(Teatro Eliseo – Roma, 23 gennaio/9 febbraio 2020)

La riscoperta di un autore ungherese dimenticato, trattata per il teatro in un confronto a duello dialettico, breve ma intenso, con pochi movimenti di scena.

 

Il teatro sempre più spesso saccheggia dal cinema, dalla letteratura, persino dalla televisione. A volte con scelte meditate, a volte per carenze inventive. Marai si presta all’adattamento perché il romanzo che rievoca un fosco e dimenticato periodo è uno stridente confronto tra presente e passato di due uomini che sono stati grandi amici ma anche rivali in amore e che ora sono separati dalla gelida sospensione del giudizio, ritrovandosi a confronto per una sorta di duello percettivo quaranta anni dopo la separazione, interpretata come fuga da uno dei due. Interazione perfetta dei due attori, uso sapiente delle pause in una scenografia minimale che vive il suo momento di maggiore funzionalità nel finale quando il gioco delle luci di scena e l’uscita di scena dei due è il preludio a una sorta di meccanica sibillina risata del rivale. Meno di un’ora di spettacolo con picchi di tensione efficace. Se il teatro è contraddizione qui si approda alla sublime sintesi di pareri discordi. Le domande dell’uno non trovano soddisfazione nelle risposte dell’altro. Si respira un’aria antica e decadente per una mise en scene che richiede concentrazione da parte dello spettatore. Le ferite non si rimarginano, i rapporti non si chiariscono. Ma prima della morte c’è un sentore di mutua quanto inutile pacificazione. Gli attori non eccedono. Toni pacati, mai sopra le righe senza ombre di concitazione. Una sobrietà che è la cifra stilistica di uno spettacolo che richiede pochi movimenti di regia. Teatro di parole per una rivincita che evapora man mano che l’arringa lungamente maturata non trova soddisfazione nell’interlocutore. Mitteleuropa sullo sfondo ma anche gli esotici Tropici di una fuga che ha lasciato molti interrogativi: libera scelta o vigliaccheria?

data di pubblicazione:03/02/2020

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