Francia Anni ’60/’70… Il fondatore e direttore di un magazine americano con base nella fittizia cittadina di Ennui-sur-Blasé muore all’improvviso lasciando dietro di sé una redazione addolorata. La rivista chiuderà e l’ultimo numero antologico sarà composto dai migliori articoli pubblicati che costituiscono la trama del film. L’occasione per mettere in scena una raccolta di storie e di un mondo idealizzato da parte di un geniale e visionario creatore di immagini con un cast eccezionale da scoprire di volta in volta….

 

Wes Anderson dal 1995 ad oggi ha realizzato solo 10 lungometraggi ma è già un mito assoluto nel mondo della Settima Arte per la sua genialità, eccentricità ed estetica personale che, unitamente ad una capacità di trasfigurazione fiabesca della realtà, sono la sua inconfondibile cifra stilistica. Ognuno ama od odia il suo personale Anderson: quello de I Tannenbaum, de Il Treno per Darjeeling, di Grand Budapest Hotel o anche di Moonrise Kingdom. Si può solo amare od odiare l’artista. Non ci sono mezze misure! Si amerà o si odierà quindi, a maggior ragione, The French Dispatch perché è un divertissement che il regista e la banda dei suoi attori si sono concessi. Un divertissement che è la summa dell’arte di Anderson, più film in uno e quindi più Anderson in uno.

The French Dispatch, presentato quest’anno a Cannes, è un film strutturato in segmenti e in sketches che sono a loro volta anche un viaggio fantasioso attraverso il grande cinema francese dagli anni ‘30 ai ‘70, un omaggio affettuoso al The New Yorker (il mito dell’editoria e del giornalismo americano) ed alle bandes dessinées, i fumetti francesi. Un divertissement, un gioco, in cui attori celebri recitano o passano sullo schermo senza soffermarcisi più di tanto. Sono tutti bravi, belli e ben diretti e si vede che si divertono a recitare, quale che sia il trucco dietro cui si nascondono. Attorno a loro Anderson si diverte a sua volta a rifare, per la gioia sua e dei cinefili, Tati, Renoir, Truffaut, Godard, Cluzot, Melville… come solo un appassionato del cinema francese – come lui notoriamente è – potrebbe fare ed apprezzare. Tanti Anderson, dunque, ma l’ispirazione nei vari episodi non è sempre la stessa. Talora l’idea iniziale, pur se geniale, si spegne dopo un po’, comunque sia il marchio autoriale è sempre presente anche nei momenti di stanca: la padronanza della regia, la direzione artistica fenomenale, la straordinaria capacità di pianificazione di ogni sequenza, la creatività scenografica senza limiti, il perfetto senso del ritmo, la capacità di rendere credibile l’incredibile e reale il surreale, alternando attori e cartoons, colori pastello e bianco e nero in modo quasi naturale e normale.

Una capacità creativa a tratti poetica che, libera dai legami di una narrazione classica, dà spazio a tutta la fervida immaginazione dell’autore ed al suo esuberante gusto pittorico e formale.

Però, c’è un però… come dicevamo a tratti il ritmo rallenta, zoppica e l’ispirazione geniale svanisce. L’autore sembra quasi compiacersi nelle citazioni e nell’autocitazione e diviene troppo sofisticato, poco sorretto dalla flebilità delle storie. Alla fine gli sketches sono sì belli ma sono pur sempre degli sketches, per loro natura ineguali e di breve respiro.

The French Dispatch è quindi un film autoriale ma un po’ ineguale che sicuramente sedurrà i fedelissimi del regista restando probabimente un’opera minore nella sua filmografia, un lavoro interessante teoricamente e tecnicamente ma talora evanescente che potrà tanto affascinare quanto anche stancare. Una vera summa di immagini, anzi il sogno smisurato di un collezionista di immagini! Una messa in scena eccentrica che è una ghiottoneria per gli occhi ed un’antologia del cinema di Anderson.

Ognuno continuerà così ad amare o ad odiare il proprio Wes Anderson.

data di pubblicazione:14/11/2021


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