Bernardo Bertolucci torna in sala con un film “fatto in casa”: una cantina, due attori esordienti, Roma che fa da sfondo divenendo fin da subito un ingrediente indispensabile della scena. Il tutto legato aristotelicamente da un’unità di spazio, tempo e azione, che guida lo spettatore nell’avvicendarsi di quei sette giorni normali e al tempo straordinari. Perché “normale è niente”, ma un abbraccio è tutto.

La storia si distacca in qualche punto dal racconto di Niccolò Ammaniti, ma la trasposizione filmica dei due protagonisti, interpretati da Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco, è quasi perfetta. I due ragazzini recitano senza recitare, mettendo a nudo le loro anime nella cantina che diviene la loro casa.

La cantina, dove si accumula sotto la polvere un passato destinato qualche volta a tornare, dove si abbandonano cose che non servono più e che in fondo sono le uniche si ha veramente bisogno, dove il disordine esteriore è la via per ritrovare quell’ordine interiore che difetta anche nelle case più splendidamente arredate. Un mondo nel mondo, così vicino eppure così distante da quello “normale”. La macchina da presa si muove guidata da una mano che sa quello che cerca: di tanto in tanto lo sguardo si perde nella vertigine di palazzi così alti da schiacciare chi abbia l’ardire di alzare gli occhi al cielo, per poi tornare sulla rassicurante fissità di quel vialetto che, come il binario 9 ¾ di Harry Potter, nasconde la porta d’accesso a un modo al quale solo chi non è perfettamente “normale” ha il privilegio di accedere. Lei a un certo punto balla da sola. Poi si accorge che in quel momento è sola, anche se solo per un momento.

Giudizio sintetico: il vero Maestro è colui che ha sempre qualcosa da insegnare.

[sc:voto3]

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