Presentato in concorso a Cannes 69, Paterson di Jim Jarmusch è finalmente nelle sale italiane. Paterson (Adam Driver, lo vedremo tra poco in Silence) fa il conducente di autobus di linea a Paterson nel New Jersey, vive con Laura (la bellissima Golshifteh Farahani) che dipinge tutto quello che trova in bianco e nero, perfino i suoi cupkaes sono in bianco e nero e anche la chitarra che sta iniziando a suonare lo è. Lei è convinta che diventerà una grande cantante country e che i dolci che sforna per il mercato del sabato li arricchiranno, e lui non la smentisce mai, e non perché non capisca che a volte lei esagera con i sogni, ma perché crede nella poesia e non vuole schiacciare la realtà soltanto sulla sua dimensione più evidente, ma non per questo più reale.

La loro è una unione amorosa di piena e dolce complicità, solo il cane Marvin ringhia un po’ quando si scambiano affettuosità, perché anche lui è innamorato della bella Laura. Ma tutta questa ripetitiva vita potrebbe essere noiosa e basta se ad accenderla di una luce incorruttibile non ci fosse la poesia. Sì, perché Paterson è un poeta anche se le sue poesie non le ha mai lette nessuno, solo Laura e non tutte, che adora William Carlos Williams (anche lui nato a Paterson) e che racconta a se stesso – versificandola senza rima – la sua vita e in quel racconto e nello sguardo che posa su tutte le cose che gli accadono, anche se sono sempre le stesse, quelle cose si illuminano di senso, di eleganza e spessore.

Jarmusch con Paterson compie un miracolo, quello di far accadere la poesia sullo schermo e non di raccontarla; vediamo il processo e lo vediamo poeticamente, non è una “registrazione” documentaristica. Vediamo nascere un componimento o guardare le cose come un poeta le guarderebbe per poi riscriverne senza che il processo creativo venga sminuito dal racconto, perché sta accadendo sotto i nostri occhi.

Paterson e Laura sono attenti l’uno all’altra ma non sono mai stucchevoli; il quartiere dove vivono non ha niente di speciale; lei vorrebbe vedere pubblicate le poesie di lui e lo spinge a promesse che poi lui non mantiene, ma questo non le scalfisce l’amore e la stima per il suo compagno. Jarmusch sta bene attento a farci entrare nella loro intimità in punta di piedi. Entriamo sì, nella loro camera da letto, ma mai per assistere a una scena di sesso; li vediamo svegliarsi insieme, cercare la posizione nel letto coniugale, vita che si salda in gesti semplici e quotidiani. La loro è una poesia senza sottotesto perché è evidente e la differenza la fa Paterson. È lui che guarda al mondo senza giudizio, cercando piuttosto di svelarne a se stesso e a noi, le trame segrete da cui è attraversato. Quando, per un odioso incidente di cui è colpevole Marvin, il suo taccuino segreto andrà distrutto, all’improvviso la sua consueta passeggiata, il quartiere, le persone, tutto perde lucentezza e smalto. La realtà si offusca e si spegne, rivelando nient’altro che se stessa. Solo quando Paterson con la complicità di un misterioso poeta di Osaka seduto anche lui davanti alle belle cascate della città, gli dona un nuovo e intonso taccuino, la vita e le cose riprenderanno a brillare di quella luce che solo la poesia è in grado di dare.

Il miracolo di questo film è che è poesia esso stesso, senza manifesti, senza ricorrere ad alcun luogo comune sulla poeticità della vita, rischi che invece si sono manifestati in film come ad esempio Le ricette della signora Toku. Bello senz’altro, ma l’agguato del “film manifesto” su quanto cioè la nostra vita sia piena di per sé di miracoli quotidiani, ne mette in realtà in pericolo l’essenza più segreta e inspiegabile.

Paterson no, resta un haiku perfetto.

data di pubblicazione:12/01/2017

[sc:voto5]

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