EVEREST di Baltasar Kormákur – USA (72^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2015 – Fuori concorso)

Basato su una storia vera. L’indicazione che compare nell’incipit di Everest, film di apertura della 72^. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, lascia emergere quel fil rouge del Festival insistentemente evidenziato dal Direttore Barbera fin dalla conferenza stampa di luglio: il legame con la realtà, in grado di attribuire alla storia il crisma dell’emozione autentica, sia pur conferito in questo caso con i pregi e difetti dello stile hollywoodiano.

La “storia vera” che l’islandese Baltasar Kormákur sceglie di affidare alla trasfigurazione del grande schermo, datata 1996, è ambientata sulla catena dell’Himalaya: la “scalata organizzata” diviene una moda di lusso rivolta a un pubblico di alpinisti non professionisti, motivati a sfidare il rischio del non ritorno da ragioni che, sia pur muovendo dalle prospettive più disparate, finiscono per convergere verso un unico punto di fuga.

Due diverse spedizioni, guidate da Rob Hall (Jason Clarke) e Scott Fischer (Jake Gyllenhaal), si congiungono nell’ardito tentativo di condurre le proprie eterogenee squadre sulla vetta dell’Everest: 8.848 metri, la quota di crociera di 747, per provare a volare senza avere le ali. La risposta alla domanda “Perché?” non né automatica né scontata: si va perché si può, “testa bassa, passo dopo passo”, visto che in fondo conta più l’attitudine che l’altitudine e visto che, soprattutto, “now or never”. Il desiderio di superare i limiti imposti dalla biologica condizione di essere umano divengono una sfida con il proprio “io” inteso in una dimensione più ampia. Se però la poesia dello sport come specchio dell’introspezione individuale si incontra e si scontra con le logiche del mercato e del profitto, si rischia di finire in fila ai piedi del tetto del mondo come alle casse del supermercato di quartiere, smarrendo la capacità di comprendere fino in fondo il mistero della Natura e di fronteggiarne la conseguente Nemesi.

L’esibizione “iperrealistica” propria del 3D, unita all’assordante bufera del sonoro, conduce lo spettatore sui sentieri spettacolari della vertigine da capogiro, restituendo a tratti l’impressione di restare travolti dallo sferzante impatto dei cristalli di ghiaccio, mentre l’aria diviene sempre più insopportabilmente rarefatta.

C’è tanta Italia nel set di Everest: dalla Dolomiti agli Studi di Cinecittà, che compongono il mosaico insieme ai Pinewood Studios e reali paesaggi del Nepal.

Pur cedendo talvolta alle lusinghe del cliché del “genere alta tensione”, enfatizzato da una retorica melodrammatica pressoché inevitabile, Everest conferma le aspettative: un film di star e da botteghino, impreziosito da interpretazioni “minori” d’eccezioni, come quella di Keira Knightley, Emily Watson e Robin Wright; ma anche una riflessione sull’eterna e irrisolta storia di Icaro, sorpreso e “scottato” dell’ebbrezza del volo.

Data di pubblicazione 03/09/2015

[sc:convinto]

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