Il ritratto di un talentuoso sceneggiatore Herman J. MANKiewicz (Gary Oldman), la genesi di un capolavoro: Citizen Kane di un genio come Orson Welles, il mondo di Hollywood negli anni ’30 e ’40 ove si intrecciano arte, potere, denaro, ambizioni e frustrazioni…

 

Alla fine ha vinto Netflix? Ebbene… stante la realtà attuale, la risposta sembra essere: probabilmente sì! Come rifiutarsi di doverlo accettare quando la Piattaforma si presenta con ben 35 candidature fra i vari possibili prossimi Premi Oscar di quest’anno di “disgrazia” 2020/21 ?!? Un quadro reale, esaltante ed anche “sconfortante”, del potere di Netflix, e, contemporaneamente, anche dello stato di crisi in cui la pandemia ha fatto precipitare il Cinema e le grandi Produzioni e Distribuzioni. Al tempo stesso MANK è anche Cinema! Grande Cinema, splendido puro Cinema! un film che è una lettera d’amore affascinante e melanconica, creativa ed ammaliante di un cinefilo e di un grande Regista capace di evocare tutta la magia propria del Cinema: la tecnica, la fotografia, il montaggio, i dialoghi, la recitazione, la sceneggiatura.

Orson Welles non avrebbe dovuto vincere come cosceneggiatore l’Oscar per Citizen Kane nel 1942 perché, in realtà, lo script sarebbe da attribuire in toto ad Herman J. MANKiewicz (fratello del ben più famoso regista Joseph J. Mankiewicz). Vero? Falso? Leggenda? Difficile dirlo perché, si sa, un film è sempre frutto di molteplici collaborazioni. Figuriamoci poi quella con il vulcanico, egocentrico e creativo Orson!! Lo spunto dell’indagine ha offerto l’opportunità ad un regista di successo come David Fincher di focalizzare l’attenzione sulle atmosfere e le dinamiche di quegli anni fecondi del cinema americano: gli anni ‘30 e ‘40, e sulle grandi personalità che lo hanno plasmato e rappresentato, e … più in particolare, proprio sulla figura di un uomo non facile, preso fra polarità contrapposte: MANK, un uomo di cuore e di talento ma anche un frustrato, un alcolizzato, uno scommettitore cronico, un brillante sceneggiatore con ambizioni letterarie e le sue battaglie nell’establishment dei grandi Boss delle Majors, dei magnati della stampa come William R. Hearst che tutto e tutti manipolano e, non ultimo, anche un omaggio al genio di Orson Welles.

Con questa sua 11° opera Fincher ha conseguito in pieno il suo obiettivo riconoscere i meriti di colui che ha permesso di realizzare Citizen Kane, un film ancor oggi considerato come uno dei più perfetti ed innovativi di tutti i tempi. L’autore con brio e con emozione ci racconta infatti come fra sentimenti autodistruttivi, immobilizzato da un incidente, pressato da problemi economici ed alcolismo Mankiewicz, in poco tempo ed in quasi isolamento forzato, riesca a scrivere il suo capolavoro ed a consegnarlo ad un folle visionario come Welles che, a sua volta, lo fa suo con pari genialità. Ristabilendo la sua verità Fincher realizza in realtà uno dei più bei film di quel tipico genere hollywoodiano in cui Hollywood si mette sotto i riflettori rappresentando se stessa ed il mondo del cinema negli anni del Mito ( si vedano, per citarne alcuni: È nata una stella 1937/ Viale del tramonto 1950/ Il bruto e la bella 1952/ I protagonisti 1992). Una ricostruzione iperrealista degli anni d’oro. Perfetta la scenografia, gli ambienti, gli arredi, i decori e la restituzione dei personaggi stessi. Una ricostruzione che rievoca non solo i rapporti spesso conflittuali del talentuoso MANK ma anche i falsi valori diffusi dalla “Fabbrica dei Sogni”, le atmosfere politiche, il Potere, la Stampa, la Politica, tutte intrecciate e colluse con il business del cinema. Impegno di ricerca e capacità di riproposizione fedele di un mondo ed impegno cinefilo che porta Fincher a realizzare un film con le stesse tecniche usate da Orson Welles e dai suoi direttori per la fotografia: uno stupendo bianco e nero, le stesse atmosfere espressioniste per alcune sequenze, giochi d’ombra, un ritmo a spirale fra passato e presente con uso sapiente dei flashback , campi e controcampi, alcuni giochi focali deformanti le immagini che ripropongono, per chi lo sa, quelli che fecero scalpore quando usati allora per la prima volta. Dialoghi pungenti e cesellati, tempi e montaggio serrati, rapidi ed incisivi. Il tutto gradevolmente molto “Wellesiano”. Fincher governa il film con forza, amore e maestria all’interno di uno spartito perfetto. Veramente un grande cineasta che rende omaggio ad un Genio, alla sua epoca ed alla Settima Arte, senza mai eccedere. Uno splendido film che rende omaggio ad un capolavoro. Punto di forza, fra gli altri, è poi anche la recitazione degli attori tutti, in primis del sempre più bravo Gary Oldman, ingrassato oltre misura ed impressionante nell’identificazione dei dolorosi tratti umani dello sceneggiatore. Tutti recitano, va sottolineato, come recitavano le star degli anni trenta, vale a dire massima centratura sulla dizione più che sulla evidenziazione emozionale interiore … Marlon Brando ed il metodo erano ancora lontani da venire!

Un bel film che aumenta come mai la nostalgia per la sale cinematografiche ed il piacere del grande schermo!

data di pubblicazione:16/03/2021


Scopri con un click il nostro voto:

Share This