IL GIUOCO DELLE PARTI da Luigi Pirandello, con Umberto Orsini e regia di Roberto Valerio

(Teatro Eliseo – Roma, 1/20 Novembre 2016)

La crudeltà vendicativa di due parti, che finiscono per giocare con la vita degli altri.

Il tempo ha scavato il volto dell’arguto signor Leone, oramai ricoverato in una clinica fredda, asettica, insignificante. Nulla più lo circonda, nessun pensiero lo assilla; si è privato di tutto, come un uovo appena svuotato: rimane l’involucro, simbolo dell’affascinante lucidità della ragione, ma è privo del contenuto, ossia la cieca frenesia della passione.

Astrarsi dagli accadimenti concreti, abbandonarsi al flusso ininterrotto di perpetue novità senza tuttavia partecipare: questa è la sua soluzione all’esistenza, la ricetta che gli ha permesso di non essere soggiogato dai sentimenti, di poter guardare la vita dall’esterno senza esserne toccato.

L’unica compagnia che gli è rimasta, sono tuttavia solo i fantasmi dei ricordi che lo assalgono; tra cui riaffiora con forza dirompente la tormentata relazione con la moglie Silia, che non ha perso tempo dopo la concordata separazione, accompagnandosi con il vigoroso Guido. Nonostante la divisione, Silia non è ancora riuscita a liberarsi del marito, che rimane il suo peggior incubo, costantemente presente nei suoi pensieri. Per questo motivo – una sera in cui viene scambiata per cortigiana da alcuni guasconi alticci – coglie l’occasione per costringere il marito a lavare l’oltraggio subito nel suo onore sessuale, pretendendo che Leone sfidi i colpevoli in un duello mortale.

L’energia vitale ed emozionale di Silia ritorna dunque con pervicacia nel guscio vuoto della perfetta razionalità del marito, stavolta per riempire quell’involucro – così irritante e tranchant – fino a farlo cadere, per spezzare quel perno ideale a cui si aggrappa Leone e da cui non vuole staccarsi.

In questo perfido gioco tra persone piene di vita (ma proprio per questo infelici) e persone estraniate dalla realtà, per non naufragare nel mare di emozioni (con il rischio tuttavia di volare via in aria come un palloncino); in questo scontro tra vuoto razionale e pieno passionale; nelle morse di questa tenaglia, un uovo si romperà e macchierà la scena: sennonché l’interno non sarà il solito albume, bensì il sangue di uno dei personaggi coinvolti.

Umberto Orsini adatta l’opera di Pirandello rendendola ancor più contemporanea, più fluida; e aggiunge alla ricetta un pizzico di ironia, che permette di riequilibrare il cinismo imperante. L’adattamento a sei mani, cui ha partecipato inusitatamente lo scenografo Maurizio Balò (per volere di Orsini), inizia con una prolessi da cui si dipana il racconto della vicenda che involge i tre protagonisti.

L’inizio dalla fine dell’opera pirandelliana riduce inevitabilmente il pathos legato all’attesa per vedere ciò che accadrà, anche se resta il piacere di scoprire come si evolverà la situazione. La narrazione, almeno nella fase iniziale, stenta a decollare, anche se si riprende in modo strabiliante nel proseguimento dello spettacolo.

Se nelle scelte registiche si possono nutrire riserve, le recitazioni fugano ogni dubbio riguardo al risultato della messinscena. Nella parte di Leone, Orsini riesce a conferire al personaggio un quid pluris: si muove sul palco con passo felpato, a memoria, come se conoscesse ogni angolo, ogni centimetro della scena. Una maestria travolgente e percepibile, che contagia ineludibilmente anche gli altri attori. Nella selezione degli altri due interpreti principali de “Il giuoco delle parti”, la Compagnia Orsini trasceglie due attori di spessore: Alvia Reale veste alla perfezione i panni di Silia, come un vestito che calza a pennello, tant’è che il suo coinvolgimento traspare a fine spettacolo, quando si commuove sotto i meritati applausi che il pubblico le tributa; e Totò Onnis indossa la maschera di Guido con sensazionale maestria, quasi confondendosi con il personaggio che raffigura.

Le intense interpretazioni sono inserite in una scenografia essenziale ma efficace; i diversi elementi presenti sulla scena sono come tasselli di un mosaico in composizione, che cangiano colore e si modellano a seconda della scena – sublime il momento in cui Leone, sovrappensiero, narra delle vicende che gli accadono e i componenti della scena intorno a lui si muovono e si adattano ad ogni suo pensiero.

Un lavoro studiato nei dettagli, che riesce ad offrire una rappresentazione pregna di significato, breve e diretta. Si nota come coloro che hanno partecipato alla messinscena abbia lavorato alacremente per raggiungere questo risultato, sotto la direzione di Orsini che, non pago del successo da lui già ottenuto, si cimenta in nuove opere con cui sforna talenti tramite la compagnia teatrale che ha coraggiosamente costituito, nonostante il momento di crisi. D’altronde, “È una questione di misura contentarsi. Uno si contenta di tanto, un altro ha tutto e non se ne contenta.”

 data di pubblicazione: 3/11/2016

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