PROFESSIONE: Direttore della Fotografia. Intervista a Stefano Ferrari

Nel mondo del cinema, il mondo che amiamo e frequentiamo, ci sono molti mestieri di cui a volte, non conosciamo esattamente la cifra. Per questo abbiamo pensato di chiedere a un giovane (ha 26 anni) Direttore della Fotografia, Stefano Ferrari, qualcosa in più sul suo lavoro e sul perché, per farlo, è in America da cinque anni, dove ha partecipato a oltre a 40 progetti, tra lungometraggi, corti, video musicali e pubblicità.

– L’America, una scelta professionale o una scelta obbligata per poter lavorare?

“Ho deciso di venire a New York perché volevo confrontarmi con il mondo e mettermi in gioco. Volevo capire se la passione che stavo coltivando in Italia, nata osservando il lavoro di mio padre, anche lui Direttore della Fotografia, e poi lavorando come elettricista nel cinema, fosse veramente la strada da seguire. A 20 anni si vuol fare tutto e niente e io volevo vedere quanto fosse solida la mia passione.”

-Cosa hai fatto appena sbarcato in America?

“Durante il mio primo anno newyorkese ho frequentato il corso di cinematografia alla New York Film Academy. Una scuola che mi ha insegnato molto tecnicamente e che mi ha aperto le porte del mondo del cinema indipendente, mettendomi in contatto con persone di ogni parte del mondo. Ma è solo quando è finita l’accademia che ho conosciuto la vera faccia di NY. Una “giungla di cemento”, come dice Alicia Keys in una delle sue canzoni. Una giungla dove solo i migliori “sopravvivono”.

-E tu cosa hai fatto per sopravvivere?

“I primi lavori erano piccoli progetti. La maggior parte delle volte riuscivo solo a mangiare.  Fare un po’ di esperienza e, se fortunato, un paio di buone conoscenze, era tutto il salario giornaliero che riuscivo a mettere insieme. Era un periodo di pura sperimentazione, alla continua ricerca di un’identità artistica. Tra questi progetti ricordo SIX, un corto che ha avuto un inaspettato successo nel circuito mondiale dei festival e mi ha garantito la mia prima nomination per la migliore fotografia. Oggi, i tempi di SIX sono passati e la mia carriera mi porta a lavorare in giro per il mondo e a confrontarmi con diversi mercati tra cui quello europeo. New York non è più una giungla, ma una città di cui amo i ritmi e le possibilità che offre. È la mia casa.”

-Hai un agente?

“No, ho avuto diverse proposte da parte di agenzie, ma ho preferito essere indipendente. I produttori mi contattano attraverso il mio sito o con la mail personale. Ormai il mio nome gira fra i colleghi. Funziona il passa parola e la meritocrazia.

-Cosa fa un Direttore della fotografia?

“Trasforma le parole della sceneggiatura in immagini. Insieme al regista crea il linguaggio visivo del film attraverso luci, colori e inquadrature.”

-Come e quando comincia un nuovo lavoro?

“La prima cosa è capire quale sia l’idea e l’obiettivo finale del progetto, poi leggo la sceneggiatura. Subito dopo cerco informazioni sulle persone coinvolte, soprattutto regista e produttori. È sempre importante capire con chi si ha a che fare. Quando ho deciso, mi piace avere un incontro informale con le persone coinvolte, di solito davanti a un buon caffè. Non mi piace prendermi troppo sul serio. Odio le riunioni fiume, non hanno un gran senso, soprattutto quando le uniche cose da discutere sono di carattere logistico. Al contrario, mi piace subito capire che tipo di energia ci sarà sul set. Con un po’ di esperienza, ci vuole poco a prevedere come un determinato team si comporterà durante la produzione.

I primi step di una pre-produzione sono fatti di ascolto. È fondamentale farmi un idea di quello che il regista ha in mente. Una storia la si può interpretare in molti modi e di conseguenza girarla in molti modi diversi. Il primo passo, il più importante, è trovare un linguaggio cinematografico univoco capace di tradurre la mia immaginazione, quella del regista e del resto dei collaboratori artistici, in immagine.

-Che differenze ci sono tra il mercato europeo e quello americano?

“La risposta è sempre una: le opportunità. In America il mondo dello spettacolo è visto prettamente come un business e in Europa forse, più come un’ arte, e questa interpretazione porta a qualche svantaggio, ma anche al grande vantaggio della meritocrazia. Chi lo merita va avanti, chi no, viene stritolato dai meccanismi di un sistema estremamente competitivo.

Detto questo, ho avuto invece l’opportunità di lavorare recentemente in Italia in un film con Francesco Pannofino, La Partita, una storia che racconta in chiave tragicomica diverse situazioni personali in cui le due religioni italiane, quella cattolica e quella calcistica, creano l’ambientazione della storia. Un tipica domenica italiana nella periferia romana. È un progetto che mi sta a cuore e che spero trovi la giusta distribuzione.

-Documentari?

“Ho lavorato al documentario di Marco Amenta, Magic Island, anche questo in Italia. Una bella esperienza in cui ho apprezzato la grande professionalità dei protagonisti e della troupe.

Mi piacerebbe lavorare più spesso in Italia, perché noi italiani abbiamo un bagaglio di cultura cinematografica molto ampio, ottime idee e una professionalità tangibile sul set.

-America e Italia, due modi diversi di lavorare?

“Non ho trovato grandi differenze, è più una differenza culturale e ambientale che professionale. I termini tecnici cambiano ma la sostanza rimane la stessa. In Russia invece si lavora in modo molto diverso: grande professionalità, ma altri metodi.

-Che progetti hai per il futuro?

“In agenda ho 3 documentari, uno sulla discriminazione delle donne a Hollywood, prodotto da Geena Davis; uno girato sull’isola greca di Kastellorizo sulla crisi dei rifugiati siriani e uno sulla figura di Dean Martin. Poi c’è anche un film, la storia di due ragazze tra amore, avventure e sanità mentale.

Lavori che fino ad ora, mi hanno fatto scoprire storie affascinanti, conoscere persone incredibilmente talentuose e viaggiare per il mondo.

data di pubblicazione: 28/06/2016

 

 

 

 

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