Il libro di Ipazia di Mario Luzi è un esempio classico in versi dove il teatro è solo “in prestito”: ciò avviene perché l’autore, ormai scomparso, durante la sua produzione poetica si è dedicato anche alla drammaturgia – vedi Rosales , Hystrio e altri – ma dando maggior peso all’aspetto lirico anziché a quello scenico.

In scena alla Sala Uno, per la regia di Roberto Zorzuth, e prodotto dalla compagnia Politecnico col Festival dei Teatri di Pietra – con cui ha già svolto diverse piazze estive – narra lo sfondo delle vicende della affascinante protagonista, vissuta fra il IV e il V secolo d.c., scienziata e filosofa, martire del paganesimo e della libertà di pensiero e ancora oggi avvolta in un alone di mistero. Nell’epoca Ellenistica, in cui la donna è quasi sempre relegata ad un ruolo subalterno, è su di lei che sembra giocarsi il destino della città di Alessandria, durante le sommosse fra Cristiani e Impero Romano d’Oriente. Ma, anche se i versi, appunto, sembrano richiamare una partitura musicale, sono le parole ad essere pregne di significato e ad intessere il forte legame fra la poesia e la tradizione di un certo teatro italiano – ormai passata, come quella della memorabile edizione del compianto grandissimo Orazio Costa Giovangigli.

E della parola l’allestimento in questione fa un buon uso, ponendola inevitabilmente in primo piano e sorreggendola con un’ottima interpretazione degli attori, che si muovono con padronanza in uno spazio essenziale ma anche suggestivo. Articolato in otto scene con prologo ed epilogo, l’impianto registico prevede una scena fissa con momenti di Teatro fisico, alternati ad altri ben più statici. Le interpretazioni attoriali, pur essendo di cifra fin troppo tradizionale, sono stilizzate e compensano bene la apparente povertà di azione voluta dal poeta.

Ipazia appare solo in due scene intense, per essere poi chiamata in questione da altri. La figura è quella di una donna coraggiosa e in contatto con un alter-ego (forse ultraterreno?) e piena di ideali dove il caos vorrebbe produrre fondamenti per il “nuovo”. Come nel più grande teatro classico, la sua fine non viene rappresentata in pubblico, ma solo raccontata a posteriori, dopo mille presagi. Buona ed efficace l’interpretazione dell’attrice Cristina Putignano. Interessante l’apporto del personaggio ambiguo del Prefetto – interpretato con espressività e grande misura da Andrea Bonella -, da cui intravediamo i pericoli e le paure vissute da chi è al comando e tuttavia sente di essere in balia degli eventi.

Bravi anche Fabio Pappacena (Sinesio), Alessandra Cavallari (Ione), Arianna Saturni (Teodora), e lo stesso Roberto Zorzuth (Gregorio). Da vedere.

 data di pubblicazione 18/11/2014

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