Sarò franca. Posso dire di non conoscere pressoché nulla sulla storia americana della Nasa, dei primi razzi e dei primi uomini spediti nello spazio e al contempo non sono un’estimatrice del mondo fatto di informatica e, soprattutto, di numeri e calcoli, anzi li rifuggo anche al cinema. Invece, Il diritto di contare (Hidden Figures) di Theodore Melfi è stata una bella sorpresa, un piccolo capolavoro che sa unire sentimenti, freddi calcoli e narrazione storica in modo sublime.

Il film, tratto da fatti realmente accaduti, racconta le storie di tre donne di colore, Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe), che nella Virginia segregazionista degli anni ’60 contribuirono nel loro piccolo a smuovere le barriere di vita quotidiana tra bianchi e neri attraverso le rispettive diverse carriere all’interno degli uffici della NASA. Katherine è stata una bambina prodigio, la prima donna afroamericana a superare le barriere segregazioniste della scuola di specializzazione West Virginia University in Morgantown (Virginia Occidentale) nonché uno dei tre studenti afroamericani, di cui l’unica donna, selezionati per integrare la scuola di specializzazione dopo la sentenza della Corte Suprema del Missouri ex rel. Gaines v Canada. Grazie alla sua naturale propensione ad una matematica che sa vedere e andare oltre i numeri diventerà un membro imprescindibile per il team di Al Harrison (Kevin Costner) che in imbarazzante affanno è stato surclassato dai Russi nella missione dell’uomo nello spazio.

Anche Doroty, esperta di calcoli matematici svolge di fatto il ruolo di responsabile del personale di colore della sezione calcoli, ma non ha diritto ad avere la qualifica ufficiale di responsabile e il relativo stipendio adeguato; tuttavia, grazie alla sua affidabile diligenza e curiosità sbloccherà l’impasse dei colleghi “bianchi” in panne davanti al primo calcolatore IBM – riuscendo a metterlo in accensione per la prima volta e a rendendolo finalmente operativo per la missione (anche se poi il freddo calcolatore automatico nulla potrà senza i calcoli eseguiti a mano da Katherine) – e le sarà riconosciuto il ruolo che merita. Mary, invece, vincerà una causa civile che le permetterà di frequentare un liceo aperto solo ai bianchi per conseguire la seconda laurea in ingegneria ed essere la prima donna afroamericana ingegnere della NASA.

In questi traguardi fondamentali si realizza una collettiva integrazione, iniziano a cadere alcune barriere, tra cui l’abbattimento del cartello “Coloured room” dei bagni dei neri – che si trovano a un kilometro e mezzo dall’ufficio di Katherine – eseguito da Harrison (interpretato da un sempre un Kevin Costner sempre impeccabile nel ruolo di personaggio duro, orso ma incredibilmente protettivo) per ribadire che il traguardo si dovrà raggiungere tutti insieme senza discriminazioni e barriere fra bianchi e neri. Amore, amicizia, collaborazione e rispetto raggiungono almeno in questo spaccato della Virginia e nella NASA un primo importante risultato, con fatica e passione. Il film è davvero ben narrato, a tratti tocca lo spettatore commuovendolo per la semplicità e la forza dei sentimenti autentici dei personaggi, tra cui l’ottima interpretazione di Taraji P. Henson.

Un cast eccellente, una buona sceneggiatura costruita anche con una delicata e sapiente ironia e davvero belli i costumi femminili che spiccano per un’eleganza e una femminilità semplici e di classe. L’ironia e la bellezza emotiva ed espressiva del cast insieme all’ottima colonna di Hans Zimmer e ai richiami delle note di Miles Davis, rendono i 120 minuti de Il diritto di contare un piccolo capolavoro, ben ritmato, da vedere per capire come la meritocrazia e la lotta per i diritti portino, laddove autentici e avulsi dall’individualismo, a realizzare piccoli e grandi sogni e a unire un popolo intero.

[sc:voto4]

data di pubblicazione: 01/04/2017

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