Un piacevole testamento spirituale. Non sembri accostamento azzardato e ossimoro il giudizio sull’ultimo definitivo libro di Mattia Torre, noto ai più come co-sceneggiatore di Boris, alle prese con un lungo tunnel sanitario che non gli ha impedito un felice sprazzo di letteratura umoristica e drammatica. Conscio dell’ineluttabilità della fine lo scrittore ha scommesso sul proprio futuro con questo manifesto. Che rivela fiducia nella sensibilità dell’arte, della testimonianza concreta di come anche una risata può salvare il mondo. Opera libera che è manifestazione di pensiero nell’affastellarsi di sketch situazioni in cui fiction, saggistica, vita vissuta e teatro si confondono, un po’ come succede nei libri di Piccolo. Piccole e grandi percezioni di vita filtrate dal senso di precarietà. Il libro è pieno di inneschi, di trame accennate che avrebbe meritato ancor più pieno sviluppo. Però, contemporaneamente, è un libro esaustivo oltre che l’ultimo regalo che Torre ci ha fatto. Rimangono di lui i reading degli amici (Aprea, Mastandrea) che continuano a farne vivere ricordo e memoria senza retorica. Siamo vivi finché qualcuno leggerà le nostre cose (parafrasi del pensiero di Baricco). In questo senso Torre è più che mai vivo e attuale nel pensiero riverberato del suo milieu. Il senso di libertà di questo materiale informa è testimoniato da una scrittura attenta ma poco sorvegliata, libera dal dovere della consegna e da obblighi contrattuali. Dunque un’intimità diaristica tanto più apprezzabile quando l’autore senza pudore rivela anche io propri buchi neri e le proprie lacune, in un esercizio quanto mai funzionale di autocoscienza creativa al servizio della letteratura. Se n’è andato a meno di cinquanta anni Torre lasciandoci spunti validi per un’infinita di ripercorribili trame. Radici seminali piantate un po’ ovunque, ironizzando su una società italiana (e sui suoi strani personaggi) ricca di contraddizioni ma non per questo meno interessante.

data di pubblicazione:12/01/2022

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