Il 2015 riporta in auge il connubio tra giornalismo d’inchiesta e grande schermo, che sembrava ormai relegato negli scaffali del cinema da collezione: dopo l’ottima accoglienza di Spotlight all’ultima Mostra d’arte cinematografica di Venezia, Truth si vede assegnato il compito di inaugurare la decima edizione della Festa del Cinema di Roma e di invertire la tendenza rispetto alle più disimpegnate aperture delle ultime edizioni (L’ultima ruota del carro, Soap Opera).

Il film d’esordio di James Vanderbilt racconta la scandalo esploso a seguito di una puntata della trasmissione televisiva “60 Minutes” andata in onda nel 2004, nell’ultima fase di quella campagna elettorale post 11 settembre che avrebbe consegnato per la seconda volta lo scettro di Presidente degli Stati Uniti a George W. Bush.

Il “boccone è succulento”: molti privilegiati figli del Texas, tra cui il giovane Bush Junior, evitano il sanguinario fronte della Guerra in Vietnam arruolandosi nella più rassicurante Guardia Nazionale dell’Aeronautica, non certo sulla base di pretesi meriti da pilota, ma sfruttando la via spianata dalle pressioni e dalle raccomandazioni che regolano i rapporti tra uomini di potere.

Mary Mapes (Cate Blanchett), dopo aver scosso l’America (e non solo) con il servizio sulla prigione di Abu Ghraib, decide di “produrre” anche questa storia, mettendo in campo una squadra formata dal Colonnello Roger Charles (Dennis Quaid), dalla docente di giornalismo Lucy Scott (Elisabeth Moss) e dall’alternativo freelance Topher Grace (Mike Smith). Il racconto televisivo è affidato al volto e alla voce di Dan Rather (Robert Redford), autentica istituzione dell’informazione made in USA.

I tasselli del mosaico sembrano progressivamente ricomporsi in quadro coerente e credibile, confortato da documenti e dichiarazioni tra loro concordanti. La puntata viene però mandata in onda in tempi troppo stretti per rendere inattaccabile un’inchiesta a dir poco esplosiva. Il “sistema” si insinua allora nelle fessure lasciate aperte dalle lancette di “60 Minutes” e giunge ad allestire un autentico processo, in cui l’accusa e la difesa si fronteggiano senza le garanzie di un giudice terzo e imparziale.

Il meticoloso racconto del c.d. Rathergate, sostenuto da un ritmo narrativo incalzante e coinvolgente, diviene anzitutto un inno appassionato in difesa della libertà di stampa e del giornalismo alla vecchia maniera, stretto nella morsa degli intrighi della politica, delle logiche di mercato e dell’incalzare spersonalizzante dei nuovi media. Truth è però anche una più ampia riflessione sugli abusi e le prepotenze del potere, che gli anticorpi della Democrazia non riescono ad arginare. Chi, per amore di quella verità evocata dal titolo, sceglie di sfilarsi dagli ingranaggi del “sistema manipolato”, si espone al rischio dell’umiliazione professionale e personale e si vede sottoposto a tortura con la minaccia di esecuzione sommaria, fino a quando, implorando a chi abusa del suo potere di porre fine al supplizio, non ammetta la sua resa.

La prova di Cate Blachett è impeccabilmente monumentale e la sinergia con l’inossidabile Robert Redfort contribuisce a rendere pienamente convincente un film che forse indulge in qualche passaggio alla retorica del monologo demagogico, ma che urla negli occhi dello spettatore il monito di continuare a fare domande, senza accontentarsi delle risposte preconfezionate. L’alternativa è il consolidarsi di un sistema di informazione in cui la diversificazione dei media conduce paradossalmente a una sempre più impenetrabile omologazione della pubblica opinione.

 

 

data di pubblicazione 17/10/2015

[sc:convinto]

 

Share This