Perché ogni tanto vanno anche ripresi in mano dei libri “più datati”, non si può leggere solo quello che viene pubblicato nell’immediato e che, spesso, con la stessa velocità scompare senza lasciare traccia.

Ogni tanto vanno ripresi in mano i libri che hanno fatto la storia della letteratura mondiale, e in queste feste appena passate il Canto di Natale di Dickens ci stava proprio bene!

Quante volte l’ho letto ai miei figli bambini, con quante voci diverse ho riportato alla luce da quelle pagine il vecchio Giacobbe Marley, gli spiriti dei tre Natali, il povero Bob Cratchit e il tremendo Ebenezer Scrooge, quanta tristezza si è dipinta sui loro visetti per la sorte del piccolo Tiny Tim e quanta gioia per quell’enorme tacchino che Scrooge fa portare a casa Cratchit dopo il suo ravvedimento. Quante volte durante le feste natalizie abbiamo guardato insieme il cartone della Disney, incantati da Scrooge/Paperone o Marley/Pippo.

E questa volta ho ripreso in mano il “vero” Canto di Natale magistralmente tradotto da Federigo Verdinois.

Ho ritrovato nelle sue pagine tutta la gioia del Natale, quello vero non quello dei centri commerciali, quello della condivisione con i parenti e gli amici cari, quello in cui ci si raduna intorno a una tavola felici della propria vicinanza, dello scambiare una parola, un cenno, un gesto.

Da quelle poche pagine sorgono così tanti sentimenti, così tante riflessioni, così tanta serenità. Le descrizioni di Dickens sono insuperabili, sentiamo i rumori degli oggetti, i profumi delle spezie, la gentilezza della gente: “E le drogherie, oh le drogherie! Chiuse a metà, o solo con uno o due imposte tolte via; ma che bellezza di spettacolo traverso a quelle aperture! […] l  i barattoli passassero rumoreggiando di mano in mano come bussolotti, o che i profumi mescolati del tè e del caffè accarezzassero il naso, o che i grappoli di uva passa fossero così pieni e biodi, e le mandorle così candide e la cannella così lunga e dritta […]  era una vergona, dicevano, bisticciarsi il giorno di Natale”

Di contro troviamo l’egoismo di Scrooge, avido, burbero, gretto ”Un Natale allegro! Al diavolo il Natale con tutta l’allegria! O che altro è il Natale se non un giorno di scadenze quando non s’hanno danari; un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un’ora più ricchi; un giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all’attivo? Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato […]”

Con un linguaggio colto e quasi sempre colloquiale ci racconta una bella fiaba, che racchiude in sé tante cose: la critica vero la rigida società londinese vittoriana di metà ottocento, una  storia di fantasmi, di buoni sentimenti, e della redenzione di Scrooge.

Un libro che dovremmo rileggere ogni anno per ricordarci sempre che Natale non è “fare il regalo” ma è affetto, amicizia, calore.

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