IL CASO GOLDMAN di Cédric Kahn, 2024

Francia 1976. Pierre Goldman ebreo, intellettuale e militante di estrema sinistra già condannato all’ergastolo per quattro rapine a mano armata è sottoposto a nuovo processo per due omicidi avvenuti durante l’ultima. Si proclama innocente con irruenza provocatoria divenendo un’icona politica. L’approccio ideologico è in contrasto con la strategia del suo giovane avvocato. Rischia così la ghigliottina …

Dopo Anatomia di una caduta ecco un nuovo film processuale francese. Altrettanto interessante e coinvolgente anche se molto diverso nella forma. Kahn rievoca il famoso e tumultuoso processo Goldman. Personalità carismatica ed affascinante l’imputato utilizzò l’aula per denunciare la Polizia di antisemitismo ed accusare il Sistema Giudiziario e tutto l’Establishment francese. Il regista avrebbe potuto tranquillamente scegliere la via convenzionale del biopic. Preferisce invece concentrarsi sul dibattimento vero e proprio. Coerentemente, fatto salvo un breve prologo, il racconto si svolge tutto nell’aula giudiziaria. Una scelta rischiosa. Una scelta che però offre al cineasta l’opportunità di una direzione e di una messa in scena classiche nella forma ma del tutto originali nella sobrietà e nella precisione. Una ricostruzione priva di qualsiasi artificio (filmati, flashback, voix-off…).

I film processuali traggono forza e fascino dalla capacità con cui la regia riesce a rendere apprezzabile il predominio della parola sull’immagine. Il processo è un teatro ove ognuno rappresenta la propria verità. Le opposte versioni vengono narrate attraverso le diverse capacità dialettiche. Mettendo in scena solo l’aula, Kahn si concentra unicamente su ciò che viene detto. Un film verboso? Tutt’altro. L’autore sa bene utilizzare il fascino delle parole restando sempre in un contesto cinematografico. Un gioco abilissimo di alternanze di campo e controcampo e di piani ravvicinati resi tutti incisivi e dinamici da un ritmo serratissimo e da un montaggio perfetto. È evidente il riferimento a capolavori come L’Affaire Dreyfus e, soprattutto, la Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer. La scelta compositiva di un formato di immagine di 4/3 che riduce lo schermo, le inquadrature fisse sui soggetti o sui volti sottolineano il rimando ai classici del passato ma servono anche a rafforzare la logica narrativa. L’unica vera azione nel film sono infatti le parole pronunciate o urlate.

Il regista con intelligenza non prende alcuna posizione di parte né pretende di fare una ricostruzione fedele dei fatti. Trascende dalla vicenda e vuole piuttosto riflettere su un passato in cui risuonano echi di un presente. Una riflessione sulla Giustizia, sui vincoli culturali, sul razzismo occulto e, soprattutto sulla fragilità dei ricordi e delle certezze. La difficoltà di fare Giustizia e di fare emergere la Verità.

Come in Anatomia di una caduta la Giustizia è un problema di punti di vista! A chi credere? Lo spettatore è lasciato solo, nella stessa difficile situazione dei giurati e con lo stesso peso di coscienza.

Il Caso Goldman è un lavoro riuscito, un film autoriale di dialoghi ed altissima recitazione. Un dramma teso ed asciutto che brilla per le sue qualità di scrittura. Un’opera di grande intensità, coinvolgente e mai noiosa che continua a risuonarci dentro anche parecchio tempo dopo averla vista.

data di pubblicazione:21/05/2024


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