JACKIE di Pablo Larraín, 2016

(73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2016)

Una donna che non ha cercato la celebrità, ma è finita col diventarlo.

Ognuno di noi ha le sue debolezze, i suoi punti fragili, i suoi momenti buî. Ed è in questi ultimi che si misura il valore di un uomo: dal modo in cui reagisce al dolore, da come si rialza dopo esser caduto.

Jacqueline Kennedy ha il vestito macchiato di sangue, e nei suoi occhi sono ancora vive le immagini dei brandelli di cervello del marito sparsi nell’auto, quando le viene chiesto di decidere come saranno celebrati i funerali. Una scelta difficile e importante, che deve rendere onore a un uomo non perfetto, ma proprio per questo capace di migliorarsi.

Nonostante le ritrosie degli alti funzionari di Stato, modella il funerale su quello di un altro illustre presidente degli Stati Uniti d’America, Abraham Lincoln, assassinato anche lui durante il suo mandato. E pretende, pertanto, che tutti i capi di Stato marcino insieme fino al cimitero dove il corpo sarà seppellito.

“Jackie” volle fortemente che i funerali di J.F. Kennedy fossero un evento storico e irripetibile: e ci riuscì.

Il film rivela una first lady che, dietro un’apparente fragilità – con la sua voce dal tono basso e debole –, cela un temperamento ferreo e risoluto. Una donna capace di vincere tutte le resistenze, interne ed esterne, nel momento di massima sofferenza.

A Pablo Larraín va il merito di aver mostrato l’esecrabile episodio della morte di J.F. Kennedy da un punto di vista inedito, descrivendo l’enorme peso delle responsabilità che ricaddero sulla moglie (e che seppe gestire in modo sorprendente). La regia, tuttavia, appare alquanto anonima ed eccessivamente distaccata; non riesce ad affascinare, malgrado diverse componenti del film convincano: le musiche inquietanti si attagliano perfettamente alle scene e aumentano il dramma; la sceneggiatura è ricca di spunti che colpiscono; e le prove attoriali elevano la qualità della pellicola. Sotto quest’aspetto, è d’uopo menzionare la sublime interpretazione di Natalie Portman (Jacqueline Kennedy); il ruolo ricoperto le consente di mostrare le sue eccezionali doti di mimetismo, candidandosi alla coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

E se nella nostra società si distinguono due categorie di donne, quelle che cercano il potere nel mondo e coloro che lo cercano a letto, lei – come Jacqueline Kennedy – dimostra di appartenere alla prima categoria.

data di pubblicazione: 10/09/2016








2 Commenti

  1. Non è anonima la regia, è proprio la cifra di questo grande cineasta: freddezza, analisi che sembra inesistente ma che ha forza destabilizzante, non è un regista, vivaddio, di cosiddette “grandi emozioni ” che troppo spesso sbagliano i bersagli

  2. Sempre una recensione di alto livello che ti invoglia di cinema..

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