FILUMENA MARTURANO di Eduardo De Filippo, con Mariangela D’Abbraccio e Geppy Gleijeses, per la regia di Liliana Cavani

(Teatro Quirino – Roma, 10/29 Gennaio 2017)

“Il riscatto di una donna che non conosce la legge, ma sa cos’è la giustizia”

Non si dà pace Domenico Soriano – ricco dolciere napoletano –, mercé un’astuta gherminella, Filumena (la cocotte con cui conviveva da venticinque anni) l’ha indotto a sposarla in fin di vita, in modo da evitare che Don (giovanni) Domenico l’abbandonasse per contrarre matrimonio con una donna più giovane.

Il piano architettato da Filumena non è tuttavia volto a estorcere denaro al marito, bensì a garantire un futuro ai suoi tre figli oramai adulti. Appresa la notizia della copiosa prole, Domenico reagirà furiosamente, ma resterà pietrificato dalla sorpresa che lei gli ha riservato: uno dei tre figli è suo. La rivelazione permetterà all’imprenditore di maturare quel senso di paternità che non l’aveva mai lambito, però sarà divorato al contempo dal dubbio di quale dei tre sia il suo discendente naturale. Ed è proprio senza svelare a Domenico la verità che Filumena riuscirà a proteggere ognuno dei suoi figli:   ” ‘E figlie so’ figlie e so’ tutt’eguale!”.

La commedia di De Filippo, scritta nel 1946 e forgiata sulla base di una storia vera, pone in risalto i valori cristiani della maternità e della famiglia, in contrasto con il denunciato sfruttamento delle classi borghesi, e si inserisce proprio in quegli anni di scontro tra forze cattoliche (Democrazia Cristiana) e di sinistra. La versione proposta da Liliana Cavani è senza stravolgimenti e fedele all’originale; alleggerita in alcuni punti (togliendo opportunamente la figura della sarta) e rappresentata in dialetto napoletano.

Gli attori si muovono con disinvoltura sul pavimento a scacchiera presente sul palco, sulle linee invisibili tracciate con arte sapienziale dalla regista emiliana – alla sua prima esperienza nella direzione di uno spettacolo teatrale.

La compiutezza dell’opera si nota anche dall’accuratezza della messinscena realizzata da Raimonda Gaetani, e segnatamente: nella selezione dell’arredamento “stile 900”, come descritto da De Filippo nel testo; nell’abbinamento dei colori dei costumi con quelli degli elementi scenici; nella scelta del quadro con due destrieri (bianco e nero) appeso alla parete della sala da pranzo, che simboleggia la passione di Soriano per le corse ma anche l’unione degli opposti (Domenico e Filumena). Scelte non casuali, che sottolineano la cura per il dettaglio, la ricercatezza e l’eleganza dell’allestimento.

Seppur un principio incerto – l’uso iniziale del dialetto napoletano stretto (talvolta di faticosa comprensione) e il taglio di alcuni dialoghi, che non consentono un’immediata contestualizzazione della vicenda – la narrazione procede speditamente, arricchita dalle battute degli attori, con cui si ride di gusto. Se da un lato risulta apprezzata l’evidenziazione dei momenti più divertenti, parimenti appare eccessiva l’esasperazione di alcune scene – in particolare quella finale –, che nonostante permetta a Mariangela D’Abbraccio di esibirsi in tutta la sua bravura, sembra sproporzionata rispetto al resto dell’opera.

Quanto alla straordinaria interpretazione di quest’ultima, la sua figura rievoca l’inimitabile Titina De Filippo (per cui in origine era stata scritta l’opera dal fratello Eduardo), la sua chioma corvina e i suoi occhi morati rifulgono sul suo incarnato madreperlaceo, ogni suo gesto è una scarica di emozioni che percorre tutto il corpo, le sue parole vibrano nell’aria come fendenti di sciabola che si scagliano contro il marito; il quale è reso magistralmente da un affascinante Geppy Gleijeses, che dona al suo personaggio quel tocco in più di spavalderia che non guasta. Alla stessa stregua delle due precedenti, si pongono le prove attoriali di Mimmo Mignemi (Alfredo Amoroso: collaboratore di Domenico Soriano) e Nunzia Schiano (Rosalia Solimene: domestica e confidente di Filumena); e non da meno sono gli altri attori che si avvicendano sul palco, per una compagnia brillante e in perfetta sintonia. Applausi a scena aperta da parte di un pubblico pieno d’autorità, tra cui spicca il presidente della Repubblica: Sergio Mattarella.

Una commedia che, nonostante abbia più di settant’anni, rimane tuttora attuale. Il riconoscimento della tutela per i figli illegittimi, oltre alla possibilità di ricorre alla prova del DNA per conoscere la paternità, non toglie forza alla lotta di una donna di strada per far valere un diritto che la legge non le riconosce: quello di crescere dignitosamente i propri figli. E quale altra donna, se non Filumena (dal greco philos “amico” e menos “forza”: amica della forza) può portare avanti una battaglia del genere; lei che non ha mai pianto in vita sua, perché: “Sai quando si piange? Quando si conosce il bene e non si può avere. Ma Filumena Marturano il bene non lo conosce; quando si conosce solo il male, non si piange”.

data di pubblicazione 12/01/2017

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