Morte di un pixel. Questo potrebbe essere il sottotitolo del film 11 Minuti del regista polacco Jerry Skolimowski,  in concorso alla Mostra di Venezia 2015. Una folgorazione, un film che farà saltare di entusiasmo,  sulla poltrona del cinema, chiunque abbia passione per il linguaggio cinematografico. Un ingranaggio perfetto, una manopola di una cassaforte da girare per trovare la combinazione che apra su un’altra cassaforte,  con movimenti all’ indietro che poi ci catapultato di nuovo avanti, un’immersione totale e straniante come in un’opera di Escher, un film la cui riflessione non può non riportare alla mente, con le debite diversità nello stile nel tempo,  Destino Cieco di Kieslowski. Che Dio la benedica”, dice un gruppo di suorine al venditore di Hot Dog. “Dio non mi deve nulla, avete pagato il conto”.  Un conto che si paga senza poter tornare indietro. Il tempo che passa,  senza poter tornare indietro,  quegli undici minuti a partire dalla cinque che diventano l’appuntamento col finale, strepitoso, del film. Piani sequenza, la soggettiva di un cane, aerei che fanno da tendina, fari che spengono la musica, un ritmo che tiene incatenati allo schermo nel tentativo di decifrare l’intreccio, di capire se sullo schermo vi sia una mosca morta,  se quella macchia nera sul disegno sia una svista, e soprattutto cosa accadrà alle 17 e 11 a partire dalla stanza 1111 dell’ undicesimo piano di un hotel. Una riflessione gigantesca sulla piccolezza dei nostri destini, formato pixel, di una dimensione ulteriore che rimane schermo grigio e indistinto a chi cerchi di osservarla ad occhio nudo, ma per cui vale la pena di continuare ad interrogarsi attraverso lo sguardo di un regista come Skolimowski.

data di pubblicazione 10/09/2015

[sc:convinto]

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