Il Conte Basta, il Dottor Quantunque e Federico Mai. Questi i nomi delle maschere che popolano la parte contemporanea del film di Bellocchio, caratterizzata da un registro un po’ surreale, ironico, sardonico, maschiettistico, in assoluta contrapposizione alla sezione storica del film, ambientata nel ‘600. Sfondo comune delle vicende le prigioni del convento di San Colombano a Bobbio, cittadina ormai noto luogo d’origine e residenza di Marco Bellocchio che l’ha reso anche sede della sua scuola di cinema e di un festival. La scoperta della prigione abbandonata è stata la scintilla per decidere di ambientarvi la vicenda storica della monaca murata viva, ma Bellocchio, come da sua dichiarazione in conferenza stampa, sentiva la necessità di portare la storia anche nel presente, e da questa esigenza nasce il personaggio dell’ultimo vampiro,  di quel conte Basta con gli occhi e la voce di Roberto Herlitzka che afferma: “Io non esisto”. Una storia allusiva ad un vampirismo ambientale e paesano che è un po’ l’approdo dell’Italia, continua il regista, che ammette di non essersi preoccupato di un’architettura drammaturgica perfetta,  ma di aver solo creato allusioni tra passato e presente piuttosto che precisi riferimenti. La mancanza di un’architettura si sente tutta, a nostro parere, così come la autoreferenzialità di discorsi già troppo lungamente ribaditi e un po’ sviliti dalla scelta dei toni e dei tempi, ma con certezza è già sceso in campo il partito di coloro che attribuiscono a Bellocchio, vista la sua autorevolezza e carriera,  la libertà di una scelta artistica che faccia a meno di un’architettura.  Noi speriamo che la stessa libertà possa essere garantita allo spettatore e alla scrivente nel crearsi un’ opinione in controtendenza sul film, libertà che Bellocchio stesso evoca nella figura di Benedetta, nel suo uscire bella ed intatta dalla prigione,  a simboleggiare l’immagine di una libertà che non vuole arrendersi.

data di pubblicazione 09/09/2015

[sc:noconvinto]

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