(Festival di Cannes  –  In Concorso)

Alla supplica di morettiana memoria, Dì qualcosa di sinistra, rispondono splendidamente i Fratelli Dardenne, con il loro film Due giorni una notte, ovviamente parlando di sinistra in senso astratto, pensando in particolare ad una parola come solidarietà. Lineari, nelle tesi esposte e nelle rappresentazioni, limpidi, oserei dire, misurati nella realizzazione ma ricchissimi, come sempre, nel risultato (con l’aiuto di una splendida Cotillard!), i Dardenne restringono le dimensioni spazio- temporali della narrazione, circoscrivendole a due giorni e una notte e allo spazio fisico e umano dei colleghi della protagonista, per dilagare e penetrare in profondità nelle pieghe della nostra società, della condizione del lavoro e dei lavoratori, ma, soprattutto, della persona, che è e deve essere, contemporaneamente, pianeta che ruota su stesso ma anche attorno ad altre stelle, parte di un sistema solare. Il quadro dipinto ci restituisce la triste immagine di una condizione, di un universo, quello lavorativo di una società ormai perennemente in crisi, economica, finanziaria e valoriale, in cui alla persona viene richiesto, dalla situazione, di scegliere tra l’essere singolo e l’essere membro di una comunità, tra la propria salvaguardia (in termini minimi, lavorativa, di sussistenza, sopravvivenza) e il famigerato bene comune, il bene di un altro membro della comunità. Quella che i telegiornali chiamerebbero una guerra tra poveri, e che invece i Dardenne ci restituiscono come una lotta, una battaglia personale, con se stessi, le proprie debolezze, paure, malattie, in un percorso che diventa scoperta di dialogo con l’altro, di conoscenza delle miserie altrui, di solidarietà trasversale o di rifiuto. E ciò che conta, alla fine, è semplicemente “aver preso parte”. Libertà è partecipazione, cantava Gaber. Assolutamente da non perdere.


data di pubblicazione 15/11/2014

[sc:voto5]

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