IL FIGLIO DI SAUL di László Nemes, 2016

Saul Ausländer (interpretato dal superbo Géza Röhrig). Il nome di un condottiero biblico e il cognome che in tedesco significa “straniero”.

Saul, ebreo ungherese deportato in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale, è affidato al Sonderkommando, il gruppo composto dai prigionieri più forti e resistenti, periodicamente “rinnovati”, impiegati dai tedeschi come “manovali della soluzione finale”. Spetta (anche) a loro, infatti, il compito di assicurare l’efficiente funzionamento dell’implacabile catena di montaggio che parte dalle camere a gas, passa per i forni crematori e arriva alla dispersione dei cadaveri polverizzati. Prigionieri che si trasformano in Geheimnisträger, custodi di segreti, ingranaggi di un meccanismo oliato da quel sangue che devono con cura lavare via dal pavimento.

Proprio durante le operazioni di pulizia di una camera della morte, l’attenzione di Saul viene irresistibilmente attratta da un ragazzo: non si tratta di uno dei tanti stücke (pezzi) senza vita e senza forma, ma di quel figlio evocato (invocato?) dal titolo del film. Lo scopo di Saul diviene allora trovare all’interno del campo un rabbino che possa prestargli assistenza per recitare il kaddish e offrire al giovane corpo uno degna sepoltura.

Il figlio di Saul è il racconto di un viaggio attraverso l’Inferno. È il racconto dell’instancabile ricerca di uno scopo. È il racconto della sana follia in grado di traghettare al di là del bene e del male. È il racconto del coraggio, non importa quanto consapevole, di preservare un barlume di umanità anche nella notte in cui tutto sembra diventare disumano e anche quando la maggioranza non riesce a percepire la consistenza di una priorità necessariamente assoluta: proprio come un condottiero straniero, che può sembrare blasfemo agli occhi di chi non ha gli strumenti per comprendere il suo linguaggio.

Se, per restare ai film attualmente in sala, Il labirinto del silenzio racconta l’Olocausto ponendosi dalla “distante” prospettiva della ricostruzione processuale che interviene nel momento della quiete, Il figlio di Saul sprofonda nel ventre del lager e si fa largo tra le viscere dell’orrore proprio quando la tempesta raggiunge l’apice della sua forza distruttiva. L’esordiente László Nemes, tuttavia, non indulge ad alcuna enfasi eccessiva e non sfiora neppure da lontano il rischio di inciampare nella retorica ammiccante. I dialoghi lasciano il posto tanto alla Babele di urla e rumori che da fuori campo invadono la scena quanto alla regia, sempre chiaramente visibile ma mai stucchevolmente esibita. Gli stücke ammassati e vilipesi restano spesso fuori dalla messa a fuoco, mentre la macchina da presa segue con meticolosa precisione il volto di Saul, la sua nuca, le sua mani, i suoi sguardi, incorniciati (ingabbiati?) dal formato 4.3 e impreziositi dalla pellicola 35mm.

Già vincitore del Grand Prix speciale della Giuria al Festival di Cannes e del Golden Globe come miglior film straniero, Il figlio di Saul è in corsa per l’Oscar. Un film da vedere. Un film che si lascia ricordare.

data di pubblicazione 23/01/2016

[sc:voto4]

2 Commenti

  1. Dopo un anno esatto dalla pubblicazione della recensione mi sono trovato per caso a vedere in TV il film che a suo tempo mi ero perduto. Sono molto d’accordo su quanto qui scritto. Non son un tecnico e quindi giudico con le impressioni: sono stato colpito sin dalla prima immagine sfuocata dalla quale emerge lentamente il viso del protagonista Saul. E’ vero, il film mette in risalto principalmente il volto degli uomini e sembra volutamente trascurare il resto, le immagini dei corpi uccisi e sui quali la telecamera sembra voler evitare qualsiasi messa a fuoco per non indugiare troppo sulla tragedia in atto. Film di immensa poesia che non può non rimanere dentro, nella memoria e non solo per una giornata. Premio Oscar ben meritato!

  2. Entrando in sala, conoscendo l’argomento trattato, credevo di commuovermi. Invece quello che ho provato è stato solo dolore, neppure rabbia, o fastidio, bensì dolore, fisico e graffiante, esattamente come le urla e gli stridii di sottofondo. E questo per l’intera durata del film, dalla prima all’ultima inquadratura. Non so se questo è un merito, so che difficilmente sarà dimenticabile un film come questo.

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