificanti, di volta in volta, oltre a conferire originalità all’insieme, restituisce il senso di quella universalità dei caratteri e delle situazioni che, sfidando i tempi, gli spazi, i luoghi, arriva direttamente ai sensi e all’intelletto dello spettatore contemporaneo.  Il quale sorride, forse un po’ cinicamente, ride di sé stesso, specchiandosi ora nell’uno ora nell’altro, e alla fine applaude la doppia maschera di un grande Alceste/Filinte nella resa dei bravissimi Fabrizio Luchini e Lamberto Vilson.  Ed infine,  valore aggiunto a quanto già detto,  la  rappresentazione  regala allo spettatore anche una domanda da portarsi a casa: ma il vero misantropo è colui che lotta in nome della verità, della purezza, ed è costretto ad una scelta di mesta solitudine, o chi ha rinunciato alla lotta a priori, pur di rimanere in un mondo in cui non crede?


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