Cina, sul finire degli anni della Rivoluzione Culturale. Un paesaggio desertico e solitario, un villaggio sperduto nella desolazione. Un evaso da un campo di rieducazione (Zhang Yi) ed una intraprendente ragazzina (Liu Hao-Cun) si disputano una bobina di un film di propaganda, ognuno con scopi diversi, entrambi però per amore. Lo spunto per una storia epica e corale sul fascino del Cinema e sul suo potere come fabbrica di sogni o di illusioni individuali e collettive …

 

Presentata e vista alla recente Festa del Cinema di Roma dove era stata accolta con discordi giudizi dalla Critica Ufficiale, è (ed ancora resiste ammirevolmente, segno questo di una più che positiva accoglienza da parte del pubblico) sui nostri schermi cinematografici l’ultima opera del tanto celebrato regista cinese. La pellicola era già stata programmata per la Berlinale 2019, ritirata però all’ultimo minuto è stata poi rielaborata, rimontata con l’aggiunta di nuove scene ed infine è finalmente uscita in Cina solo alla fine del 2020.

Il regista di Sorgo Rosso (1987), Lanterne Rosse (1991), La Foresta dei Pugnali Volanti (2004) torna nuovamente al cinema d’autore e di qualità dopo le recenti e non certo memorabili escursioni nel mondo dei Blockbusters con divi americani. Il cineasta dimostra di avere ancora talento da spendere e storie da raccontare e ci regala una vicenda che porta tutti quei tratti distintivi che sono poi il suo marchio di fabbrica: un mix di tenerezza all’interno di una visuale epica ed immersiva che lascia però anche spazi alle emozioni intime. Pochi come lui sono maestri nell’arte del narrare e del rappresentare visivamente una storia. Il risultato è quindi un film tutto da ammirare, una gioia per gli occhi con immagini e riprese che catturano lo spettatore ed una storia accattivante. Un vero ritorno alle origini usando il realismo cinematografico per una vicenda edificante.

Un film politico, perché mostra la propaganda dell’epoca della Rivoluzione Culturale che agisce sulle masse rurali tramite il Cinema ed il fervente impegno di un proiezionista nei più sperduti villaggi. Al contempo anche un’intensa ed a tratti commovente e poetica lettera d’amore per il Cinema ed un magnifico, tenero racconto sull’incontro/scontro di una giovane orfana ed un padre evaso per poter vedere proiettati i pochi fotogrammi di un cinegiornale in cui appare l’immagine di sua figlia che non vede da anni. Il tutto sullo sfondo di un paesaggio desertico tanto desolato quanto anche suggestivo ed affascinante. Zhang Yimou ritrova veramente il talento narrativo che lo aveva fatto apprezzare fin dai tempi dei suoi primi capolavori. Le scene nel deserto sono tutte magnifiche, come pure quelle corali delle decine di abitanti del villaggio impegnati a ripulire la pellicola che doveva essere proiettata in una specie di Cinema Paradiso ai bordi del Deserto del Gobi, fra desolazione, povertà dignitosa ed entusiasmi per la Magia dello schermo che s’illumina di immagini in movimento.

Se la prima parte del film è centrata sul susseguirsi di vicende, talora comiche, relative ad un rullo di pellicola rubato ed al suo continuo passare di mano, nella seconda parte, il tono generale del lavoro sale assolutamente di qualità e di intensità emotiva con un afflato poetico, epico e tenero e con scene corali, sequenze, movimenti ed inquadrature di puro ed assoluto talento. Magia cinematografica rappresentata ed al contempo anche realizzata!

Il regista opera e guarda con la mano e con l’occhio dei suoi tempi migliori.

Una grande fascinazione che veramente cattura lo spettatore che ama il Cinema, lo ammalia, lo affascina attenuando così di molto quella sottile e maligna sensazione di artificiosità programmatica che un finale “un po’ artificiale e sottilmente politico” ingenera al termine del film.

data di pubblicazione:24/01/2022


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