Silloge di gialli brevi e lunghi che hanno il sapore della loro scrittura, fascinosamente datata anni ’50 e ’60. Scerbanenco fu una riscoperta di Oreste Del Buono che ammiccò alla formula della centuria, già adottata da Manganelli. Scerbanenco (originariamente Scerbanenko) si può considerare come uno dei padri spuri del giallo italiano. Autore anti-conformista, assolutamente non preoccupato dell’etichetta di commercialità (scriveva anche sulle riviste femminili per sbarcare il lunario) va enormemente rivalutato. Il classico autore che piace ai lettori e non alla critica. Da cui è stato ampiamente snobbato. I racconti dell’antologia vasta (oltre 650 pagine) si rifanno a due format. La prima racchiude in una cartellina una virtuale sceneggiatura filmica, un bruciante e sintetico plot. Nel secondo caso invece si dilata un racconto lungo con una struttura e personaggi più delineati. Storie di vita e malavita definite “affilate come rasoi” perché l’autore è scevro da qualunque moralismo. Piuttosto sono le tematiche borderline ad attrarlo alimentando descrizioni criminali, lontane da ogni pietismo. Un anti-retorica alla Fred Buscaglione o alla Dashiell Hammett per rimanere nel campo della letteratura. Uno stile che non è posa né maniera ma ammicca alla descrizione di un mondo pragmatico decisamente noir, fatto di delitti, di tradimenti sentimentali, fitto di cinismo. Scerbanenco ha una prosa espressionista che è fatta di periodi spesso interminabili ma facilmente fruibili nella fotografica descrizione di un ambiente, di una mente, di una situazione. Padre di un giallo che ha prodotto molti figli vista l’abbondante produzione italiana, gratificata dal successo di vendute e da un profluvio di autori che l’hanno resa popolare anche su scala regionale. Ma molto è partito da questo input di un riconosciuto pioniere. Senza personaggi precostituiti ogni storia può finire in farsa o tragedia in queste ministorie con l’happy end che è eventualità molto remota.

data di pubblicazione:21/04/2021

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