FUMO DI LONDRA di Alberto Sordi, 1966

FUMO DI LONDRA di Alberto Sordi, 1966

Dante Fontana (Alberto Sordi), antiquario di Perugia, si reca a Londra per partecipare ad un’importante asta dove è ben deciso a farsi aggiudicare una rara urna etrusca di cui già possiede l’altra copia esistente. Immediatamente affascinato dall’atmosfera di quella città, decide addirittura di mimetizzarsi tra gli inglesi indossando il tipico abito grigio, la bombetta e l’ombrello, come un vero gentleman della City. Nel corso dell’asta conoscerà una duchessa (Amy Dalby) che, dopo essersi aggiudicata il raro pezzo, lo inviterà a trascorrere un week end nel suo castello, in occasione di una tipica caccia alla volpe da lei organizzata. Nel corso del soggiorno Fontana convince la duchessa che l’urna acquistata è un falso e si offre di lavorare l’oggetto al fine di dargli una parvenza di antichità: l’esperimento non riesce e l’uomo è costretto a fuggire per evitare ritorsioni nei suoi confronti. Successivamente incontra sul treno la nipote della duchessa, Miss Elizabeth (Fiona Lewis) che lo introdurrà nel mitico mondo della “Swinging London”, a contatto con la cultura giovanile inglese di quei mitici anni sessanta. Il mondo che gli si aprirà sarà del tutto nuovo per lui e si troverà invischiato in una serie di situazioni al limite del grottesco, in una Londra in rapida evoluzione ben lontana dalle situazioni ingessate dei composti gentlemen. Il film è diretto dallo stesso Sordi, per la prima volta in veste di regista, e si rifà, per analoghe situazioni tragicomiche, ad un precedente film Il diavolo, interpretato con successo dallo stesso attore. La pellicola ebbe un discreto consenso del pubblico proprio perché in quegli anni Londra rappresentava una meta d’obbligo per i giovani hippies disinibiti e dal sesso facile. Al buon esito della pellicola contribuì la colonna sonora curata dallo stesso Sordi e la canzone “Breve amore” per lungo tempo occupò i primi posti della hit parade. L’ambiente fumoso londinese ci suggerisce una ricetta di sicuro effetto che potrà essere preparata anche per una prima colazione elegante: muffin salati allo speck e brie.

INGREDIENTI: 150 grammi di farina bianca “00”- 100 ml di latte – 8 grammi di lievito per torte salate – 60 grammi di ricotta – 150 grammi di brie – 150 grammi di speck a cubetti – 6 cucchiai di olio d’oliva – 2 uova – 3 cucchiai di parmigiano –sale e pepe. 

PROCEDIMENTO: Sciogliere il lievito nel latte tiepido, aggiungere la farina, le uova, l’olio e sbattere bene. Unire la ricotta, il parmigiano grattugiato e un pizzico di sale e pepe fino ad ottenere un composto senza grumi. Aggiungere i cubetti di speck precedentemente saltati in padella, ed il brie a tocchetti. Versare il contenuto negli stampini rivestiti con carta forno e infornare a 180° per circa 20 minuti finché i muffin saranno ben dorati.

LA SICILIANA RIBELLE di Marco Amenta, 2009

LA SICILIANA RIBELLE di Marco Amenta, 2009

Rita Mancuso (Veronica D’Agostino), nel giorno della sua prima comunione, assiste all’omicidio del padre Don Michele (Marcello Mazzarella) noto e rispettato boss mafioso di Palermo. A diciassette anni, dopo l’uccisione del fratello Carmelo (Carmelo Galati) sempre da parte della mafia, la ragazza decide di rivelare alla polizia prove concrete che possano portare all’arresto degli assassini. Da questo momento Rita sarà allontanata dalla sua città e dovrà vivere a Roma in assoluta segretezza e con una falsa identità, sotto sorveglianza per evitare la vendetta dei criminali mafiosi da lei accusati. Dopo l’ennesimo attentato che colpirà a morte il giudice Borselli (Gérard Jugnot), che sin dall’inizio aveva seguito le indagini sui due omicidi, Rita entra in uno stato di scoraggiamento e delusione nello stesso tempo e dopo aver fatto arrivare a Roma il suo fidanzato, contro le precise disposizioni della questura, al colmo di una crisi di identità si suiciderà davanti ai suoi occhi gettandosi dal balcone. Non è la prima volta che il regista palermitano Marco Amenta porta sul grande schermo storie vere che hanno a che fare con la spietata violenza mafiosa. Il film dedicato alla memoria di Rita Atria, anche lei costretta a vivere sotto protezione in un’altra città, fu accolto bene sia dalla critica che dal pubblico che apprezzò il coraggio del regista nel raccontare con crudezza una storia dove viene messa in luce la dinamica mafiosa ed il sistema di omertà che vi ruota attorno. Da questo se ne trae un insegnamento la cui missione è affidata alla protagonista che reagisce con i propri mezzi per affermare la verità in un contesto dove tutti gli elementi ne rivendicano invece l’annullamento. Il film, tipicamente di stampo siciliano, si abbina perfettamente a questa ricetta di tonno allo sfincione, pietanza dal gusto deciso ma sicuramente d’effetto in tavola.

INGREDIENTI: 600 grammi di tonno fresco a fette – 600 grammi di cipolle bianche – 250 grammi di pomodori pelati o a cubetti – qualche filetto d’acciuga sott’olio – origano, sale, pepe e olio d’oliva q.b..

PROCEDIMENTO: Versare in una padella abbondante olio d’oliva ed a fuoco basso fare sciogliere qualche filetto d’acciuga. Aggiungere quindi il pomodoro a cubetti o pelati e lasciare andare per circa 20 minuti. Tagliare le cipolle e lessarle in acqua salata per circa 20 minuti, scolarle e versarle nella salsa di pomodoro insieme ad una manciata di origano, pepe e sale. Sistemare in una teglia ben oleata le fette di tonno, coprirle con la salsa ottenuta ed infornare per circa 20 minuti ad una temperatura di 180 gradi. Servire il tonno tiepido accompagnando la pietanza con un’ insalata fresca di stagione.

IL MOSTRO di Roberto Benigni, 1994

IL MOSTRO di Roberto Benigni, 1994

Scritto dallo stesso Benigni in collaborazione con Vincenzo Cerami, il film si è verosimilmente ispirato ai fatti che insanguinarono Firenze per mano del famoso Mostro di Scandicci. Benigni impersona Loris, un disoccupato che si guadagna da vivere con lavoretti saltuari e qualche truffa e che abita in un appartamento di proprietà di un odioso amministratore di condominio. Perseguitato dai condomini, ai quali ha rubato uno dei sette nani da giardino (Mammolo), Loris cerca sempre di passare inosservato ogni volta che esce dal palazzo per non farsi vedere e fermare da nessuno. Ha tuttavia una strana ostinazione: quella di prendere lezioni di cinese da un professore apparentemente garbato e tranquillo. Ma proprio perché Loris è una brava persona che ha come unica pecca quella di arrangiarsi con qualche piccolo espediente per campare, diventerà inevitabilmente il principale sospettato di essere lui il pericoloso maniaco assassino che da qualche tempo sta terrorizzando il quartiere, uccidendo donne sole ed indifese. Loris, ovviamente ignaro di essere nel mirino delle forze dell’ordine che lo tengono sotto controllo in attesa che compia un passo falso, se la dovrà vedere con una poliziotta in borghese che cercherà di sedurlo per coglierlo in flagranza di reato, e con un psichiatra criminologo (un meraviglioso Michel Blanc) che farà di tutto per riscontrare in ogni suo più normale atteggiamento il segno di una patologia criminale, già data per scontata.

Il Mostro superò, e a ragione, il successo di Jonny Stecchino, ed alcune scene di questa meravigliosa commedia come l’esame di cinese, l’assemblea di condominio, la scene in cui il criminologo cerca di prendere le misure al corpo di Loris fingendosi “un sarto”, quella di Loris con il manichino e molte altre ancora, sono rimaste nella storia della cinematografia italiana.

Non potevamo che abbinare a questo film, in omaggio alla toscanità di questo splendido artista nonchè premio Oscar, una classica ricetta di castagnaccio.

INGREDIENTI: 300 gr di farina di castagne – 300 gr di acqua – 80 gr di noci sgusciate – 80 gr di pinoli – 50 gr di uvetta ammollata nel brandy o nel rum – 50 gr di olio di semi o extravergine d’oliva – sale e rosmarino q.b..

PROCEDIMENTO:

Setacciare la farina di castagne in una ciotola ed aggiungere l’acqua a filo mescolando con una frusta. Aggiungere quindi l’olio di semi (o a piacimento extravergine d’oliva) e, appena il composto è liscio, aggiungere le noci tritate grossolanamente, i pinoli interi e l’uvetta strizzata, tenendo da parte qualche pinolo e un po’ di uvetta da mettere sopra la torta. Mettere la carta da forno su una teglia dai bordi bassi e versare il composto livellandolo con una spatola. Cospargere la superficie con pinoli, uvetta e un pochino di rosmarino. Aggiungere un filo d’olio. Cuocere a forno caldo fisso solo sotto a 180° per 20/30 minuti. Togliere la teglia dal forno non appena sopra il castagnaccio si formeranno delle crepe e la frutta sarà dorata.

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE di Pif, 2013

LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE di Pif, 2013

“Ma la mafia ucciderà anche noi?”- “Tranquillo, ora siamo d’inverno…la mafia uccide solo d’estate”. Questo primo lungometraggio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, è una commedia drammatica fortemente ironica, che narra di una sanguinosa stagione dell’attività mafiosa di Cosa Nostra a Palermo attraverso la vita e i racconti di Arturo Giammarresi, in un arco temporale che va dalla sua infanzia sino all’età adulta. Nato in una Palermo amministrata da Vito Ciancimino, Arturo sin da piccolo sembra aver un fiuto particolare nel riconoscere i mafiosi. Siamo negli anni settanta ed in occasione della nascita del suo fratellino, Arturo fa la sua prima importante conoscenza in quanto, tra i padri accorsi al nido per osservare i propri figli appena nati, ce n’era un po’ particolare: Salvatore Riina. Alle elementari conosce la figlia di un famoso banchiere che vive nello stesso stabile di Rocco Chinnici e di cui Arturo diventerà “amico e confidente”: lei si chiama Flora ed Arturo se ne innamora perdutamente; al suo primo carnevale Arturo sceglie di vestirsi da Giulio Andreotti dopo essere stato folgorato da alcune sue dichiarazioni durante una trasmissione televisiva. La vita di Arturo è dunque puntellata da avvenimenti ed incontri che lo riconducono costantemente, anche se sotto aspetti diversi, alla mafia: egli di fatto “assiste”, come una sorta di involontario testimone – ndr. Il testimone è stato un programma televisivo di grande successo di Pif – alle morti di Boris Giuliano, Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa, con i quali in qualche modo “era venuto in contatto” nella sua personale lotta alla mafia, sino a sfiorare le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in occasione delle stragi di Capaci e Via d’Amelio. Il piccolo Giammarresi conosce anche Francesco, un giornalista che per il suo impegno contro la mafia è obbligato dal direttore del giornale a curare le rubriche sportive: sarà proprio lui, quale figura emblematica di libertà di pensiero e parola, a spronarlo a diventare da grande un giornalista.

La mafia uccide solo d’estate ha ricevuto molti e meritati premi tra cui due David, due Nastri d’argento, l’Europian Film Award, un Globo d’oro; da esso ne è nata una serie TV di grande successo che ha portato anche sul piccolo schermo, in maniera assolutamente insolita, argomenti e situazioni che tutti conosciamo purtroppo molto bene, attraverso la vita ed i racconti del piccolo Giammarresi.

A questo film, ambientato in Sicilia, associamo una ricetta a base di mandorle, ingrediente di cui questa regione è ricca assieme a molte altre buone e splendide cose. Ecco come eseguire dei facili ma buonissimi amaretti morbidi.

INGREDIENTI: 500 gr di mandorle pelate intere – 400 gr di zucchero – 4 albumi montati a neve ferma – 1 cucchiaio da tavola raso di farina – ostie.

PROCEDIMENTO: Accendete il forno a 160° per farlo ben scaldare. Macinare grossolanamente le mandorle e metterle in una coppa, aggiungere lo zucchero ed un cucchiaio raso di farina per dare più corpo; incorporare quindi gli albumi montati a neve girando con un cucchiaio di legno con un movimento dal basso verso l’alto per non fare smontare gli albumi. Aiutandosi con due cucchiai da tavola, fare delle forme di amaretto adagiandoli su ostie, distanziate regolarmente, sopra della carta da forno con cui avrete foderato una leccarda. Mettere la leccarda in forno ben caldo (fisso solo sotto e non termo-ventilato altrimenti gli amaretti si asciugano troppo), e fate cuocere gli amaretti per 10/12 minuti: tirateli fuori appena dorati. Conservare gli amaretti non appena di saranno freddati in una scatola di latta foderata di carta oleata.

LA GRANDE ABBUFFATA di Marco Ferreri, 1973

LA GRANDE ABBUFFATA di Marco Ferreri, 1973

Il film tratta di un ritiro, poi trasformatosi in una orgia erotico-culinaria, di quattro amici che si chiudono in una villa, nei dintorni di Parigi, con l’intento di mangiare fino alla morte. Il primo dei quattro è Ugo (Ugo Tognazzi) chef di un ristorante, di cui è anche proprietario, che decide di suicidarsi a causa dei continui battibecchi con la moglie. Poi c’è Michel (Michel Piccoli) importante produttore televisivo, divorziato e molto stanco delle vita che conduce. Segue Marcello (Marcello Mastroianni) pilota, con la fissazione per il sesso. Infine  Philippe (Philippe Noiret) magistrato che vive ancora con la vecchia balia che lo custodisce gelosamente impedendogli  di avere rapporti con le altre donne. I quattro amici quindi si riuniscono in questa villa, facendo grandi scorte di cibo e predisponendosi a grandi abbuffate che li porteranno alla morte. Nella loro ferma determinazione suicida verranno aiutati da Andréa (Andréa Ferréol) che era entrata nel giardino della villa per accompagnare una scolaresca in visita. Avendo subito intuito il motivo di quella strana riunione tra amici decide di rimanere con loro per aiutarli nel loro intento fino alla morte di tutti e quattro. Il film presentato a Cannes fu subito stroncato dalla critica e pesantemente censurato per le esplicite scene di sesso nonché per alcune situazioni ritenute  veramente volgari e offensive. Stranamente fu invece accolto molto favorevolmente dal pubblico che ne diede una lettura sociale, una spietata critica alla società dei consumi e del benessere, condannata ad una inevitabile autodistruzione, passando da una degradazione dell’uomo in tutte le sue manifestazioni della vita comune. Non a torto il film sembrò anticipare di un paio d’anni un altro “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini, anch’esso salvato dall’ira dei critici proprio per il coraggio dimostrato dai due registi di saper affrontare, in maniera graffiante, delicati temi della società moderna. Ugo, nel film, tra le tante pietanze prepara un pasticcio di fegato che ci suggerisce questo patè, ottimo per farcire dei crostini molto saporiti da servire come antipasto.

INGREDIENTI: 600 grammi di fegatini di pollo – 150 grammi di burro  – una cipolla bianca grande – 2 foglie d’alloro  – mezzo bicchiere di cognac – sale e pepe qb.

PROCEDIMENTO: Fare sciogliere a fuoco lento in una terrina il burro e aggiungere la cipolla bianca finemente tritata e lasciarla imbiondire. Aggiungere i fegatini ben lavati e fare cuocere a fuoco più sostenuto per circa mezzora insieme alle foglie d’alloro, con un poco di sale e pepe. A fine cottura aggiungere il mezzo bicchiere di cognac e lasciare sfumare. Appena i fegatini si saranno intiepiditi frullare il tutto e sistemare in una forma e conservare in frigo. Il patè, prima di essere usato spalmato sui crostini, va comunque portato a temperatura ambiente.

UN RAGAZZO DI CALABRIA di Luigi Comencini, 1987

UN RAGAZZO DI CALABRIA di Luigi Comencini, 1987

Alla vigilia dei Giochi Olimpici di Roma del 1960, in un piccolo paesino calabro, un ragazzo appena tredicenne chiamato Mimì (Santo Polimeno) di famiglia molto disagiata, si allena come atleta di nascosto al padre (Diego Abatantuono) che invece gli impone di studiare per raggiungere una posizione sociale e migliorare la condizione economica familiare. La madre (Thérèse Liotard), accordasi della passione del figlio, lo difende energicamente e prende posizione contro il padre despota. In aiuto del ragazzo interverrà Felice (Gian Maria Volontè) che pur lavorando come autista di corriera, troverà il tempo per diventare l’allenatore personale di Mimì. Il ragazzo seguirà attentamente tutte le gare podistiche delle Olimpiadi entusiasmandosi ancora di più e convincendosi che quello sarà l’obiettivo della sua vita. Infatti Mimì riuscirà a realizzare il suo sogno e riuscirà ad ottenere la sua prima vittoria da campione proprio a Roma durante i giochi della Gioventù. Il film colpisce per la delicatezza del tema trattato e per la naturalezza della recitazione del giovane, scelto dal regista in maniera del tutto casuale tra gente non professionista dello schermo. Ottima anche la recitazione di Gian Maria Volontè che ottenne anche un premio secondario al Festival di Venezia di quell’anno, specialmente per l’uso molto appropriato dell’espressione dialettale locale. La Calabria, con i suoi contrasti di sapori, ci propone una ricetta saporita: panzerotti calabri.

INGREDIENTI: 400 grammi di farina bianca “00” – un dado di lievito di birra   – latte  qb – 200 grammi prosciutto cotto – 200 grammi mortadella – 200 grammi mozzarella per pizza  –  olio per frittura – sale e pepe qb.

PROCEDIMENTO: Aggiungere alla farina piano piano il latte tiepido dove è stato fatto sciogliere il lievito di birra. Aggiungere un pizzico di sale e lavorare bene il tutto sino ad ottenere un impasto morbido. Lasciare riposare. Intanto preparare il condimento tagliando a listarelle sottili il prosciutto, la mortadella e la mozzarella, aggiungere un poco di pepe. Dividere l’impasto in piccole porzioni, spianare con il mattarello in modo da ottenere dei ravioli del diametro di circa 12 centimetri. A questo punto riempire i panzerotti con il ripieno già preparato e richiudere a mezza luna stando bene attenti che i bordi, precedentemente inumiditi, siano ben sigillati. Una volta preparati si può procedere alla frittura. Sistemare i panzerotti su carta da cucina assorbente e servire poi ben caldi.