Los Angeles, sul finire degli anni ‘60. Larry “Doc” Sportello, uno degli ultimi hippie della zona e consumatore abituale di marijuana, si trascina (giorno e notte) nei dintorni di Gordita Beach, svolgendo, con poca dedizione, l’attività di investigatore privato abusivo (con un ufficio all’interno di uno studio medico, ed in particolare ginecologico!). Nel corso di una classica giornata da dolce far niente, Doc viene sorprendentemente avvicinato dalla sua ex ragazza, Shasta Fay Hepworth, che gli chiede di indagare su presunti, strani movimenti che riguardano il suo nuovo amante, l’imprenditore edile (letteralmente palazzinaro) Mickey Wolfmann, operati, tra l’altro, da un gruppo di fanatici neo-nazisti, un potente cartello dell’eroina ed alcuni agenti dell’F.B.I.

Settimo lungometraggio dell’acclamato Paul Thomas Anderson, Vizio di Forma – adattamento italiano del titolo originale Inherent Vice – è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Thomas Pynchon, edito nel 2011. Ci sarebbero tutti gli elementi del classico noir-poliziesco, ma così non è, perché Vizio di Forma appartiene ad una categoria indefinibile, che mischia elementi del cinema letterario, e quindi d’autore, da un lato, ad aspetti del cinema popolare, e quindi di genere, dall’altro.

È un film complesso, a tratti sofisticato, che evidenzia il cambiamento dei tempi e l’ottusa discriminazione nei confronti di chi, come Doc Sportello, è considerato superato, fuori moda o, addirittura, pericoloso per il semplice fatto di essere un hippie. La marijuana che fa spazio all’eroina e la filosofia peace&love che cede il passo al razionalismo e alle psicosi di massa (legate agli eventi di Charles Manson) rappresentano il messaggio di fondo di Vizio di Forma, sintetizzabile nelle visionarie sequenze a casa hippie, l’ultimo avamposto (tragi-comico) di una civiltà oramai appartenente al passato.

La narrazione è nebulosa e lisergica, volutamente volta a confondere lo spettatore, come confusi e stralunati sono, d’altronde, i personaggi della storia, costantemente in preda ai fumi degli stupefacenti, ad eccezione dell’integerrimo poliziotto Christian “Bigfoot” Bjornsen, vero e proprio alter ego di Sportello. Il ritmo è lento e statico (praticamente non esistono scene d’azione) e la lunghezza è – a parere di chi scrive – eccessiva. Vizio di forma è difficile da metabolizzare. Non è un film per tutti: lo si intuisce nella prima mezz’ora e se ne ha la consapevolezza a metà film. Urge una seconda (e forse una terza) visione, per afferrare tutti i particolari e comprendere appieno, quindi, il significato del vizio intrinseco, ma la sensazione di fondo è che si tratti di un opera non sempre coerente, fin troppo labirintica, con alcuni personaggi soltanto abbozzati (vedi, tra i vari, l’avvocato di Doc Sportello, Sauncho Smilax) e comunque non sempre funzionali alla trama. Un buon film, nel complesso, ma non completamente convincente. Inevitabili, tuttavia, sono l’empatia e la simpatia verso Doc, strano eroe di questa ancor più strana vicenda, complice lo straordinario Joaquin Phoenix, ingiustamente snobbato (?) dall’Academy.

data di pubblicazione 02/03/2015

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