Claude Chabrol, un autore che ho frequentato sempre poco, con questa ultima opera ha creato un autentico capolavoro che definirei di “ingegneria registica”.

Provate a immaginare: un probabile scambio di neonati, di cui uno fecondato artificialmente; un incidente stradale in cui perde la vita una donna il cui marito sposerà la sua migliore amica; un altro incidente identico vent’anni dopo. E ancora: una donna, Mika, figlia adottiva e erede e presidente di una industria di cioccolato; un pianista famoso; suo figlio, un ventenne che ama le lingue morte e le lumache; una bellissima ragazza che suona il piano anche lei e sua madre, direttore di un Istituto di Medicina legale.

Si rischiava il feuilleton o uno di quegli incasinatissimi noir americani di questi ultimi anni. Chabrol, invece, costruisce una tanto invisibile quanto robusta struttura drammaturgica e filmica che incastra a perfezione le situazioni, esplora vertiginosamente la psiche dei personaggi, senza cedimenti o sbavature ma allo stesso tempo senza fastidiose invadenze e il risultato è un meccanismo impeccabile e profondo che non sarebbe dispiaciuto a Stanley Kubrick.

Inoltre si diverte a citare (letteralmente: nominandoli) Fritz Lang e Jean Renoir suggerendo così chiave di lettura giusta.

Del resto non è difficile intuire che la soluzione dell’intrigo è in quei thermos pieni di cioccolato che Mika (Isabelle Huppert, bravissima e di classe , comme d’habitude) prepara per i familiari e gli ospiti di cui, per “sublimare” le sue frustrazioni, dirige silenziosamente la vita e la morte.

All’esterno, l’algida Losanna ben fotografata da Renato Berta, in sintonia con il perbenismo e le perversioni dell’ambiente umano.

[sc:voto3]

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