Sei anni fa con Accabadora, Michela Murgia raccontava un legame molto particolare in cui venivano trasmessi saperi antichi, da Tzia Bonaria a Maria, e che rendeva quest’ultima capace di sostituire la prima nel gesto ultimo da portare a chi soffre permettendogli di lasciare la vita con meno strazio. Saperi profondi e arcaici che possono essere “insegnati” solo in una dimensione maieutica in cui l’allievo riconosce la statura e l’importanza dell’altro, scegliendolo come proprio maestro.

Anche in Chirù della stessa autrice, appena uscito per Einaudi, si stabilisce un legame, una iniziazione che è il cardine della storia come lo era nel romanzo precedente.

Chirù, un diciotenne dalla chioma folta e gli occhi neri come onici, è un giovane violinista; individuata in Eleonora la sua maestra, si presenta a lei con l’irruenza e la determinazione della giovinezza. Eleonora è un’affermata attrice di teatro e non è la prima volta che ha un allievo, ci sono già stati Alessandro, Teo e Nin; ma mentre i primi due hanno trovato la loro strada con successo, Nin ha lasciato a Eleonora un ricordo doloroso e un rimorso. Per questo ora Eleonora è cauta e timorosa di fronte alla richiesta di Chirù, tanto da volare a Roma da Fabrizio, uno dei suoi amori più importanti, per confrontarsi con lui su quest’arte difficile che anche lui ha esercitato in passato, e scoprire se è davvero pronta ad assumere di nuovo il ruolo che Chirù le chiede. Ma i timori di Eleonora, vengono prepotentemente scalzati da un sentimento di appartenenza – Lo riconobbi dall’odore di cose marcite che gli veniva da dentro, perché quell’odore era lo stesso mio.– che le fa affiorare negli intensi mesi della loro relazione, schegge di ricordi. Un’infanzia con un padre violento che la costringe ad un apprendistato precoce sull’arte del fingere; gli amori e i primi successi come attrice in una Roma che la vede ancora impacciata; una solitudine abituata “all’autarchia del cuore” che comincia a incrinarsi. E proprio i ricordi ripresi e rimasticati le permetteranno di giungere a una nuova fioritura, a sbocciare e ad aprirsi a un nuovo e importante amore.

Chirù è arrivato nella sua vita come vengono i legni alla spiaggia, levigato e ritorto, scarto superstite di una lunga deriva; ed è questo riconoscersi reciprocamente come pezzi fallati, al di là dei vent’anni che li separano, a permettere questa trasformazione, tanto da non sapere più chi sta conducendo e chi è condotto.

L’apprendistato di Chirù, quello che lo dovrebbe condurre senza fallire al successo o comunque a saper riconoscere le opportunità che la vita saprà offrirgli, è un cammino puntellato di libri consigliati, di tessuti pregiati da riconoscere, ma soprattutto è un addestramento ad andare al di là delle apparenze e delle spiegazioni banali, perché gli esseri umani intessono solo relazioni complesse nelle quali bisogna sapersi muovere. E un’artista, per poter diventare tale, deve temprare e misurare il proprio talento anche su questa capacità sociale. I loro appuntamenti, nei tre mesi dopo il primo incontro, nei bar, nei caffè, sulla spiaggia del Poetto battuta dal maestrale, sono interrotti dalla tournée teatrale di Eleonora che apre il romanzo ad altri luoghi: Stoccolma, Praga, Firenze; come se fossero differenti stati d’animo di un cuore che va progressivamente sciogliendosi dal ghiaccio e dai colori lividi del freddo nordico, per approdare nella Roma dell’epilogo, calda, accogliente e primaverile.

Michela Murgia possiede il “mestiere” della scrittura, inteso come il pregio assoluto del saper scrivere. La capacità che racchiude il talento e l’ufficio, il mestiere appunto, esercitato come un bulino dall’orefice. Come la sua Eleonora, la Murgia è capace di scandagliare i sentimenti fino a sminuzzarli per il lettore, trovando sempre la parola giusta, quella più incisiva e suggerente, e questo rende le sue pagine preziose ed asciutte, perfino sontuose nelle descrizioni di profumi e paesaggi, ma in questo romanzo i sentimenti restano pensieri, acuti, articolati, ma pensieri. Chirù è un musicista ma sceglie un’attrice come sua mentore; mi direte non è importante perché il loro è un colloquio d’anime – anche se il corpo fa il suo gioco silente – che si stabilisce molto al di là delle categorie rigide che siamo abituati a maneggiare sia riguardo ai rapporti d’amore che alle arti. Ma è questa sorta di “divina predestinazione”a non convincere, e non perché sia impossibile riconoscere un “simile”, ma perché questa scelta viene consegnata al lettore come assodata. Non veniamo a saperne di più leggendo, anche se apprendiamo che lo stato di “orfanità” li riguarda entrambi, perché entrambi si sono dovuti prendere cura da soli della propria educazione, al margine di quella dei genitori biologici.

Chirù non ha esitazioni, in mezzo a tante persone si presenta a lei con un’esigenza chiara. Sa che lei e lei soltanto potrà insegnarli un modo adulto di proporsi, di proporre il proprio talento che per vincere ha bisogno di appoggiarsi ad un sapere articolato, non riducibile a una sola maestria, come quella del violino nel suo caso.

Le arti di Eleonora e Chirù, restano però una pagina sfocata, un’occasione che entra nel meccanismo narrativo per far girare la narrazione e spingerla verso altri luoghi. Certo le città della tournée offrono colori e temperature che rispondono a un paesaggio e a un cambiamento di passo interiore, ma non ci si addentra mai nello specifico di ciascun mestiere, di ciascun linguaggio, come se non fosse determinante la condizione artistica che li lega. Il basso tuba di tutto il romanzo è il potere, o meglio, l’amore che si misura con il potere. Il potere e le sue declinazioni sono la grammatica di ogni amore, questo sembra dirci la Murgia, ed è il territorio che l’autrice voleva dichiaratamente esplorare, ma la storia non decolla, ha un passo corto e slabbrato seppur servito da una scrittura cesellata e acuta.

Questi due personaggi sono stretti in un passo a due che non produce suono e non coinvolge; più belle e vere le pagine dei ricordi personali e familiari di Eleonora. Loro restano un “esercizio” l’uno per l’altra, un tentativo di fare luce sulle strette maglie che reggono insieme il potere e l’amore, tentativo continuamente rimandato, fino a che giunti alla fine, scopriamo di non aver trovato una cifra diversa da quella dichiarata sin dall’inizio dove due “legni marci” si erano attratti come dice la stessa Eleonora: Io vorrei poter dire che fra di noi c’è stata un’affinità elettiva, ma la verità è che questo ragazzo aveva delle cose marce dentro e io le ho riconosciute, perché sono le stesse che ho io.

Un’attrazione che si tramuta in affrancamento, ma restiamo spettatori di questa trasformazione, in nessun momento ne veniamo emotivamente contagiati o intellettualmente coinvolti, come se la compressione della storia ci lasciasse vedere la trama della stoffa, ma non il suo spessore. I modi, la consistenza di questo “travaso”, di questo apprendistato mutuo ci sfuggono, come se quell’immediato riconoscersi escludesse la possibilità di essere raccontato; come se il loro passo a due (e non perché il ballo debba essere perfetto, al contrario la vita è colma di passi falsi, di cadute) fosse tutto ballato all’inizio e non avesse senso spostare ancora la coppia nella sala. Arriva repentina la fine, una fine narrativamente semplice, che lascia il lettore a misurarsi con delle sentenze che hanno promesso senza sbocciare, come se ci fossero tutte le premesse per un grande romanzo, tutte le voci e le possibili complicazioni, ma sono appena sfiorate, suggerite e si passa ad altro.

Chirù ha una particolarità: diversamente dai personaggi letterari che abbiamo conosciuto sino ad ora, non ha vissuto e vive solo nelle pagine del libro della sua autrice, ma nelle settimane che hanno preceduto l’uscita in libreria del romanzo è stato un profilo Facebook, tutt’ora attivo. La pagina di Chirù Casti (il cognome è solo sul profilo) è raggiunta da circa seimila persone al giorno che leggono i suoi post, guardano le foto pubblicate e si commuovono sulle parole scritte ad esempio, per commentare i fatti di Parigi. Che sia questo d’ora in avanti il modo in cui i personaggi amati o odiati di una storia continueranno a essere presenti nella nostra vita? Forse il libro passerà, nelle librerie, come accade ormai di consueto, tra poco sarà difficile trovarlo, ma forse Chirù Casti continuerà il suo dialogo con il popolo della rete che, forse, il libro non lo ha neppure letto.

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