Fotografare dal greco significa “disegnare con la luce”, dunque il fotografo è colui che con la luce, che si riflette su di una scena, crea un’immagine. Unico maschio di otto figli, Sebastião Salgado viene avviato agli studi di economia dal padre, proprietario di una fazenda in Brasile ed allevatore di bestiame, e negli anni settanta per lavoro si trasferisce in Francia e poi a Londra; sarà sua moglie, architetto, a regalargli una macchina fotografica che segnerà l’inizio di una vita avventurosa ed unica attraverso il mondo, la natura, le civiltà, i popoli e le loro sofferenze. Il grande regista Wim Wenders, assieme a Juliano Ricardo Salgado, figlio di Sebastião, ispirati dalla potenza delle sue immagini rigorosamente in bianco e nero, alternando fotografie, storia personale e riflessioni dell’artista, ci regalano Il sale della terra, film imperdibile perché necessario ad ogni essere umano come esperienza per sentirsi più forti, più vivi, in quanto spettatori di un documento toccato da una grazia edificante per l’anima ed illuminante per lo spirito, oltre che pervaso da una straziante bellezza (AdM).Fotografo di persone più che di paesaggi, l’uomo è sempre al centro di ogni suo scatto proprio perché gli esseri umani sono il sale della terra, in tutte le loro manifestazioni, anche le più terribili. I suoi progetti fotografici lo hanno portato dall’Indonesia all’Africa, dai paesi dell’America latina quali Bolivia, Ecuador, alla catena montuosa delle Ande, e poi  in Messico del nord dove i suoi scatti riescono a raccogliere suoni attraverso gli occhi, per poi tornare dopo dieci anni di “esilio volontario e necessario” in Brasile. Ed è dal nord del Brasile, dove non era mai stato, che riparte il suo occhio sul mondo, su quella parte di terra in cui la morte e la vita sono molto vicine, animato da gente di grande forza morale oltre che fisica. Poi, nel 1998, accanto a Medici Senza Frontiere è in Etiopia per testimoniare l’enorme indigenza dei rifugiati, dove la gente, che ha la pelle arsa dal vento come la corteccia degli alberi, si abitua a morire… In quei posti Salgado tornerà molte volte, spinto dall’empatia per la condizione umana, dopo una sola digressione nel 1991 per testimoniare l’archeologia dell’era industriale in Kuwait, in occasione dell’esplosione dei pozzi di petrolio, ma dal 1993 al 1999 saranno sempre l’uomo e le sue sofferenze al centro della sua opera, attraverso foto sulla migrazione dei popoli in Tanzania e Rwanda, sui reietti delle guerre e sul genocidio nella ex Jugoslavia: le tende dei rifugiati…il mondo intero ne sembrava ricoperto. Siamo animali molto feroci, noi umani; tutti dovevano vedere quelle immagini, l’orrore della nostra specie.

Infine, dopo essere sceso per decenni nel cuore delle tenebre per testimoniare al mondo intero la dimensione della catastrofe dei nostri tempi, Salgado assieme alla moglie, che gli è sempre stata accanto in questo grande e appassionato viaggio che è stata la loro vita, decidono di fermarsi e di dedicarsi alla ricostruzione delle condizioni climatiche della Mata Atlantica in Brasile, con il progetto Istituto terra in favore dell’ecosistema, piantando due milioni di alberi nella zona in cui era cresciuto da bambino, ricreando parte di una foresta che oramai non c’era più, perché gli alberi sono cosa di tutti e ci danno il concetto di eternità. E se gli uomini sono il sale della terra, è la terra che è riuscita a guarire le ferite interiori di Sebastião Salgado accumulate negli anni: io sono parte della natura, come un albero, una tartaruga, un sassolino…

 data di pubblicazione 17/11/2014

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