Pianeta Terra anno di disgrazia 2049! Peggio, molto peggio del 2020!! George Clooney è un astrofisico che ha deciso di restare solo nella base astronomica antartica nell’estremo tentativo di intercettare via radio un’astronave inviata in missione sul lontano satellite K23 di Giove, per verificarne la vivibilità e colonizzazione. Deve riuscire assolutamente ad evitare che rientri sulla terra ove ormai non c’è più speranza per il genere umano!

 

NETFLIX, approfittando delle crescenti difficoltà delle varie case di produzione e distribuzione americane, attrae sempre più i cineasti desiderosi di realizzare qualche loro progetto. E’ oggi la volta di Clooney ad essere catturato dalle opportunità offerte dalla Piattaforma per la sua nuova prova come regista e protagonista. Vi domanderete “… ma ancora la solita vecchia storia della fine del Mondo? Una storia che va avanti ormai dalla notte dei tempi?!?…” Poco importa, poteva pur sempre restare un buon soggetto, o meglio, un buon modello da riempire con nuovi contenuti e poi riproporre in mille nuovi ed interessanti modi. Nel nostro caso non è però il modello il problema vero! Il problema è che quello riproposto da Clooney, pur senza essere brutto, non è interessante, non è nuovo né ha qualità particolari. Semmai è piuttosto una riproposizione un po’ comune, un po’ squilibrata, un po’ banale ed un po’ minimalista. Un lavoro che si può vedere senza troppo dispiacersi ma anche senza mai assolutamente riuscire ad emozionarsi.

Clooney giunto ormai alla sua settima regia firma, in effetti, due film in uno. L’autore cerca infatti di far collimare due generi e due universi cinematografici ben diversi fra loro e più che ampiamente sfruttati da Hollywood. Il primo è un racconto di “sopravvivenza” fra la solitudine, la natura ostile e la malattia individuale e collettiva; l’altro è “l’odissea spaziale” dell’equipaggio dell’astronave che ritorna verso la Terra ignaro di tutto. In ciascuna delle trame che procedono per buona parte del film in parallelo, evidentissime sono le molteplici impronte di altri film recenti. Come non pensare subito a Solaris di Soderbergh, a Gravity di Cuaron, a Interstellar di Nolan ed a Revenant di Inarritu? Tanto per citarne alcuni. Quel che distingue però il lavoro di Clooney dai suoi modelli è la sua scarsa spettacolarizzazione e l’approccio intimista, quasi metafisico, sul genere umano e sul suo destino individuale e collettivo. Questa “domanda” sul senso della vita, dà sostanza al film e vorrebbe anche potergli dare una dimensione poetica di speranza, facendone quasi un racconto esistenziale. Un racconto che però, a dirla proprio tutta, risulta essere ben poco in linea con la necessità di noi tutti di trovare semmai, certezze per un sorriso o per uno spunto di serenità. Clooney attore, dimagrito, spiritato, irriconoscibile sotto una gran barba da sopravvissuto, corre, lotta, soffre, rimpiange e spera, un ruolo certamente lontano dalla sua immagine di sex symbol. Una buona interpretazione, ricca di intensità e malinconia che rende tutto il peso della solitudine e del dramma esistenziale del singolo e dell’Umanità. Al film manca però qualcosa, quella scintilla che gli possa consentire di decollare veramente e di andare oltre la mera rappresentazione formale. Forse è troppo lungo, forse troppo appesantito da elementi introspettivi, da cadute di ritmo e tensione, come se il film, malgrado il soggetto grave e cupo, non riuscisse mai a trovare il modo di comunicare le emozioni vere e scivolasse invece nel sentimentalismo cosmico. Un film che non dispiace ma nemmeno riesce a piacere e che ci conferma che il nostro cineasta non è ancora al livello di sensibilità, di maestria e di poetica di due suoi colleghi passati dietro la cinepresa: Robert Redford né tantomeno il “giovanissimo” Clint Eastwood. Ne dovrà passare ancora di tempo!!!

data di pubblicazione:28/12/2020


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