Interpretato da Tom Hanks, scritto da Matt Charman con i fratelli Coen, diretto da Steven Spielberg. I presupposti per un “film da vedere” sembrerebbero esserci tutti. E Il ponte delle spie non delude le aspettative.

Nel 1957 il mondo è diviso in blocchi. Tra gli Stati Uniti e i Paesi comunisti si combatte una guerra fatta di informazioni, che può condurre a un conflitto termonucleare totale oppure evitarlo. Dopo aver preso parte al Collegio d’accusa durante il processo di Norimberga, l’avvocato James Donovan (Tom Hanks) si dedica con successo al settore delle assicurazioni, fino a quando la sua routine lavorativa è bruscamente interrotta dall’incarico di assistere il Colonello Abel (Mark Rylance), spia russa con la passione per l’arte. La difesa di Donovan, nelle intenzioni delle istituzioni, dovrebbe rappresentare il formale omaggio a quel sistema di garanzie che rende riconoscibile gli USA agli occhi del mondo, ma che di certo non si può pretendere di applicare nella sua interezza a una spia, per di più sovietica. L’avvocato Donovan, “uomo tutto d’un pezzo”, rende però imprevisto anche l’esito giudiziario più scontato: alle cangianti logiche della Ragion di Stato oppone la fissa solidità della Costituzione americana, quel “manuale delle regole” di cui neppure la Guerra fredda può sospendere l’applicazione, quel baluardo del Diritto che non può cedere a fronte delle pretese istanze anomiche della Politica.

L’intransigente avvocato si troverà a fare i conti con l’impopolarità di chi si aspetta che in certi casi la Giustizia si faccia fuori dai (e nonostante i) codici, condurrà nelle aule di tribunale una guerra parallela a quella che gli “operatori” americani combattono nei cieli dei territori sovietici e giungerà infine in Europa, sul teatro della guerra “vera”: la guerra fatta di macerie materiali e morali, quella che corre lungo le pareti di un muro divenuto il simbolo di un’epoca, quella che porta i contendenti a fronteggiarsi sul Ponte di Glienicke, che congiunge, dividendole, Berlino Ovest e Berlino Est. Proprio quel Ponte diventerà il tavolo da gioco sul quale Donovan tenterà di conciliare gli imperativi della Morale con le barriere elevate in difesa della sovranità nazionale: una partita nella quale l’inaspettata “alleanza” tra un avvocato americano e un agente segreto russo, fondata su un rispetto reciproco che diviene reciproca fiducia, si mostrerà in grado di giocare la mossa decisiva.

La stella del cinema giudiziario, ben visibile nella prima parte del film, torna a brillare alta nel firmamento hollywoodiano, con Tom Hanks impeccabilmente convincente nel ruolo di un avvocato permeato di incorruttibile idealismo. Nella seconda parte Spielberg lascia spazio al racconto storico, volgendo nuovamente la macchina da presa, dopo gli indimenticati Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan, verso il cuore pulsante del Secolo breve e portando sul grande schermo la vicenda di Francis Gary Powers (nel film Austin Stowell), pilota di un aereo spia Lockheed U-2 abbattuto dai russi, che tante volte il regista ha sentito raccontare da suo padre.

Gli intrecci della storia si dipanano in luoghi molto distanti tra loro, tenuti saldamente insieme dalla sapiente regia di Spielberg, fino a ricongiungersi in unità su quel Ponte da cui il film prende il nome. Pressoché inevitabili le incursioni della retorica made in USA, esaltata dall’epica dell’eroe borghese che riesce addirittura a imporsi sul cinismo senza morale degli uomini della CIA, della DDR e dell’URSS. Il film regge tuttavia con convincente solidità l’onda d’urto dell’enfasi narrativa e anche i 141 minuti scorrono via con estrema disinvoltura.

data di pubblicazione 29/12/2015

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