Argentina, 1983. Arquimedes Puccio, confidando ancora nella copertura dei suoi ex superiori dei servizi segreti nonostante il ritorno della democrazia nel suo paese, a solo scopo di estorsione, continua a praticare sequestri di persone. Le sue vittime, appartenenti a famiglie molto ricche e in vista, vengono detenute come ostaggi in attesa di riscatto nella cantina e nella soffitta della sua casa, con la complicità di sua moglie e di due dei suoi tre figli maschi, con il silenzio delle due figlie Silvia e Adriana. Tutti gli abitanti del quartiere ignorano quanto accada in quella casa.



Il clan, Leone d’argento per la migliore regia alla 72^ Mostra di Venezia, si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto nella città di San Isidro, conosciuto come il “caso Puccio”. Quanto potrà mai durare la democrazia in questo paese? Un paio d’anni e si torna indietro…è su questa certezza che l’ex agente dei servizi segreti (rimasto senza lavoro) Arquimedes Puccio, uomo dall’aspetto pacato e tranquillo del buon padre di famiglia, ma in realtà padre-padrone freddo e crudele, continua a praticare l’attività criminale del sequestro di persona senza farsi alcuno scrupolo, giustificandosi con i propri familiari come fosse una normale fonte di sostentamento per tutti loro, rendendoli al tempo stesso complici e vittime di tanta crudeltà. Ad aiutare Arquimedes c’è il figlio Alejandro con il quale il padre ha un rapporto particolare ed intorno al quale ruota tutta la struttura di questo bel film di Pablo Trapero. Il regista ci offre il quadro di una nazione ancora malata, dove la sparizione di persone praticata sino ad allora dalla ex dittatura, era qualcosa di assolutamente radicato in una parte del tessuto sociale che anche nella nuova situazione continuava a detenere un certo potere sotto la protezione dei militari, in cui l’aberrante tornaconto personale dei Puccio si inserisce perfettamente.
E’ una storia cupa, potente ed ovviamente sconcertante quella che il regista ci racconta, aiutato da un cast di attori molto bravi fra i quali primeggiano, proprio per l’intensità degli sguardi, questo padre (Guillermo Francella) con i suoi occhi di ghiaccio che sono lo specchio di quella paura mista ad omertà con cui tiene legati a sé i suoi familiari, e questo figlio (Juan Pedro Lanzani) in perenne stato di “trans da obbedienza” il cui destino reale sino ai nostri giorni, che scorgeremo solamente nei titoli di coda, supera di gran lunga quanto incredibilmente viene narrato in tutto il film. Il clan è un film da vedere nonostante la dicitura “tratto da una storia vera”, perché mai come in questo caso la realtà supera la fantasia.

data di pubblicazione:19/09/2016

[sc:voto3]

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