(Roma, Arena Nuovo Sacher – 6/23 luglio 2015)

All’ombra di un pipistrello che disegna su un cielo torrido ma stellato la sua imprevedibile traiettoria di volo, scende nell’Arena del Nuovo Sacher La terra dei santi, “bimbo bello” di Fernando Muraca.

Dopo il successo di Anime Nere, torna sugli schermi la ‘ndrangheta. Un fenomeno criminale complesso e ancora in larga parte sconosciuto: il numero pressoché irrisorio di pentiti, dovuto non solo, come spiega il regista, al vincolo particolarmente stretto creato dal rito di affiliazione, ma soprattutto alla struttura familiare (in senso stretto) delle ‘ndrine, ha tenuto per molto lontana la mafia calabrese tanto dalle inchieste giudiziarie quanto dal cinema italiano.

La penna di Fernando Muraca e di Monica Zepelli (presente nell’Arena, di cui raccoglie il caloroso applauso quando Muraca ricorda il lavoro della stessa per I cento passi di Marco Tullio Giordana) tratteggia la ‘ndrangheta privilegiando una visione al femminile. “Le donne non sono una fauna speciale e non capisco per quale ragione esse debbano costituire, specialmente sui giornali, un argomento a parte: come lo sport, la politica e il bollettino meteorologico”: le parole di Oriana Fallaci sintetizzano icasticamente i rischi ai quali si espone un’opzione narrativa di questo tipo, specie se cede alla tentazione di lasciarsi fagocitare dal comodo ricettacolo dello stereotipo cinematografico. Rischio ravvisabile, per quanto solo in minima parte, anche nella pellicola di Muraca.

La storia racconta le “vite parallele” del magistrato antimafia Vittoria (Valeria Solarino) e della donna di mafia Assunta (Daniela Marra, presente in Arena). Quest’ultima si sente costretta tra le sbarre della prigione dorata che la obbliga a sposare il fratello del marito ucciso e a partorire figli che andranno a rinforzare l’esercito della ‘ndrangheta. La linea dura di Vittoria, che, rievocando reali fatti di cronaca giudiziaria, arriva a chiedere la revoca della potestà genitoriale per donne che non possono definirsi “madri”, la costringeranno a fare i conti con scelte per troppo tempo rimandate. Il triangolo femminile è chiuso da Caterina (Lorenza Indovina), la donna del boss, disposta a gestire con il compagno latitante la regia dell’organizzazione. Modelli femminili diversi che si incontrano e si scontrano: da una parte la scelta della solitudine nella vita privata di Vittoria, che, senza marito e senza figli, in terra di Calabria è considerata al più una “mezza donna”; dall’altra il voto alla “famiglia” e alla “maternità” di Assunta e Caterina.

All’interno del triangolo si colloca felicemente l’agente di polizia interpretato da Ninni Bruschetta (presente in Arena), angelo custode tanto per Valeria Solarino quanto per Fernando Muraca, visto il prezioso supporto che il regista riferisce di aver ricevuto dall’attore nel corso delle riprese.

Muraca racconta di aver pensato subito a Lorenza Indovina per il personaggio di Caterina, viste le indubbie doti attoriali della stessa che hanno consentito al regista di lavorare su cambi di recitazione e di espressione tanto repentini quanto efficaci. La scelta di Daniela Marra ha invece richiesto oltre cento provini, per giungere infine a un’attrice giovane, non ancora famosa, dalla recitazione istintiva. Operazione riuscita. Non è un caso che nel dibattito successivo alla proiezione si parli pressoché esclusivamente di loro, mentre resta sullo sfondo il personaggio di Valeria Solarino, il più debole quanto a caratterizzazione e nel quale sembra ravvisarsi la tentazione allo stereotipo cui si faceva riferimento. Il regista conosce bene l’universo di sguardi e di omertà del quale si nutre la ‘ndrangheta e che ha sperimentato sulla sua stessa pelle quando la mafia ha distrutto l’azienda del padre. Tutto questo traspare chiaramente. Forse gli sceneggiatori conoscevano un po’ meno il mondo della magistratura e dell’antimafia, al quale si può “rendere giustizia” senza la necessità di dare corpo a eroine moraleggianti, guidate dalla sola missione di sconfiggere il Male. Nulla di particolarmente grave, se si considera che questo è un difetto di scrittura di molti dei film italiani che decidano di raccontare non solo l’assenza dello Stato (come avviene per esempio in Anime Nere), ma anche la sua difficoltosa presenza. Quello Stato che non è neppure in grado di fornire ai suoi funzionari delle penne cariche di inchiostro, come osserva Assunta in una delle battute meglio riuscite del film.

 data di pubblicazione 17/07/2015

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